«Andai nei boschi perché volevo vivere veramente, affrontare soltanto i problemi essenziali della vita». A scrivere queste parole fu il filosofo americano Henry David Thoreau. Per due anni, dal 1845 al 1847, visse nei boschi del Massachusetts. Il suo fine era quello di riscoprire una vita autentica: la città, con le sue fabbriche e la sua frenesia, non poteva di certo garantirla.

Circa duecento anni dopo i boschi riescono ancora a esercitare ovunque un certo fascino. Soprattutto da quando dentro puoi trovarci stupefacenti di ogni tipo. È questo il caso di tante aree boschive della provincia di Milano: veri e propri depositi organizzati per rifornire il territorio, città comprese. Una situazione nota alle Prefettura da circa vent’anni. E le cronache, di questo, ne parlano continuamente. Siringhe infilzate negli alberi, lacci emostatici qua e là, sporcizia in ogni dove, ragazzi e ragazze dai volti scavati, armi bianche, violenza: sono queste le immagini dei «boschi della droga» di cui il pubblico si nutre. Eppure qualcosa sembra non andare in questi resoconti. Tutto ciò è solo l’aspetto visibile della faccenda, quello che è più facile da registrare. Oltre al degrado, c’è però dell’altro. C’è prima di tutto un’organizzazione: nei boschi, ognuno, ha il proprio ruolo. Come in un’azienda. E, come in un’azienda, anche qui ci sono le risorse umane.

Ed è da qui che dobbiamo partire: dalle risorse umane, da coloro che i boschi li abitano. È a partire dalla loro esperienza che possiamo cogliere il significato di quei luoghi e spiegarne l’esistenza. Siringhe e sporcizia sono solo il segno materiale di una presenza umana che non può essere ignorata: non si parla del bosco se non si vuole parlare dei suoi abitanti. Sono le persone a dare un senso ai luoghi.

M. T. è uno di questi abitanti, una risorsa umana di ventiquattro anni dei boschi di Origgio, un piccolo comune a cavallo tra le provincie di Milano e Varese. Un’area boschiva che offre i suoi servizi a buona parte del territorio circostante. Prima di trasferirsi nella boscaglia la sua casa era a Legnano, un minuscolo paese alle porte di Milano. Alcuni anni fa aveva una carriera da chef ben avviata, una fidanzata, una compagnia di amici e qualche progetto da realizzare. Lui, la droga, l’ha conosciuta proprio in cucina: i ristoranti ne sono pieni. Oggi eroina e cocaina sono le sue inseparabili compagne. Lavoro, fidanzata e amici sono elementi che non fanno più parte della sua vita. Le esigenze, per lui, sono semplicemente cambiate. Succede a tutti, in fondo. Eppure, in principio, le cose non stavano così. Ci siamo incontrati in un parco della provincia. Ha accettato di rispondere a qualche domanda, soprattutto a una: come ci sei arrivato fin qui?

«Io ho iniziato con la coca che avevo vent’anni – racconta M. -. A dirla tutta ho iniziato con la coca insieme a uno chef con cui facevo l’alternanza scuola-lavoro. Io lo portavo a casa dal lavoro. Una volta l’ho accompagnato a prendere una busta di coca e ci siamo fatti due righe. Ho vomitato tantissimo». Prima di questo episodio, l’unica sostanza che M., ha provato è stata la marijuana in compagnia di qualche amico.

Pochissimo tempo dopo il suo primo incontro con la cocaina, è arrivato anche il secondo. «La seconda volta è stata quasi immediata. Non vorrei sbagliare ma posso dirti che l’ho provata il pomeriggio seguente. Sai, la coca non la capisci subito perché non è uno “sballarsi”. Dà altri effetti. Ti senti potente. È subdola la coca. Ti fai una riga e non sei “fatto”. Proprio per questo te ne faresti subito un’altra. Non percepisci un vero sballo, quindi continui».

È facile, oltre che comune, etichettare come debole una persona che prende la cocaina. Fare questo porta a ben poco se non a ricordarci che la nostra è una società del giudizio: non è importante come realmente vanno le cose, importante è che le cose si adeguino alla nostra idea di mondo. Così, quando ci accorgiamo che il mondo funziona diversamente dalle nostre aspettative, scatta il giudizio e la negazione. Se dunque la tua idea di mondo prevede che i drogati non debbano esistere, allora è necessario negarli oppure collocarli al di là di ciò che è accettabile allo sguardo. E la debolezza, in una società che richiede di essere forti, non è accettabile. Soprattutto se sei giovane e hai il futuro davanti. Eppure i drogati esistono. Ed esistono anche gli stupefacenti, da sempre. Il mondo continua a esistere anche quando chiudiamogli occhi. In ogni caso, M. era con un adulto quando ha preso la coca per la prima volta. E quell’adulto era un suo collega, colui che gli stava insegnando a cucinare prelibatezze.

«Ad oggi ti dico che consumo ogni giorno – continua M. nel suo racconto -. Fai che al giorno prendo circa un grammo di coca. Oltre a questo prendo anche la “roba”. Il fatto di stare male prendendo la roba mi era già stato detto da un mio amico. In tanti mi avevano avvertito che con la roba poi stai male. Però nessuno lo capisce fino a quando non ti ci ritrovi dentro. Io mi ricordo prima volta che mi sono reso conto di star male a causa della roba. Mi sono svegliato una mattina col naso che colava, crampi alle gambe, diarrea e pelle d’oca. Lì mi sono reso conto…».

La «roba» è l’eroina. Se la coca ti fa toccare il cielo con un dito, l’eroina ti fa tornare coi piedi per terra, ti rilassa. Così per M. inizia una nuova fase del suo percorso: queste due compagne di viaggio diventano una necessità e la vita segue il loro ritmo. Ma soprattutto servono i soldi. E per rimediarli bisogna rivolgersi all’azienda del bosco. Lì, un lavoro, è possibile trovarlo. Oltre al lavoro, poi, si può anche trovare il modo di soddisfare i propri nuovi bisogni. Date le premesse iniziali il bosco è una soluzione, non una disgrazia. A M. va bene così, non ha bisogno di nient’altro. Il bosco è stata per lui una sorta di scelta obbligata.

«Il punto – ci confida – è questo: se penso che la cosa giusta da fare è vivere la stessa vita di merda che ha vissuto mio padre, ovvero lavorare quarant’anni per poi non potere andare in vacanza perché si è rotta la macchina, capisci che è normale pensare che quella è proprio una gran vita di merda? Capisci? Che vita di merda è lavorare quarant’anni, cinque giorni su sette, con i due giorni liberi in cui sei distrutto dal lavoro e andare in vacanza solo se non hai avuto problemi finanziari nel resto dell’anno?».

La vita nei boschi di M. T., sotto almeno un aspetto, ricorda quella di Thoreau. L’elemento in comune è la fuga. In entrambe le vicende, la via del bosco è stata una via di fuga. E se è vero che si fugge sempre da qualcosa, in entrambi i casi è stato da una realtà che sembra farti soffocare. La differenza sta invece nel fatto che, in relazione alla droga, quella del bosco è spesso una strada obbligata. Quando qualcosa è illegale, ad esserlo sono anche coloro che ne hanno a che fare. E chi è illegale è preferibile che si nasconda. Il bosco, a questo fine, è funzionale. Se poi dentro trovi ciò di cui hai bisogno, lo è ancora di più. Nell’idea di mondo di molti, persone come M. semplicemente non dovrebbero esistere. E il bosco è il giusto compromesso per continuare a non vederli.

a cura di Daniele Pascale





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