Contro-informazione

Big tech in crisi, ma per l’economia sono “troppo grandi per fallire”

Le big tech USA sono in discesa, ma la loro ricchezza ormai è più grande di quella del PIL di molti paesi del primo mondo

Big Tech
Meta (Facebook), Apple, Microsoft, Amazon e Alphabet (Google) sono tra le aziende più ricche del mondo.

È dalla crisi finanziaria dal 2008 che si parla di aziende “troppo grandi per fallire”. Oggi, la stessa espressione può essere utilizzata per le big tech, ovvero le corporazioni che hanno in mano la tecnologia nel mondo. Le più famose (e le più ricche) sono Google, Apple, Meta, Amazon e Microsoft. Se per le banche si parlava di fallimento impossibile perché potenzialmente salvate a ogni costo grazie all’intervento pubblico, possiamo dire senza dubbio che le big tech sono le banche degli anni ’20 di questo secolo.

EFFETTO LEHMAN BROTHERS

Il default (o fallimento) di una banca avrebbe ripercussioni molto forti sull’economia globale: Lehman Brothers, quarta banca americana per importanza, fu l’unica a fallire concretamente nel 2008: era una specie di capro sacrificale immerso negli scandali che avrebbe mostrato al mondo che anche una banca può fallire. Forse. Ma solo una. Le conseguenze di quella bancarotta hanno stravolto l’economia e gli strascichi sono arrivati fino a oggi.

Basti pensare che per aiutare le banche il solo governo degli Stati Uniti d’America ha speso settemila miliardi di dollari, 1.400 miliardi in Europa: una spesa che hanno pagato a caro prezzo soprattutto i cittadini. E oggi, la storia si ripete, solamente che sul precipizio ci sono le big tech. Queste ultime sono talmente radicate nell’economia degli USA che un loro fallimento sarebbe ancora più distruttivo di quello di una banca. Basti pensare che se la ricchezza di Apple fosse paragonabile al più di un Paese, la casa dell’iPhone avrebbe diritto a partecipare al G8.

LA CRISI DELLE BIG TECH

Con la pandemia, poi, le azioni delle big tech sono diventate i nuovi buoni del Tesoro: le loro obbligazioni erano molto più sicure di quelle di altri settori, vista la crescita costante e la grandissima ricchezza che smuovono. Ma negli ultimi tempi qualcosa sembra essersi rotto: lo scorso febbraio Facebook ha avuto un’emorragia di utenti che le ha fatto bruciare 200 miliardi in Borsa, in parte a causa dei continui scandali legati al social network e alla sua discutibile gestione della privacy.

Persino l’apparentemente inattaccabile Apple non viaggia in acqua del tutto serene, visto che ha dovuto abbassare le sue previsioni di vendita per il resto dell’anno, senza contare che il mercato degli smartphone è in netto calo e che dopo quasi tre anni di lockdown a singhiozzo in Cina la crisi di approvvigionamento dei circuiti che servono per costruire hardware  è un problema concreto. Sia l’Europa che l’America rispondono con la volontà di produrre internamente: la UE ha stretto accordi con diverse aziende e varato un European Chips Act da 45 miliardi di euro.

In appena sei mesi il Nasdaq, l’indice di Borsa delle società big tech, ha perso il 30 per cento. Netflix ha perso un milione di abbonati, e sebbene sia tra quelle che si dicono “ottimiste per il futuro”, la situazione economica attuale non vede più le big tech nella loro classica botte di ferro. Ma non è difficile pensare che le big tech siano le nuove banche, e verrà fatto di tutto per non farle crollare dopo decenni di fasti: basti pensare che dal 2014 al 2021 le big tech americane hanno speso molto meno per indebitarsi rispetto a quanto avrebbero dovuto sulla base del loro merito creditizio. Ma se ora arrancano, i governi non possono lasciarle indietro: ne va del loro portafoglio e della nostra precaria ricchezza da primo mondo.

TG DV


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