Uno spettro si aggira per il globo: è lo spettro della piena automazione. Da alcuni è temuta come l’inizio della schiavitù umana nei confronti delle macchine, da altri – come stiamo per vedere – è paradossalmente osannata come la fine di ogni sopruso capitalista. La sostituzione del lavoro umano da parte di robot, algoritmi e intelligenze artificiali è il test di Rorschach definitivo dell’ideologia contemporanea: dimmi che cosa vedi e ti dirò che futuro immagini.

Per Verso Books, in inglese, sta per uscire un libro che si chiama Fully Automated Luxury Communism: a Manifesto. Il suo autore è Aaron Bastani, dottore di ricerca in scienze politiche e co-fondatore di Novara Media, un’organizzazione inglese di informazione indipendente che si occupa «delle questioni più importanti del XXI secolo, dalla crisi del capitalismo alle questioni riguardanti i cambiamenti climatici».

Bastani si concentra sulla tendenza nel capitalismo ad automatizzare il lavoro, riducendo costi e personale impiegato, trasformando le cose fatte in precedenza dagli umani in funzioni automatizzate. Il suo punto di vista utopico e accelerazionista vede come esito sperato la completa automazione di tutti i processi produttivi e la redistribuzione in comune proprietà di ciò che è stato automatizzato.

Nel percorso che lo ha portato al libro, Bastani ha raccolto alcune idee già note sotto l’etichetta critico-filosofica di post-scarcity economy e ha dato loro un rebranding accattivante. Internet ha poi fatto il resto. Quasi senza connessione con le intenzioni originali, infatti, il Fully Automated Luxury Communism (nominato per la prima volta da Bastani in un video su YouTube nel 2014), si arricchisce presto di due nuove giocose varianti, Fully Automated Gay Space Communism e Fully Automated Queer Space Anarchism. I meme che ne derivano, riprendendo i manifesti dell’epoca d’oro dell’esplorazione spaziale russa, sono estremamente divertenti e gustosi – almeno per coloro che apprezzano questo tipo di umorismo. Su Amazon si può trovare addirittura del merchandising con relative magliette e cappellini.

L’idea nuova
Sia che lo si consideri una minaccia, sia che non si stia nella pelle per anticipare la sua venuta, il futuro è una delle grandi questioni irrisolte della nostra epoca. Il travagliato spirito dei tempi non riesce a partorire un’idea nuova di futuro, che non sia una tenebrosa distopia. Tanto la provocazione FALC, quanto le sue varianti Queer, hanno il merito di farci pensare al futuro in maniera inedita, riprendendo le promesse dimenticate del progresso tecnologico riattualizzandole direttamente nel dibattito politico ed economico contemporaneo.

Per quanto strano possa essere, abitiamo gli anni in cui molta della fantascienza dei tempi d’oro aveva ambientato le sue storie: civiltà spaziali e macchine volanti sono ancora lontane, ma la nostra idea di futuro non sembra proprio essersi aggiornata.

Abbiamo Black Mirror, che racconta dei mutamenti tecno-sociali portando in maniera plausibile le loro conseguenze all’estremo, abbiamo distopie sociali come Handmaid’s Tale, che tecnicamente è un’ucronia, ovvero un presente alternativo, non un’ipotesi dell’avvenire (si spera).

Il capitalismo, in un certo senso, ha distrutto il futuro. Ha preso la nobile e naïve idea di progresso e l’ha trasformato in profitto e supremazia commerciale. Gli orizzonti del mondo si sono fatti più stretti, le tinte della narrazione più fosche e cupe, i toni del dibattito politico più accesi, quasi sguaiati, il vocabolario si è ridotto, come a negare la complessità, per diventare più tagliente.

La seriosa proposta di Bastani e le gioiose interpretazioni in chiave Queer Space offrono un nuovo modello che potrebbe giovarsi e attualizzare tutte quelle opportunità che la società capitalistica ha creato, pur senza poterle sfruttare fino in fondo. Un’idea del senso comune che andrebbe sfidata è, infatti, la seguente: che l’innovazione sia figlia del capitalismo. Se invece che incoraggiare l’innovazione, come accaduto in passato, la struttura economica capitalista fosse oggi un ostacolo a un suo ulteriore sviluppo?

Comunismo di lusso. Nello spazio.
Partendo da queste premesse, viene spontaneo chiedersi: è possibile reindirizzare il corso della nostra società iper-capitalista verso un esito meno distruttivo? O siamo forse destinati a schiantarci come un Titanic qualsiasi contro l’iceberg del disastro ambientale?

Per re-immaginare la società e i rapporti economici che la caratterizzano, il lavoro è il primo passo. Qualora non si abbia voglia o non si abbia, paradossalmente, il capitale iniziale di rinchiudersi in qualche isolato progetto autarchico, il lavoro è ciò che in gran parte ci definisce come individui. Rapporti di gerarchia e di status costituiscono il mondo del lavoro come lo conosciamo. Competizione, flessibilità, prezzi bassi, margini ridotti per chi sta in fondo alla catena, la proliferazione di bullshit job, manager abbandonati dai propri dipendenti in burn out: i difetti del modello sono forse, anche in questo caso, strutturali?

Il progresso tecnologico, qualora svincolato da logiche di puro profitto, può ridurre il costo e di beni primari come cibo, sanità e alloggi verso lo zero. Per raggiungere tale obiettivo una serie di innovazioni più o meno avveniristiche potrebbe trovare applicazione su larga scala nei prossimi decenni. I miglioramenti delle energie rinnovabili renderebbero i combustibili fossili un ricordo del passato. Gli asteroidi potrebbero diventare fonti inesauribili di metalli e minerali. La modifica genetica e la biologia sintetica potrebbero aumentare l’aspettativa di vita, eliminando virtualmente le malattie. Sarà probabilmente presto possibile produrre carne senza la necessità di uccidere animali.

Imbracciare lo sviluppo tecnologico e porsi come obiettivo politico la piena automazione, avrebbe come conseguenza quella di ridisegnare completamente l’attività lavorativa di sempre più persone, dato il minor bisogno di tempo e risorse coinvolti.

La settimana lavorativa potrebbe essere di 10 o 12 ore, con un salario sociale, alloggi universalmente garantiti, istruzione, assistenza sanitaria e così via. Il lavoro che dovrà ancora essere fatto dagli umani, come il controllo di qualità, sarebbe minimo.

Oltre i meme, la tesi di Bastani riassunta nella sua etichetta slogan ha l’ambizioso obiettivo di immaginare un futuro attraverso un progetto politico che vede l’automazione non come una minaccia all’occupazione, ma, invece, come la via verso un mondo di libertà, benessere e felicità.

L’automazione queer
Iniziare da un meme, per finire con un progetto politico, come abbiamo visto, non è più così strano. Per i filologi, sarà importante capire se è nato prima l’uovo o la gallina, ma in pratica, l’eventuale successo dell’idea su cui Bastani sta costruendo il suo brand personale è in gran parte dovuto alla reinterpretazione ironica e all’aggiunta, da parte di anonimi contributor su Tumblr e Reddit, della componente Queer e del suo immaginario arcobaleno.

Nella sua versione arcobaleno, l’automazione comunista immagina una società idealista in cui le norme di genere sono state abolite e consumi di lusso sono disponibili per tutte le persone. Alcune comunità sostituiscono “queer” per “gay” in quanto è percepito come più inclusivo. Altre comunità sostituiscono il comunismo con ideologie più specifiche come l’anarchia.

La sinistra, nel senso più ampio di forza politica egalitaria e progressista aperta ai diritti civili e all’espressione individuale, non deve per forza essere contraria alla tecnologia, ma, anzi, in essa potrebbe ritrovare quella spinta propulsiva che è venuta a mancare.

Futuro, quale futuro?
La revisione delle gerarchie tra politica ed economia è una delle sfide della nostra epoca. È sempre più necessario sottrarre ai processi di profitto ambiti chiave per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’umanità: acqua, educazione, ricerca, sanità, ma anche infrastruttura energetica, energie rinnovabili, esplorazione spaziale.

Gli errori che facciamo quando pensiamo al futuro sono due. Il primo è che pensiamo sia già tutto determinato, inevitabile. Il secondo è che pensiamo che il ruolo della persona comune sia totalmente ininfluente. I ricchi vogliono tenere il futuro per sé, il capitalismo sottrae all’uomo comune la speranza in un mondo migliore, meno ingiusto e predatorio, in cui le risorse siano distribuite in modo più equo.

Al motto there is no alternative di thatcheriana memoria, oggi si contrappone una necessità ancora più impellente: quella del riscaldamento globale e della catena di effetti previsti imprevisti che potrebbe scatenare. Il modello economico che attualmente domina l’orizzonte è inadeguato per almeno due motivi. Innanzitutto, è inadeguato a rispondere al cambiamento climatico e ne è, anzi, in parte causa. In secondo luogo, la privatizzazione come modello di gestione si è dimostrato totalmente inefficiente ad affrontare le gigantesche sfide sociali della nostra epoca.

La tesi fondamentale del comunismo automatico è che tecnologia e capitalismo siano arrivati al punto in cui è necessario un divorzio. Tuttavia, le cose non accadono da sole, ci deve essere un’agenda politica che decida di farle accadere. Se questa nuova politica e sensibilità deve ancora nascere, il tempo è ormai giunto. La svolta critica e provocatoria di questa corrente di pensiero, insomma, vede robot e intelligenze artificiali come alleati invece che come nemici. Il punto fondamentale su cui questa nuova sinistra si distingue dall’affollato e confusionario panorama attuale è, dunque, l’atteggiamento nei confronti dello sviluppo tecnologico, visto come possibilità di agganciare alla pura innovazione quello che, alla fine, conta davvero: lo sviluppo sociale e l’effettiva possibilità di massimo esercizio della libertà individuale.





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