Cronache da dietro il cancello

Basta un forno per cambiare il carcere

C’è una nuova commissione con il compito di individuare interventi concreti per migliorare le condizioni delle nostre carceri. Ecco un suggerimento da chi le ha frequentate

Foto di una pagnotta appena sfornata

Scrivo questa rubrica la Vigilia di Natale, che ormai sappiamo tutti essere una delle due tappe che segnano le annualità passate in prigione; l’altra è Ferragosto. Lo spunto è la nomina da parte della Ministra della Giustizia Marta Cartabia di una Commissione con il compito di individuare “possibili interventi concreti per migliorare la qualità della vita delle persone recluse e di coloro che operano all’interno degli istituti penitenziari”. Ebbene, dico la mia. Se avessi il necessario potere istituzionale per introdurre misure migliorative, cercherei di mettere i reclusi nelle condizioni di imparare principi fondamentali, che possano toglierli dalla strada che li ha portati in carcere e che, se non abbandonata, inevitabilmente ve li farà ritornare.

Mi piacerebbe che in ogni carcere vi fosse un forno per fare il pane, che potrebbe coprire il fabbisogno interno, ma anche essere venduto all’esterno. Gli addetti a tale compito imparerebbero un lavoro che permetterebbe loro di scegliere, una volta usciti, qualcosa di diverso dalla strada del crimine. Fare il pane è una missione e un gesto che va al di là del lavoro che rappresenta.

Mi piacerebbe che il lavoro, su cui è costituzionalmente fondata la Repubblica Italiana, potesse entrare a far parte della “scala di valori” di coloro che non ne conoscono il valore.

Vorrei che l’errore, soprattutto nel caso fosse il primo, commesso da un uomo, non si perpetrasse all’infinito, causando la perdita eterna di una persona, ma che proprio all’interno del penitenziario questo impari a percorrere strade differenti. Sto parlando di strutturare le nostre carceri in modo che diventino davvero luoghi in cui si recuperino le persone. Solo in questo modo la vita all’interno delle carceri può recuperare la dignità, sia per i detenuti, sia per coloro che li devono sorvegliare, la cui vita non è molto migliore.

Una Nazione “fondata sul lavoro” non dovrebbe avere un sistema punitivo dove il tempo viene perso, ma al contrario, recuperato e questo si può fare solo attraverso il lavoro, partendo da cose semplici, realizzabili. 

Ecco perché ho pensato di cominciare dalla produzione del pane, che in galera è amaro. Sono convinto che una volta imboccata, la strada darebbe vita ad un “volano” moltiplicatore che darebbe frutti decisamente migliori di quelli che danno le punizioni, che soddisfano solo un intrinseco desiderio di vendetta, di cui la nostra società sembra essere permeata. A questo sostituirei il perdono, perché anche se non cambia il passato, può cambiare il futuro.

TG DV


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