La cannabis terapeutica è ormai legale in oltre la metà degli stati Usa, ma per gli atleti del campionato di basket Nba è ancora vietato farne uso, anche se come antidolorifico e a giorni di distanza dalle partite, perché classificata come sostanza dopante vietata. Un controsenso al quale chiedono da tempo, e a gran voce, che sia posto fine.

Una possibilità che ora sembra più vicina, dopo che l’ex commissario della federazione Nba, David Stern, si è detto favorevole al cambio di direzione, affermando che la cannabis «se usata per scopi medici deve essere consentita ai giocatori senza il rischio di incorrere in alcuna squalifica. Su questo credo che siamo tutti d’accordo».

Fu proprio lo stesso Stern a includere anni fa la marijuana tra le sostanze proibite. Ad oggi un cestista Nba che risulti positivo al test sulla cannabis riceve una multa di 25.000 dollari (la prima volta) e in caso di successive positività la sospensione dal campionato per cinque partite.

Sostanzialmente d’accordo, ma più prudente, l’attuale commissario della lega Nba, Adam Silver, che ha affermato di voler formare un tavolo con l’associazione dei giocatori per discutere una soluzione condivisa, tenendo anche presente il fatto che «la cannabis terapeutica rimane illegale ancora in diversi stati e visto che i nostri atleti viaggiano molto potrebbero anche correre rischi legali passando da uno stato all’altro con la marijuana».

Poco tempo fa negli Usa fece scalpore la testimonianza di Steve Kerr, ex stella del campionato oggi allenatore dei Golden State Warriors. Kerr ha ammesso di aver provato la cannabis per la cura del suo cronico mal di schiena, e ha denunciato come agli atleti vengano «prescritti antidolorifici molto pesanti come se fossero vitamina C, mentre viene ancora vietata la cannabis». Una situazione che presto potrebbe cambiare.





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