Ebbene sì: anche in Italia l’argomento psichedelia, nelle sue varie declinazioni, oggi non è più un tabù intoccabile e va facendosi spazio perfino nelle testate mainstream, oltre all’ampia varietà di spazi online e alle svariate uscite editoriali. Altrettanto ovviamente, però, questa pubblicistica sembra oscillare tra gli opposti poli della militanza celebrativa e della roccaforte allarmista e proibizionista, spesso impendendo il flusso dell’informazione corretta ed evidenziando l’incapacità di ragionare con distacco sull’uso delle sostanze psicotrope.

È questo il caso dell’ayahuasca, il noto decotto allucinogeno ricavato dalla miscela di due piante, le liane polverizzate di Banisteriopsis caapi e le foglie di Psychotria viridis contenenti la triptammina allucinogena DMT. Usata da secoli soprattutto come bevanda sacra per attivare lo stato allucinatorio nei riti sciamanici e per la comunicazione con il divino nelle foreste pluviali sudamericane, questa “liana delle anime o degli spiriti” è stata introdotta al pubblico anglofono negli anni ’50 dal noto biologo Richard Evans Schultes. Grazie all’interesse del mondo scientifico-accademico e alle potenzialità terapeutiche del decotto, la susseguente ondata di psiconauti occidentali è culminata, a partire da metà anni ’90, nel cosiddetto “turismo sciamanico”, con epicentro nell’area di Iquitos, Perù. Passaggio forse inevitabile ma che va rivelandosi sempre più un’arma a doppio taglio: ne beneficia molta gente del posto e mantiene viva la tradizione, ma innesca l’espropriazione bioculturale e attira investitori (e pseudo-sciamani) interessati solo al facile profitto.

In ogni caso, come accennato in apertura, oggi sui molti aspetti legati al fenomeno dell’ayahusca abbondano articoli, libri e film di ogni sorta, in ogni lingua e ambito mediatico. Sorprende perciò notare che recentemente sul web italiano abbia preso a circolare, in modo apparentemente inspiegabile, un articolo risalente al febbraio 2020, il cui titolo era già tutto un programma: “Allarme ayahuasca, la droga letale ‘indigena’ sbarca in Italia… sequestrate capsule contenenti all’interno polvere di ayahuasca”. Fra le varie notizie approssimative, si parla di “morti causate da questa droga”, mentre in realtà la letteratura antropologica non segnala alcun decesso direttamente causato dall’ingestione della pozione (l’overdose è praticamente impossibile). È vero che nel corso degli anni si sono registrati alcuni casi di decessi o violenze sessuali, le cui circostanze avevano a che fare con tali cerimonie. Più comunemente, possono manifestarsi attacchi di panico o sintomi psicotici. Casi che non vanno certo minimizzati: l’assunzione di questa bevanda impone particolari cautele, da più punti di vista, non si tratta di una medicina adatta tutti e l’uso può comportare dei rischi. Ma trattasi per lo più di effetti negativi indiretti, dovuti a officianti e personale poco affidabili, al decotto preparato in maniera impropria, ad eccessive assunzioni supplementari.

Circostanze chiarite da innumerevoli testimonianze e resoconti diretti, oltre che sempre meno frequenti grazie alla fattiva presenza sul campo di apposite organizzazioni autogestite, tra cui l’Ayahuasca Community Committee, la Union de Médicos Indigenas Yageceros de la Amazonía Colombiana (UMIYAC), l’International Center for Ethnobotanical Education, Research, and Service (ICEERS).

Lo status legale rimane invece materia controversa: in Italia come quasi ovunque nel mondo, non esiste alcuna legge o decreto che ne sancisca l’espresso divieto riguardo all’utilizzo, commercio o somministrazione a terzi. Tuttavia la presenza di DMT (inserita nella Tabella I allegata al Testo Unico sugli stupefacenti, DPR 390/90) porta a interpretazioni discordanti dalla parte delle autorità repressive. E in Brasile i gruppi religiosi che usano ritualmente il decotto (in particolare União do Vegetal e Santo Daime) si sono accordati con le autorità, garantendo solo questo tipo di utilizzo e prevedendo un codice etico di comportamento.

A livello farmacologico, non mancano certo gli studi scientifici positivi, come sintetizzato da Giorgio Samorini e Adriana D’Arienzo in Terapie Psichedeliche (2019): «La ricetta classica dell’ayahuasca sembra ragionevolmente sicura in termini di impatto fisiologico quando somministrata a individui in buone condizioni di salute. Gli effetti collaterali più frequenti sono la nausea e il vomito, soprattutto se le dosi vengono ripetute nell’ambito della medesima sessione». A conferma delle sue potenzialità terapeutiche, va anzi segnalato un’indagine coordinata dallo psicofarmacologo brasiliano Lucas Maia, i cui risultati sono apparsi recentemente sul Journal of Psychoactive Drugs. Vi vengono analizzate le reazioni di persone affette da malattie acute e croniche, tra cui cancro, HIV, sclerosi multipla e artrite reumatoide, le quali avevano partecipato a rituali con l’ayahuasca riportandone un impatto psicologico positivo. Le approfondite interviste (2-3 ore ciascuna) di 14 soggetti, 7 uomini e 7 donne compresi tra 23 e 61 anni, hanno rivelato un’importante tratto comune: quell’esperienza aveva consentito loro di vagliare in maniera più complessiva e articolata la malattia stessa, portando a una maggiore comprensione, compassione e accettazione della loro condizione. Il conseguente arricchimento della percezione del proprio corpo e delle sue funzioni, inclusi i necessari trattamenti medici, ha favorito così l’autocura e l’attenzione cosciente al processo di avvicinamento al fine vita, il cui significato ora andava ben oltre la tipica dualità materialista di nascita-morte.

Infine, tornando al fronte entusiasta-celebrativo nostrano, c’è chi si vanta del noviziato in rituali improvvisati sulle colline toscane, tra un numero imprecisato di illustri sconosciuti e con uno “sciamano” che pare venga da un villaggio dell’Amazzonia brasiliana. Nessun contesto strutturato (setting), dove sottoporre i presenti a uno screening sulla storia personale e sulle eventuali patologie pregresse, e scarsa l’attenzione finanche all’intento specifico che motiva dell’assunzione (set). Tutti elementi fondamentali alla base di qualsiasi esperienza psichedelica, insieme alla fase preparatoria e all’integrazione successiva, parimenti ignorate in tanti di questi circoli neo-sciamanici contemporanei. Ma tant’è. Vero è che le esperienze soggettive contano in quanto tali, a scopo ricreativo o introspettivo che siano. Basta non farsi prendere troppo la mano e, anziché buttarsi nell’esaltazione intellettualoide o nell’immaginario fantastico, incamminarsi lungo una “maturità psichedelica” seriamente aperta e trasparente per tutti. E dove gli enteogeni, ayahuasca inclusa, fungono da veicoli e strumenti verso esperienze produttive e sicure.





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