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La DMT è probabilmente lo psichedelico più spettacolare, grazie alla sua azione estremamente rapida; chimicamente presenta una struttura indolica affine alla psilocibina e alla psilocina. Pur essendo stato sintetizzato per la prima volta nel 1931, la prima ricerca scientifica sulle sue proprietà psicoattive fu effettuata nel 1956 da Stephen Szara, allora capo del settore biomedico nella divisione di ricerca del National Istitute of Drug Abuse. La sostanza ebbe la sua massima diffusione come droga ricreazionale negli anni ’60, soprattutto negli Stati Uniti, dove fu ribattezzata businessman trip, il “trip dell’uomo d’affari”, proprio per la rapidità dei suoi effetti. In seguito fu quasi dimenticata, fino all’inizio degli anni ’90, quando entrò a far parte di un vasto ed interessante progetto di ricerca da parte dell’équipe del dr. Strassman. L’esperienza personale tratta da questa ricerca è stata riassunta dallo stesso Strassman nelle pagine di ALTROVE, sempre sul numero 6.

La DMT è una sostanza estremamente interessante, sia dal punto di vista biochimico che da quello dell’esperienza che determina. La sostanza è inattiva oralmente, e il metodo più comune di assunzione è quello di mescolarlo con tabacco o altre sostanze per fumarlo. La cosa che maggiormente balza agli occhi è l’incredibile rapidità d’azione: la totalità degli effetti si manifesta entro pochi secondi, con un culmine tra il terzo e il decimo minuto. Gli effetti scompaiono in 15-30 minuti. Tutti i consumatori concordano sul fatto che non c’è modo di prepararsi al “viaggio”, se non quello di stare sdraiati o comodamente seduti e lasciarsi andare all’affollarsi estremamente accelerato degli impulsi sensoriali. Il limite, o per meglio dire, un inconveniente -almeno secondo il mio giudizio- della DMT nella ricerca sperimentale sta proprio in questa immediatezza degli effetti, che può provocare una sorta di reazione di panico, e quindi all’instaurarsi di difese e resistenze che possono bloccare o inibire il normale decorso dell’esperienza soggettiva.

Dal punto di vista biochimico la DMT ci offre interessanti elementi nella prospettiva della teoria organicistica, in quanto la sostanza può essere considerata endogena. Tracce di DMT sono infatti presenti nel fluido cerebrospinale dell’uomo, e specifici recettori per la sostanza sono stati rinvenuti da più studi, nel cervello dei mammiferi. Una delle più comuni sensazioni riportate dalla maggior parte degli sperimentatori è una sorta di “dejà vu”, l’impressione di aver già vissuto in un non meglio precisato “passato” lo stesso genere di esperienza emozionale ed estetica. Questo è riportato anche da coloro che assumono la DMT per la prima volta. E’ come se tutti noi conoscessimo inconsciamente gli effetti della DMT: l’intrigante ipotesi, tutta da dimostrare, è che in qualche tappa della nostra ontogenesi le triptamine endogene siano state presenti nella chimica del nostro corpo in quantità superiori a quanto non lo siano nell’adulto sano, o che esse siano state, per ragioni sconosciute, psichicamente attive. Ma la DMT sembra dare sostegno anche alla vecchia teoria delle psicotossine endogene: la ricerca biochimica ha evidenziato la presenza della sostanza in quantità non trascurabili anche nelle urine e nel sangue di pazienti schizofrenici, come ho già avuto modo di sottolineare in precedenza.

Dal punto di vista psicodinamico, in riferimento ai cinque gruppi esperienziali di Pahnke di cui sopra, la DMT sembrerebbe non produrre un’esperienza psicotico simile: forse la rapidità dell’esperienza non permette una metabolizzazione dei contenuti emozionali in chiave psicotica, se non di brevi episodi di paura, confinati alla primissima fase dell’ebbrezza, nei secondi iniziali. Questa “paura” è però di tipo razionale, legata essenzialmente alla rapidità degli effetti della sostanza che, come disse il filosofo Alan Watts “è come essere sparati da un cannone atomico”. Assenti sono reazioni di tipo paranoico, maniacale; malesseri somatici si presentano soltanto nei primissimi minuti dopo l’assunzione: tachicardia, sudorazione, vertigini, e probabilmente sono anch’essi determinati da una reazione fisiologica organica.

Scarsa è anche l’influenza dell’esperienza cognitiva: anche in questo caso la rapidità con cui si manifestano e terminano gli effetti non lascia spazio a possibili insights di tipo psicologico, filosofico o artistico. Dilatata all’ennesima potenza è invece l’esperienza estetica: un soggetto riferì di vedere “colori che si muovevano, come dei frattali. Ero in un palazzo arabo in cui tutto quello che mi circondava erano arabeschi sgargianti in movimento”.

Notevolmente interessata è anche la dimensione transpersonale o trascendentale: un altro soggetto descrisse la sua esperienza in questi termini: “Avevo la sensazione di essere portato via, e mi sono dimenticato del mio corpo, della mia vita. Mi sono ritrovato in un altrove fuori di me, oltre la mia coscienza, più in là. Mi ero affacciato su di un altro mondo”. In chiave psicoterapeutica l’azione della DMT sembra essere sostanzialmente trascurabile, non alimentando un’esperienza psicodinamica.

La maggior parte delle ricerche non evidenzia il riemergere di ricordi, traumi o simbolizzazioni di conflitti rimossi. Anche in questo caso, il rapidissimo decorso dell’esperienza con DMT sembrerebbe, almeno allo stato attuale della ricerca, ostacolare l’utilizzo della sostanza a scopi psicoterapeutici; la “rapidità” della sostanza deve essere valutata in due sensi: 1) la difficoltà di seguire qualsiasi sequenza del pensiero, letteralmente inondato da fenomeni percettivi; 2) l’esperienza non resta a lungo impressa.

In ogni caso il DMT non può certo competere con l’azione introspettiva del LSD o della mescalina. A differenza però di queste sostanze, il DMT non sembra lasciare conseguenza alcuna al termine dell’esperienza: nelle ore successive, spesso anche il giorno dopo, il soggetto vive un profondo senso di benessere e di lucidità mentale.

Nonostante ciò, personalmente sono del parere che la sperimentazione clinica con DMT possa riservare in un prossimo futuro risposte interessanti sul piano specificamente biochimico. Il DMT infatti, fra tutti gli allucinogeni, è quello che presenta un’azione che possiamo definire abbastanza costante, con una serie di temi comuni in un’altissima percentuale di sperimentatori. I più importanti di questi temi comuni sono quelli evidenziati anche da Strassman, nell’articolo pubblicato su ALTROVE:
1 – L’esperienza di una sorta di “natura abitata”: quasi il 90% dei consumatori riferisce sensazioni (o visioni) di venire trasportati in un altro mondo da “entità”,come spiriti, angeli, demoni o esseri extraterrestri. Un soggetto descrisse di aver volato accompagnato da “i Signori dell’Universo, esseri soprannaturali mostruosi, ma non spaventevoli: figure umane con la testa di uccelli, serpenti alati, alberi con la testa umana, strane sfere con occhi, naso, bocca e minuscoli arti”.
2 – L’esperienza di morte. Anche qui la maggior parte degli sperimentatori afferma di aver avuto la reale sensazione di essere sul punto di morire. Perché questa uniformità di sensazioni, si chiede Strassman? E’ soltanto “un’esperienza di “morte psicologica”, caratteristica di molte esperienze psichedeliche e sciamaniche, la cui attinenza con la morte reale è tutta da dimostrare, oppure è una sorta di “anticipazione” del momento del trapasso? Strassman ipotizza che la ghiandola pineale possa produrre, al momento della morte, DMT o triptamine analoghe. In questo caso il campo di ricerca e di sperimentazione si amplierebbe e avrebbe dei risvolti clinici non indifferenti: il DMT potrebbe, in questa direzione, essere una specie di “allenamento” per i malati terminali e per chi è interessato al processo della morte.

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L’Ayahuasca invece è una bevanda, fortemente allucinogena, ottenuta in seguito alla bollitura di numerose piante, delle quali le più importanti e che forniscono la base della preparazione, sono la Banisperiopsis caapi della Famiglia delle Malpighiacee, e la Psychotria viridis, della Famiglia delle Rubiacee. Dal punto di vista chimico i principali componenti della Banisteriopsis caapi sono l’armina e l’armalina, derivati delle β-carboline; la Psychotria viridis invece contiene DMT.

Senza entrare troppo nella complessa chimica dell’ayahuasca e nell’azione sinergica dei vari composti chimici che concorrono a produrre la tipica esperienza, possiamo dire che le β-carboline permettono, attraverso la loro azione di inibitori dell’enzima monoamminoossidasi, l’assorbimento del DMT per via orale. Il risultato di questa “alchimia chimica” è una minore immediatezza dell’azione del DMT, una sua più lunga durata e una maggior “morbidezza” degli effetti. Questi si presentano dopo 10-15 minuti dall’assunzione della bevanda e presentano uno stadio iniziale di vertigini e marcata eccitazione, seguiti da abbondanti sudorazioni. Segue un periodo di spossatezza e torpore, caratterizzato da visioni colorate con prevalenza dei toni freddi: azzurro, blu, violetto; l’andatura è estremamente incerta, come pure, a volte, la capacità di linguaggio.

Complessivamente gli effetti dell’ayahuasca durano dalle 4 alle 6 ore. Alcuni anni or sono, la SISSC ebbe l’occasione –e la fortuna- di condurre una ricerca sperimentale sugli effetti psicodinamici della bevanda, i cui risultati furono presentati a Lérida, in Spagna, al II° Congresso Internazionale sugli Stati Modificati di Coscienza e pubblicati, come dicevo prima sull’ultimo numero di ALTROVE a firma di Marco Margnelli. Non mi dilungherò sugli aspetti “tecnici” della Ricerca, e chi fosse interessato può andarli a vedere direttamente; quello che qui mi preme evidenziare è la differenza di esperienza tra l’ayahuasca e il DMT chimico, pur essendo questo il responsabile anche dell’azione psicoattiva della bevanda.

L’Ayahuasca, a differenza del DMT sembra stimolare sia l’esperienza cognitiva che l’esperienza psicodinamica: nel 90% dei soggetti del nostro studio sperimentale comparvero contenuti biografici profondi, ricordi delle relazioni con le figure parentali, traumi psichici, pulsioni edipiche fino ad allora rimosse, esperienze emotive represse. L’azione della bevanda, molto più morbida e prolungata di quella del DMT, senza per questo essere meno intensa, sembrerebbe inibire le difese e quindi permettere l’emergere alla coscienza dei contenuti profondi, evidenziando una sua caratteristica azione psicodinamica, utile, forse, come coadiuvante psicoterapeutico.

Il limite dell’ayahuasca, ovviamente in prospettiva di sperimentazione clinica, è che si tratta di un composto non standardizzabile, nel senso che non esiste UNA ayahuasca, ma centinaia e centinaia di varietà, in base sia alle numerose altre piante aggiunte alle due principali (e molte di loro sono psicoattive), sia in base alla percentuale di DMT e β-carboline. Inoltre i primi effetti della bevanda sono molto sgradevoli: irrequietezza, nausea, vomito, diarrea, crampi intestinali, tutti elementi che ne rendono problematico il suo impiego come potenziale farmaco di terapia psichedelica.

Gilberto Camilla
Psicoanalista, Presidente della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (SISSC) Direttore Scientifico della Rivista Altrove





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