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C’è chi ha mollato tutto e si è trasferito in campagna con l’idea di rimettere in sesto un piccolo appezzamento di terreno incolto, chi ha lasciato il suo lavoro da dipendente di una grossa multinazionale e si è messo a fare consegne in bicicletta, chi ancora continua apparentemente la sua vita di sempre ma attraverso le nuovi reti dell’economia collaborativa è entrato in contatto con altre centinaia di persone e costruisce lentamente un nuovo stile di vita, con più qualità e meno frenesia. Sono molteplici e contorte le strade che possono portare un individuo a mettere in discussione la propria routine quotidiana cercando di abbracciare nuovi modi di vivere la propria esistenza. Quello che è certo è che si tratta di strade che sempre più persone, ogni giorno, decidono di provare a intraprendere. E che al centro del loro nuovo progetto di vita collocano una pratica (ed una filosofia) che è allo stesso tempo la più antica che ci sia ma, di questi tempi, anche la più coraggiosa e innovativa: l’autoproduzione. Intesa come volontà di poter determinare in libertà il proprio quotidiano, il proprio lavoro ed in definitiva la propria vita in ogni suo aspetto.

Un ritorno al fare le cose che è più evidente nelle campagne e nelle colline, in quelle tante zone fuori dai centri abitati principali che nei decenni scorsi si andarono spopolando. Era l’epoca in cui ogni contadino sognava di lasciare la vanga ed indossare la tuta blu da metalmeccanico, convinto che in città avrebbe trovato gli agi che la dura vita sui campi gli negava. Oggi è cominciato il processo inverso. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto nazionale di economia agraria, siamo ormai tornati al punto in cui un contadino su cinque ha meno di 34 anni e questi numeri crescono ogni giorno. Certo, come è comprensibile, alcuni cercano nel lavoro della terra semplicemente una via d’uscita alla mancanza di lavoro e alla disoccupazione giovanile, ma per tanti il ritorno al lavoro dei nonni rappresenta una scelta consapevole, da rivendicare come pratica di ribellione al consumismo ed alle pratiche insostenibili dell’industria agroalimentare.

Le reti dei produttori, associati in piccole cooperative e movimenti, e quelle dei consumatori, raccolti ad esempio negli oltre 800 Gas (Gruppi di acquisto solidale) presenti in Italia, rappresentano l’avanguardia di un fenomeno sempre più in espansione, all’interno del quale contadini e consumatori si incontrano costruendo nuovi metodi di produzione e vendita, lontani dalle logiche della standardizzazione del gusto e dello sfruttamento del lavoro della grande distribuzione. Così, mentre i nuovi contadini uniscono la frugale vita dei campi, con annesse levatacce mattutine e giornate passate a schiena curva sulla terra, all’utilizzo di internet e social media per pianificare azioni e comunicare le proprie iniziative, i Gas riprendono in mano le piazze cittadine per dare vita a mercatini autogestiti. L’obiettivo finale non è solo quello di trovare nuove possibilità di vita e lavoro, ma anche la ricerca di metodologie agricole che tutelino la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, selezionando produttori che rifiutano ogni tipo di fertilizzanti e pesticidi, riducono al minimo l’emissione di gas serra, lo spreco d’acqua e la produzione di rifiuti ed eliminano lo sfruttamento della manodopera.

Un metodo di autoproduzione sostenibile che però non è protetto in alcun modo dalle leggi, che anzi mettono i bastoni tra le ruote a queste iniziative. Molti dei prodotti così coltivati non potrebbero infatti essere venduti sui banchi di un supermercato o di un frutta e verdura, e neanche potrebbero essere considerati biologici, nonostante lo siano in tutto e per tutto, perché la burocrazia delle certificazioni presuppone una serie di pratiche da sostenere impensabile per le piccole autoproduzioni. Fuori dal circolo vizioso composto dalla grande distribuzione e da consumatori costretti ad acquistare cibi fidandosi di certificazioni di qualità che spesso si sono mostrate aggirabili e di scarsa protezione per i cittadini, quello che si cerca di ricostruire è il rapporto viso a viso tra chi produce il cibo e chi lo mangia, puntando sulla distribuzione diretta all’interno dei mercatini autogestiti all’interno delle città. Una scommessa che poteva sembrare utopica, e che invece ormai coinvolge sempre più produttori e consumatori, in un circolo virtuoso che torna a mettere al centro il naturale ritmo delle cose.

Quello della produzione agricola è ovviamente solo uno tra i tanti settori in cui l’alternativa dell’autoproduzione è in marcia. Fortunatamente gli ambiti in cui si può cominciare a riappropriarsi del gusto di fare le cose e di una diversa gestione del proprio tempo sono innumerevoli, anche se spesso, come per le certificazioni impossibili da ottenere per le verdure dell’orto, ci si scontra con burocrazie e normative pensate per ben altri modelli produttivi e distributivi. Il caso più emblematico è naturalmente quello della canapa: vallo a spiegare al carabiniere che scorge nel tuo giardino le piante con la classica foglia a punte che si tratta di un’autoproduzione di canapa per fare in casa pane, olio o farina. Tanto più che le vicende giudiziarie di questo paese sono piene anche di coltivatori in grande scala, in possesso di tutte le certificazioni del caso, ai quali vengono ciclicamente perquisiti i campi per analizzare le piante. Ogni norma, ogni cavillo, ogni certificato pare ormai pensato solo in virtù di modi di produrre, lavorare e consumare standardizzati. Chi esce dal solco si trova necessariamente a dover affrontare anche queste difficoltà.

Nonostante tutti i problemi del caso, quello dell’autoproduzione è un concetto con il quale ci troveremo a fare i conti sempre più spesso nei prossimi anni perché, da qualsiasi lato si osservi la questione, esso rappresenta il futuro. Un futuro, ormai già in corso, dove sarà necessario ripensare radicalmente i nostri metodi insostenibili di consumo di cibo, energia e risorse e dove sarà necessario ritrovare il gusto del fare da sé le cose e di mettersi in rete con gli altri. La cosa positiva è che le alternative ai modelli insostenibili che ancora viviamo sono già sperimentati e pronti all’uso, può bastare copiare gli esempi migliori e riadattare le esperienze al proprio contesto. Per esempio, non c’è dubbio che a breve – che sia questione di qualche anno o di qualche decennio – il nostro sistema di utilizzo delle energie, basato sullo sfruttamento degli idrocarburi e dei fossili, dovrà essere definitivamente mandato in soffitta. Ma già da domani potremmo farlo anche da soli. Il mondo (ed anche l’Italia) sono già pieni di esempi virtuosi che ci raccontano di comunità capaci di sfruttare il sole, il vento e le maree per la produzione di luce e riscaldamento, di persone che hanno scelto di costruire la propria casa con mattoni di calce mescolata a canapa, rendendole allo stesso tempo migliori per l’ambiente e per il proprio portafogli, dato che il maggior isolamento termico che garantiscono consente di abbattere i consumi per la climatizzazione.

Con la stagione estiva tutti noi passiamo più tempo all’aperto ed abbiamo spesso qualche giornata in più da poter dedicare alle attività che ci piacciono. Iniziare ad utilizzare un po’ di questo tempo per sperimentare l’autoproduzione può essere una buona idea. Perché comunque non c’è bisogno di abbandonare tutto per trasferirsi in campagna, né di studiare un trattato sui sistemi di produzione di energia alternativa. Per cominciare e provare a procedere un passo alla volta può essere sufficiente guardare uno dei mille tutorial disponibili in rete per fare in casa il detersivo o per riutilizzare in modo utile gli scarti, oppure si può decidere di andare a fare un giro e cercare un produttore di vino o verdure genuine, vicino a casa, anziché comprare i soliti pomodori al sapore di nulla del supermercato. Da qualsiasi punto si voglia fare il primo passo, è comunque il momento di cominciare. Perché l’autoproduzione è l’unica soluzione per il futuro.





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