A partire dalla fine del XVIII secolo, quando la macchina a vapore si affiancò prepotentemente all’essere umano, cambiando radicalmente il piano inclinato sul quale l’intera umanità si muoveva da secoli, l’uomo si trovò a doversi confrontare con un elemento nuovo, potenzialmente in grado di migliorare significativamente la sua vita e altrettanto potenzialmente in grado di distruggerla.

La macchina in sé costituisce un elemento neutro, non essendo né buona né cattiva e non possedendo una propria identità che prescinda dall’uso che l’uomo ne fa all’interno del contesto economico e sociale in cui vive. In un mondo ideale la macchina a vapore, così come tutte le innovazioni tecnologiche che ad essa si sono succedute nel corso dei secoli, avrebbe potuto contribuire a migliorare la condizione di vita della popolazione, sgravando l’essere umano dai lavori più pesanti e permettendogli di godere di un maggiore benessere economico e di grandi spazi di tempo libero da dedicare ai propri interessi e allo sviluppo della propria creatività, repressa e svilita dai ritmi frenetici del duro lavoro. La “macchina” insomma avrebbe potuto camminare a fianco dell’uomo, contribuendo a far crescere non solamente la produzione industriale e i margini di profitto ma anche la qualità di vita e le prospettive di realizzazione dell’essere umano, se solamente lo si fosse voluto.

Ma purtroppo non è mai andata così.

Nel 1830, dopo quasi mezzo secolo di rivoluzione industriale, nei distretti tessili dell’Inghilterra, un tempo ricchi e fiorenti, la percentuale delle famiglie in condizione di povertà assoluta superava di gran lunga il 20% e oltre 2 milioni di persone precedentemente in buona condizione economica sopravvivevano fra gli stenti solamente grazie al sussidio di povertà, una sorta di “reddito di cittadinanza” del tempo varato allo scopo di evitare una vera e propria ecatombe. Nelle grandi città industriali dove a causa dei miasmi venefici del carbone il cielo era sempre nero, come i muri degli edifici e il colore dei fiumi, imperversavano il tifo, il vaiolo e il colera, il 57% dei bambini morivano prima dei 5 anni e dei sopravvissuti il 28% perdeva la vita fra i 5 ed i 40 anni. Proprio 40 anni era la durata media della vita nell’Inghilterra industrializzata, fino ad abbassarsi a 18 anni fra i lavoratori di città industriali come Manchester o Leeds. Le macchine non avevano camminato con l’uomo, ma si erano limitate a passarci sopra.

Se la prima rivoluzione industriale fu traumatica, nell’impatto dei mezzi usati per ottenerla e nelle conseguenze economiche e sociali subite dalla popolazione, non si può dire che quelle successive, non solo industriali ma anche tecnologiche e finanziarie siano state di gran lunga migliori, dal momento che l’utilizzo delle macchine e delle tecnologie non è mai stato condotto in un’ottica di “bene comune”, ma sempre a esclusivo beneficio di una piccola élite che le ha usate per aumentare la produttività e i propri margini di profitto senza tenere nella minima considerazione gli interessi della collettività.

Oggi a due secoli dall’avvento della macchina a vapore, mentre siamo agli albori dell’industria 4.0 e la maggior parte dei Paesi europei hanno dovuto istituire una qualche forma di reddito di cittadinanza per contrastare gli effetti devastanti della disoccupazione e della povertà, i ricercatori di Bruegel, uno dei più autorevoli think tank di Bruxelles, hanno reso noto come nei prossimi decenni fra il 45 e il 60% della forza lavoro europea rischierà di essere sostituita dai robot. Secondo le stime di un rapporto della McKinsey sarebbero in tutto il mondo 1,2 miliardi i posti di lavoro sostituibili con le tecnologie. Mentre una ricerca del Massachusetts Institute of Technology e della Boston University afferma che in media un robot installato distruggerà 6,2 posti di lavoro ogni mille operai e farà calare dello 0,7% il salario.

Se ci spostiamo dall’industria alla grande distribuzione, secondo uno studio prodotto da Citi e dall’Oxford Martin Programme on Technology and Employment dal titolo “Technology at work 3.0”, facente parte di una serie di pubblicazioni sull’impatto dell’automazione sul mondo del lavoro che ha focalizzato la propria ricerca negli Stati Uniti, due posti di lavoro su tre nell’ambito dei cassieri e degli addetti alle vendite potrebbero venire eliminati in virtù delle innovazioni tecnologiche prossime venture. E prendendo in considerazione l’intera filiera, allargata alla logistica e alla gestione dei magazzini e degli scaffali, la situazione si prospetta ancora peggiore, dal momento che l’80% degli addetti potrebbe molto presto venire sostituito da intelligenza artificiale e robot di nuova generazione. Ma non si tratta solamente di operai, cassieri e magazzinieri, visto che secondo gli studi più recenti risultano essere a rischio praticamente tutte le professioni, dall’avvocato al commercialista al giornalista e si potrebbe continuare all’infinito.

L’uomo 4.0 potrebbe essere, proprio grazie alle “macchine”, un individuo felice che ha recuperato il proprio tempo, sgravato dall’incubo di lavori alienanti eseguiti in ambienti alienanti con ritmi alienanti, al solo scopo di produrre un reddito che consenta la sopravvivenza. Avrebbe l’occasione di affrancarsi da un modello di vita ormai diventato insostenibile, recuperando la creatività, lo spazio per i propri interessi e perché no perfino per l’ozio, declinato sotto forma di recupero fisico e spirituale. E invece, anche grazie alle “macchine”, l’uomo 4.0 sta diventando simile a una “macchina” obsoleta, in competizione con quelle nuove, in una lotta che non gli appartiene sul piano inclinato della produttività. Già lo si intravede nei suoi precursori che possono essere i lavoratori cinesi e indiani pagati con “una ciotola di riso” e costretti a trascorrere la giornata in ambienti ben oltre i limiti della sopportazione umana, così come i dipendenti di Amazon, trattati essi stessi come delle macchine il cui unico valore è determinato dalla propria capacità produttiva, o ancora nella massa informe di tutti coloro che già sono stati espulsi da un mondo del lavoro che non li vuole più ma si vedono costretti a inseguirlo perché si tratta dell’unico mezzo attraverso il quale sopravvivere.

Resta l’amaro in bocca nel dovere constatare come due secoli di storia non ci abbiano in fondo insegnato nulla, ma esiste sempre la speranza che arrivi il giorno in cui si riuscirà a comprendere come le “macchine” possano realmente camminare con noi, per il bene di tutti e non solamente per incrementare i profitti di una ristretta cerchia di affaristi senza scrupoli.





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