Ascanio CelestiniDa questa sera e fino a domenica si terrà a Colorno (Parma) il Festival della lentezza, una tre giorni di incontri, musica e cultura all’insegna della decrescita e di un nuovo approccio alla vita ed al mondo delle cose organizzato dall’Associazione dei comuni virtuosi e dal sito d’informazione Comune.info.

La tre giorni del festival (qui il programma completo) ospiterà dibattiti nei quali si parlerà di beni comuni, pedagogia della lentezza, turismo sostenibile, energia, rifiuti e tanto altro. A concludere ogni giornata sarà poi un evento con un nome altisonante: questa sera il concerto di Vinicio Caposela, domani Ascanio Celestini con il suo nuovo spettacolo e domenica sera l’incontro con Marco Travaglio.

Noi di Dolce Vita supportiamo questo festival, che troviamo di grande interesse, e saremo presenti come “spettatori” e partner all’evento, con l’intento di raccontarvi con alcuni report i momenti più interessanti del festival.

Quella che segue è un’intervista ad Ascanio Celestini, realizzata dalla redazione di Comune.info, che noi pubblichiamo con piacere.

Come nasce l’idea dei “racconti d’estate”?

Al di là delle teorie, il teatro è un attore davanti a uno spettatore. Puoi togliere tutto dalla scenografia alla musica. Puoi fare spettacolo in un grande anfiteatro o in una stanza d’ospedale. Puoi ripensare ogni presupposto, ma fino ad ora non abbiamo trovato alternative valide ad un attore che agisce e uno spettatore che lo guarda.
“Racconti d’estate” è questa relazione al suo grado più semplice.
Arrivo in un teatro con delle storie e, di sera in sera, a seconda del contesto, scelgo cosa raccontare. Tra i racconti che mi porto dietro ci sono quelli della tradizione orale, ma anche gli altri che ho raccolto io, storie di vita che arrivano sul palco anche con le voci di quelli che le hanno vissute.

Nella presentazione scrivi: “Spesso nelle barzellette accade ciò che vediamo nelle vecchie comiche: ridiamo per l’uomo grasso che scivola sulla buccia di banana, ma se quell’uomo siamo noi non ci troviamo niente da ridere”. Io penso che questo sia uno dei problemi più grossi che attraversa l’atteggiamento di gran parte del popolo italiano. Siamo disincantati, a volte spietatamente cinici verso il prossimo, salvo lamentare ingiustizie quando qualcosa ci tocca da vicino. Come sono i personaggi che racconti durante la serata?

Accendo la televisione, apro un giornale o vado in rete e trovo sempre qualcuno che mi racconta qualcosa che non conosco. Mi dicono dell’11 settembre, mi parlano dell’Isis o semplicemente di storie di malasanità. Se non conosco per esperienza diretta questi avvenimenti prendo per buono ciò che mi viene detto. Mi faccio un’idea della realtà che non è basata su una mia relazione concreta con essa, ma su una narrazione.
Dovremmo leggere meno giornali, passare meno tempo in rete e spegnere la televisione. Se siamo interessati alla realtà dobbiamo confrontarci direttamente con essa. Chiediamoci se le nostre idee su argomenti come l’immigrazione o il carcere derivino da una conoscenza vera o non siano stupidamente fotocopiate dalle idee di qualcun altro. Il cinismo e il disincanto derivano anche da questa relazione falsata.

Apriamo una finestra sull’attualità: sul lavoro, sui migranti, nella sanità, a scuola. Ovunque si posi il dibattito pubblico ci accorgiamo di un pericoloso arretramento dei diritti e di un abbassamento generalizzato del senso civico. Che ne pensi e come se ne esce da una situazione del genere?

Una parte consistente del dibattito politico di questi ultimi anni s’è spostato su due termini presentati come inversamente proporzionali: sicurezza e libertà. Ci dicono che dobbiamo rinunciare a un po’ della nostra libertà e vivremo più sicuri.
Lasciando a discorsi più articolati la questione relativa al nostro sistema penale che è tutto concentrato sul carcere invece che su pene più utili alla comunità, in generale si tende a pensare che la repressione sia un deterrente.
Penso alla constatazione elementare di Belen Rodriguez circa la carcerazione del fotografo Fabrizio Corona quando disse che “l’unico vero problema di Fabrizio sono i soldi” e dunque riteneva che “l’unica punizione giusta sarebbe stata una multa salatissima”. A chi serve la sua permanenza in carcere?
Eppure non assistiamo quotidianamente a discorsi populisticamente giustizialisti?
Mi chiedi come se ne esce e io penso che l’unica maniera è crearsi un’opinione che non sia ciclostilata sull’esempio di quella dominante, ma che nasca da una constatazione diretta.

Il Festival di Colorno pone l’accento su un aspetto del tutto trascurato, il tempo. Qual’è la tua idea di lentezza? Pensi che avremmo bisogno di più o meno lentezza nella nostra quotidianità?

Abbiamo l’impressione che il tempo sia una specie di spazio che si misura con un altro metro. Che il tempo sia un contenitore nel quale infilare le cose. E invece non è così. Quel contenitore-tempo finisce per rovinare il contenuto se non faccio attenzione.
Se amo le fragole, ma anche il caffè, il vino e il pesce fritto, la spremuta d’arancia e le polpette… devo saper selezionare per gustarli. Se li mescolo tutti insieme, viene fuori un pastone immangiabile.
Da questo punto di vista la lentezza è una maniera per fare questa selezione.





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