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La droga fa male, la droga è vizio, la droga è sintomo di un disagio e di una sofferenza individuale e sociale. Tali giudizi portano al luogo comune, spesso sottinteso, che l’uso della droga è un comportamento aberrante umano, peculiare della specie umana.

A contraddire questo paradigma del pensiero occidentale moderno v’è un insieme di dati che continuano ad essere sottovalutati, ma che dimostrano che il comportamento di drogarsi è diffuso anche nel mondo animale.


Ciò che poteva sembrare inizialmente un’eccezione, appare ora una regola comportamentale diffusa a tutti i livelli del mondo animale, dai mammiferi agli uccelli, agli insetti, e l’interpretazione di questo comportamento come un particolare “sintomo di malessere” non è più accettabile. Si dovrà invece sospettare che nel comportamento animale – e quindi umano – di assumere droghe v’è una qualche componente naturale; in altre parole, la droga svolge negli animali una qualche funzione naturale non ancora compresa.

Il locoismo
Uno degli esempi più palesi ed eclatanti di un comportamento di “tossicodipendenza” negli animali è quella nei confronti delle “locoweed”, traducibile in italiano con “erbe pazze”, o con “erbe che provocano la pazzia“. Si tratta di un folto gruppo di specie di erbe selvatiche dei campi (almeno una quarantina) appartenenti soprattutto al genere delle Leguminose, che sono psicoattive per diversi animali. Gli animali sino ad oggi individuati coinvolti nella tossicodipendenza da “erba pazza”, locoismo, sono: mucche, muli, cavalli, pecore, antilopi, maiali, conigli, galline.
Una caratteristica del locoismo risiede nella tenacia con cui gli animali cercano la pianta per loro inebriante, si sono viste mucche e cavalli rubare i sacchi in cui l’erba era stata raccolta, rovesciando addirittura i carri dove questi sacchi erano stati stipati. 


Elefanti ed alcol
Da tempo è nota la passione che hanno certi elefanti per l’alcol. In Africa questi pachidermi sono golosi dei frutti degli alberi di diverse specie di palme (doum, marula, mgongo). Quando maturi, questi frutti tendono a fermentare velocemente e gli elefanti se ne cibano. Il processo di fermentazione del frutto continua ancora quando il frutto si trova nell’apparato digerente dell’animale, con conseguente produzione e assorbimento di ulteriori quantità di alcol. Gli elefanti si ubriacano e ciò appare essere una conseguenza tutt’altro che accidentale. Essi ricercano l’effetto inebriante di questi frutti. Gli elefanti ubriachi diventano ipereccitati, sobbalzano di fronte a suoni insoliti o a movimenti repentini di altri animali o dell’uomo. S’impauriscono facilmente e ciò li rende aggressivi. Un branco di elefanti ubriachi è considerato un serio pericolo per gli uomini. I piccoli sono soliti mettere la loro proboscide nella bocca della madre per prendere e saggiare ciò ch’essa sta mangiando, in questo modo essi apprendono cosa mangiare.

Babbuini e frutti inebrianti
I babbuini ricercano e mangiano il frutto rosso di un albero della famiglia delle Cycadaceae e non lo fanno in periodi di carestia.
 Dopo aver mangiato questo frutto, essi appaiono come ubriachi, con andatura barcollante, incapaci di muoversi velocemente e possono diventare facile preda dei cacciatori umani.
 Non sono mai stati osservati casi di morte diretta nell’uso di questo frutto nei babbuini, al contrario che nell’uomo, per il quale risulta velenoso.

Mandrilli e iboga 
Nelle foreste del Gabon e del Congo, i nativi affermano che, tanto tempo fa, osservarono i cinghiali scavare e mangiare le radici allucinogene dell’iboga. 
I cinghiali che assumono l’iboga evidenziano un comportamento convulsivo, saltano di qua e di là e mostrano reazioni di paura e stati allucinatori. Osservando questi animali, i nativi li imitarono e fu così che scoprirono gli effetti visionari di questa pianta. Uno sciamano mitsogho riportò l’uso dell’iboga fra i mandrilli maschio. I mandrilli vivono in comunità allargate, seguendo una rigida struttura gerarchica. In cima alla scala gerarchica v’è un capo maschio, a cui soggiacciono altri maschi forti e sotto questi i maschi più deboli. Quando un mandrillo maschio deve intraprendere una lotta con un altro maschio, per la conquista di una femmina o per conquistare un gradino gerarchico più elevato, non si cimenta immediatamente nella lotta. Esso si reca prima a cercare una pianta di iboga, ne mangia la radice; attende che gli siano saliti gli effetti, dopodiché va all’attacco dell’altro maschio contro cui deve lottare. Questo dimostra un elevato grado di premeditazione e di consapevolezza di ciò che sta facendo.


Renne ed amanita muscaria

Un caso noto da tempo di animali dediti all’uso di una droga psicoattiva riguarda le renne della Siberia, che si cibano del fungo allucinogeno Amanita muscaria. Si tratta del fungo allucinogeno per eccellenza, il bel fungo delle fiabe dal cappello rosso cosparso di chiazze bianche. Questo fungo cresce sotto certi tipi di alberi, in particolare conifere e betulle. Durante l’estate siberiana, le renne si cibano fra l’altro di un insieme di funghi, ma il fungo preferito è l’agarico muscario che cresce nelle foreste di betulle. Esse vanno letteralmente a caccia di questo vistoso fungo e lo cercano proprio per lo stato di ebbrezza che procura loro. Dopo averlo mangiato, corrono di qua e di la senza un apparente scopo, fanno rumore, contorcono la testa e si isolano dal branco. Il più piccolo morso di agarico muscario induce nelle renne un vistoso stato di ebbrezza, caratterizzato dalla contorsione della testa. E’ noto che negli uomini che si cibano di questo fungo la loro urina diventa anch’essa allucinogena. Fra le popolazioni siberiane v’era il costume di bere l’urina di chi s’inebriava col fungo per conseguire un’ebbrezza ulteriore, a quanto si dice più potente di quella ottenuta con il fungo. Anche le renne “vanno matte” per l’urina di altre renne o degli uomini che si sono cibati dell’agarico muscario.

Gatti ed erbe afrodisiache
Diverse specie di felini, dalle tigri ai gatti, rimangono inebriati dopo aver mangiato o masticato foglie di determinate erbe. Il caso più noto è quello dei gatti e dell’erba gattaia, la Nepeta cataria, una comune erba dei campi incolti, che non va confusa con l’“erba gattaia” venduta nei negozi di animali, una specie di graminacea che induce il vomito nei gatti e ne purga l’apparato digerente.
 Le foglie essiccate di nepeta sono vendute come “vivacizzanti e ringiovanenti” per i gatti domestici.
 Si è visto che il contatto di un gatto domestico con la nepeta risulta in una successione di comportamenti in quattro fasi. Innanzitutto il gatto annusa la pianta, quindi il gatto lecca le foglie e a volte le mastica. Spesso s’interrompe per fissare il cielo con uno sguardo assente, poi agita velocemente la testa da un lato all’altro. In una terza fase il felino si strofina contro la pianta con il mento e le guance. Quindi ruota tutta la testa strofinando l’intero corpo contro la pianta. Presenta anche una stimolazione sessuale: il maschio ha un’erezione spontanea, la femmina adotta i tipici comportamenti dell’accoppiamento. I gatti domestici, molti dei quali passano la vita intera senza aver mai visto una pianta di erba gattaia, stanno perdendo la capacità di percepire gli effetti di questa loro droga.

 





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