Nella traversata della foresta amazzonica, via terra e fiume partendo da Lima, in Perù, per arrivare a Belem, in Brasile, sono venuto a contatto con diverse realtà. Ho vissuto con la tribù Shipibo alcune settimane, nella capanna di un curandero, sperimentando le loro potenti piante medicinali. Ho incontrato altre diverse popolazioni indigene anche se non è stato facile farlo in modo autentico evitando i tour costruiti. Ho conversato con meticci e stranieri che vivono da quelle parti e lavorano per preservare la foresta.

Riguardo al Perù la situazione degli incendi mi è sembrata meno grave di come è stata annunciata negli scorsi mesi. Ho controllato una mappa satellitare, con vari fuochi, che girava su diversi siti o quotidiani, poi sono andato a chiedere informazioni in alcune zone segnate dalle fiamme, ma non ho ricevuto conferma dei roghi. La questione più grave, sulla parte peruviana, rimane la deforestazione non solo per via degli allevamenti intensivi o il commercio abusivo di legna, ma anche per le piantagioni di palme da olio e di piante da coca dei narcotrafficanti. Per le palme da olio è stato raggiunto un accordo da parte dell’associazione dei produttori di olio di palma del Perù, JUNPALMA, che prevede a partire dal 2021 il divieto di deforestazione per fare spazio a questo tipo di piantagioni. Se il Perù dovesse mantenere la promessa sarebbe il secondo Paese sudamericano dopo la Colombia a percorrere questa strada. Speriamo accada davvero perché in Sud America il Perù è la nazione che più è stata colpita da questo fenomeno.

Purtroppo è senza controllo la deforestazione per le piantagioni di piante da coca da parte dei narcotrafficanti che si insidiano nelle zone remote della foresta amazzonica minacciando le popolazioni indigene. Si tratta di vaste aree del parco nazionale Alto Purus e di alcune riserve dei Mashco-Piro, la più grande tribù peruviana che vive isolata. Le aree protette sono spesso colpite a causa della loro scarsa accessibilità, della presenza di terreno coltivabile e della noncuranza del governo. Non si vedono i raccolti di coca lungo il fiume, i narcotrafficanti infatti riescono a nasconderli bene. La coca viene coltivata più in profondità nella foresta, nascosta dalla vista di barche di passaggio; le fattorie sul fiume sono coltivate con colture come cacao, mais e manioca e, a quanto si dice, servono da facciata per giustificare la presenza degli agricoltori.

Le popolazioni indigene, di tutta l’Amazzonia, sono sempre più aggredite dal contatto esterno per via degli interessi economici di molti, ma anche per la curiosità degli stranieri. Alle tribù ha fatto malissimo il contatto con noi. Abbiamo trasmesso loro malattie nuove e abbiamo contaminato le loro tradizioni che si stanno sempre più perdendo. Nei popoli che ormai vivono a contatto con il mondo moderno, da diversi anni i giovani non hanno più interesse a utilizzare gli indumenti tradizionali o a tramandare la cultura tribale. Preferiscono avere le scarpe da ginnastica, vestirsi alla moda e avere i capelli con il taglio all’ultima tendenza. Tra gli adulti molti si perdono nell’alcol e si rinchiudono in squallidi bar a mangiare cibo spazzatura. Però d’altra parte, ora che il danno è stato fatto, il nostro grande interesse per le tradizioni tribali può aiutare questi popoli a valorizzare il loro patrimonio culturale e a mantenere in vita ciò che gli può ancora dare da vivere. Come accade nel caso della medicina degli Shipibo.

Nella parte brasiliana invece la realtà degli incendi è stata devastante, soprattutto nella zona sud, regione di Acre, e orientale della foresta amazzonica. La parte lungo il Rio delle Amazzoni invece è ancora intatta. La zona di emergenza comprende infatti l’area dove si stanno sviluppando sempre più allevamenti e campi agricoli. Lì si stanno verificando spietati omicidi nei confronti di guardiani della foresta o rappresentanti di rilievo di associazioni e gruppi indigeni. 
Mi è stato molto difficile indagare meglio su quello che sta accadendo in Brasile. Appena entrato nel Paese al triplice confine tra Perù, Colombia e Brasile sono stato controllato dalla polizia federale brasiliana ben tre volte durante il viaggio in barca da Tabatinga a Manaus. Mi hanno perquisito lo zaino da cima a fondo, tenendomi fermo a lungo. Ma soprattutto in un caso, dopo che sono venuti a sapere che ero uno scrittore, mi hanno pure controllato alcuni file sul computer e il mio taccuino. In quindici anni di viaggi non mi era mai successo qualcosa del genere, neanche in Zimbabwe durante il colpo di stato.

Nel complesso è stata un’esperienza molto intensa attraversare la foresta più grande al mondo via fiume. Le sue piante medicinali e la sua energia mi hanno purificato e donato una nuova linfa vitale. La conoscenza delle sue popolazioni indigene è uno dei più grandi tesori del mondo in cui viviamo.

a cura di Carlo Taglia
Viaggiatore e scrittore indipendente ha attraversato tutti i continenti senza prendere aerei. Ha autopubblicato sei libri sulle sue esperienze, tra cui alcuni best seller.
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