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Alpha Blondy nasce a Dimbokro, in Costa D’Avorio nel 1953. Dopo un’infanzia e un’adolescenza turbolente segnate dall’amore per il rock and roll e lo swing, scopre a New York il roots/reggae di Burning Spear e Bob Marley. In questo periodo il giovane ivoriano inizia a comporre musica e ha i primi contatti con l’ambiente del reggae fino a diventare il cantante dei Monyaka, ancora con il nome di Kone’ Seydou. A questo punto a causa di un fortissimo esaurimento nervoso, Alpha viene internato in un ospedale psichiatrico dapprima, e poi rimpatriato in Africa. Dopo questa terribile battuta d’arresto ed un periodo di sofferenze psichiche e fisiche, il giovane artista si ribattezza Alpha Blondy e ricomincia la sua avventura musicale. L’interesse da parte di alcuni giornalisti televisivi locali lo porta, nel 1981, a registrare il suo primo folgorante album Jah Glory, che in Africa raggiunge il disco d’oro in tre settimane. Con i suoi tre album successivi Cocody rock, Apartheid is nazism e Jerusalem, Alpha diventa una leggenda vivente in Africa e grazie a un notevole interesse per il reggae e la musica africana, il suo nome si diffonde in tutto il mondo.

Sono anni che Lei non aveva più prodotto dischi anche se non ha mai smesso di fare concerti: un silenzio come protesta per la guerra nel suo paese, la Costa d’Avorio?
Si, è proprio così. Mi ero ripromesso di non scrivere più musica fino a che la guerra nel mio paese non fosse terminata. Infatti l’anno scorso la guerra è finita: è stata sicuramente una vittoria di Dio quindi ecco “Jah Victory”.

I suoi dischi danno l’impressione di una grande energia. Cosa rappresenta per Lei la musica?
Credo che il mondo abbia bisogno di luce e che la gente abbia troppi problemi. Quando noi facciamo musica dobbiamo creare speranza nella gente e dare messaggi di vita. L’Africa, soprattutto oggi, ha bisogno di credere e nelle mie canzoni voglio spingere all’ottimismo verso la vita.

Quali sono le canzoni di “Jah Victory” che rappresentano maggiormente questo suo invito all’ottimismo? Nel passato però Lei è stato molto duro con l’Africa a dire il vero?
Vorrei un’Africa stabile, pacifica e invece tutto quello che sanno fare gli africani sono dei colpi di stato militari che non permettono la vera democrazia. Quella che deve rompere le differenze etniche, che permetta una stabilità economica. L’Africa deve costruire delle scuole e degli ospedali di cui c’è bisogno. Non ha bisogno di campi militari. Per quello sono duro con l’Africa. Le mie canzoni che rappresentano maggiormente questo sono sicuramente “Ne tirez pas sur l’ambulance”, “Sankara”
e “La route de la paix”. E il rifacimento di una canzone di Bob Marley, “Sales racistes”. Il reggae è un mezzo che permette ai ragazzi dei ghetti, senza lavoro e senza scuola, di non diventare dei delinquenti. Insegna che c’è una speranza nel domani e Bob Marley è colui che ha dato questa speranza ai giovani poveri e disperati.

Qual è stato il ruolo di Tyrone Downie, ex Wailers in questo disco?
È un genio. Sono rimasto molto impressionato dal suo modo di lavorare perché è uno che ascolta l’artista. E tutto quello che volevo a livello di emozioni lo ha messo nel disco.

Come mai ha inserito in questo disco la canzone “Wish you were here” dei Pink Floyd? Una versione davvero molto bella a dire il vero…
Perché adoro i Pink Floyd e al liceo quando volevo stare bene “fumavo” e ascoltavo questa canzone con molti amici che oggi purtroppo non ci sono più. E allora ho voluto rifare questo brano per ricordarli tutti e sentirli vicino a me.

Cosa pensa delle case discografiche? Lei ha lasciato la Emi perché?
Ho avuto la fortuna di lavorare con la Emi ma dopo 20 anni ne avevo abbastanza. Anche perché oggi queste case discografiche hanno creato un “fast food” della musica. Non si pensa più alla qualità ma solo a fare denaro. Trovato un artista lo si spreme fino a che fa comodo e poi lo si getta per cercarne un altro. Non mi interessa.

Liliana Boranga
(Radio Base Popolare Network)

 





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