Il Bhutan è un minuscolo paese di appena 800 000 anime incastrato fra India e Cina. Nel 1972 il quarto re del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck, all’epoca ancora adolescente, fece della sua nazione la prima al mondo a proclamare come orientamento primario della politica economica la felicità nazionale lorda, invece del prodotto interno lordo. Il suo decreto, salutato da molti esperti di economia per lo sviluppo come una decisione illuminata, faceva leva su una lunga tradizione. Il codice legale del Bhutan, che risale all’epoca dell’unificazione, nel 1729, dichiara: «Se il governo non è in grado di creare felicità per il suo popolo, il governo non ha ragione di esistere».

La felicità nazionale lorda (Fnl) è diversa dal tipo di felicità studiato dalla maggior parte degli accademici occidentali. La Fnl non è focalizzata principalmente sul benessere soggettivo o su una felicità autodichiarata, ma concepisce una visione “oggettiva” della felicità dalle connotazioni buddhiste, categorizzata nei nove campi che rappresentano la base dell’indice (sono elencati più avanti).

Nel 2008 Jigme Thinley, il primo capo di governo eletto nella storia del Bhutan, la descrisse con queste parole: «Ora abbiamo chiaramente distinto la felicità […] nella Fnl dalle transitorie sensazioni di benessere e buonumore che spesso e volentieri vengono associate a questo termine. Sappiamo che una felicità realmente duratura non può esistere fintanto che altri soffrono, e che deriva unicamente dal servire gli altri, vivere in armonia con la natura e realizzare la nostra saggezza innata e la natura vera e brillante delle nostre menti».

Il Rapporto nazionale sullo sviluppo umano del governo bhutanese descrive l’obiettivo in questi termini: «Il Bhutan si ripropone di istituire una società felice, dove le persone siano sicure, dove a tutti sia garantito un sostentamento decoroso e dove tutti possano avere accesso a un’istruzione e a cure mediche di buona qualità. Una società dove non ci sono inquinamento o violazioni dell’ambiente, dove non ci sono aggressioni né guerre, dove le disuguaglianze non esistono e dove i valori culturali si rafforzano ogni giorno».

Troppo bello per essere vero? Le componenti dell’indice sono le seguenti:

  1. Benessere psicologico
  2. Salute
  3. Impiego del tempo
  4. Istruzione
  5. Diversità culturale e resilienza
  6. Buon governo
  7. Vitalità delle comunità
  8. Diversità ecologica e resilienza
  9. Tenore di vita

L’idea di fondare le priorità del Bhutan su questi settori è di evitare il destino dei paesi poveri che si sono tuffati precipitosamente nello sviluppo. Se è vero che uno sviluppo rapido in certi casi ha portato una crescita più alta e un’espansione dell’economia, è vero anche che spesso e volentieri gli effetti collaterali sono stati baraccopoli intorno alle città, alienazione sociale, disuguaglianza dilagante, distruzioni di foreste e fiumi e inquinamento dell’aria, oltre che perdita di patrimonio culturale e perfino di identità.

La Fnl in teoria dovrebbe fornire una bussola differente, puntata verso una forma di sviluppo più benevola e gentile. La pianificazione delle politiche (incluse cose come la costruzione di dighe o lo sviluppo della capitale, Thimphu) deve superare una sorta di valutazione dell’impatto sulla Fnl, più o meno come le valutazioni di impatto ambientale utilizzate in altri paesi. Lo sviluppo effettivamente è una faccenda complicata.

Fino al 1999 la televisione era vietata in Bhutan (…). senz’altro vero che l’esposizione al mondo moderno, con tutte le sue tentazioni, non sempre è una ricetta per la felicità. Anche se troppo spesso idealizziamo il mondo premoderno, trascurandone gli aspetti negativi, fatti di analfabetismo, predominio maschile e malattie, dobbiamo quantomeno contemplare la possibilità che in certi casi l’ignoranza si accompagni alla felicità. Ma innalzarla al rango di politica pubblica comporta rischi concreti di scivolare nel paternalismo o nel puro e semplice autoritarismo.

Questo sistema funziona? Il Bhutan, dopotutto, sta vivendo una trasformazione colossale perfino per gli standard di nazioni come l’India e la Cina, con un eccezionale incremento della ricchezza. Ancora nel 1953 il piccolo stato himalayano era una nazione feudale. La prima strada asfaltata fu costruita nel 1962. Ora è più o meno una democrazia parlamentare, con un primo ministro eletto e un monarca costituzionale. Il rapido sviluppo è stato inevitabilmente accompagnato da alcuni dei suoi consueti inconvenienti, con strade e dighe che hanno sfigurato paesaggi prima immacolati, e le persone che un tempo si accontentavano di una vita di sussistenza ora sono diventate cittadini (nel senso di abitanti delle città) infelici, che inseguono uno stile di vita moderno (e probabilmente irraggiungibile). (…) L’espansione di Thimphu è rigidamente controllata e il governo cerca di garantire un’adeguata disponibilità di strade, fogne e scuole. (…)

La modernizzazione del Bhutan è pianificata e tenuta sotto controllo. Se uno vuole costruirsi una casa a Thimphu, non può semplicemente tirare su una baracca di lamiera e rubare l’elettricità attaccandosi a un palo della luce nelle vicinanze. Le costruzioni devono incorporare gli elementi tradizionali dell’architettura bhutanese, come i tetti a spiovente e le caratteristiche finestre. Le persone sono fortemente incoraggiate a indossare gli abiti tradizionali in pubblico. Il Bhutan limita il numero degli ingressi turistici e impone obblighi minimi di spesa, per assicurarsi che solo i turisti più facoltosi possano visitare il paese. (…)

Ma il Bhutan non è una ShangriLa, è un paese a reddito mediobasso, con un Pil pro capite di poco superiore agli 8000 dollari, tenendo conto dei prezzi locali. Ha livelli di alfabetizzazione bassi, nonostante l’istruzione di qualità sia uno degli elementi che il governo associa alla felicità: solo il 55 per cento delle donne bhutanesi è in grado di leggere e scrivere. Nel ben più povero Bangladesh, il 58 per cento delle donne è alfabetizzato, mentre le Filippine, che non sono più ricche del Bhutan, fanno ancora meglio, con un’alfabetizzazione femminile del 97 per cento. Anche l’assistenza sanitaria non spicca in modo particolare, nonostante, pure in questo caso, il Rapporto nazionale sullo sviluppo umano vi dedichi grande attenzione: l’aspettativa di vita è appena al di sotto dei settant’anni, dato che colloca il Bhutan in centoquattordicesima posizione a livello mondiale. (…)

L’impegno del Bhutan per la tutela della propria cultura viene spesso elogiato. La cultura è vista sia come fonte di identità sia come una protezione contro gli aspetti più corrosivi della modernizzazione. Nell’ambito della diversità culturale e resilienza, la Fnl misura la capacità di parlare fluentemente uno qualunque della dozzina di dialetti esistenti, la conoscenza e l’interesse delle persone per tredici mestieri artigianali, fra cui il fabbro e la ricamatrice, e la loro osservanza di una cosa chiamata Driglam namzha, o Via dell’armonia. (…)

Tuttavia, l’idea di preservare la cultura tradizionale può mascherare una moltitudine di cose pessime. Non tutte le culture sono ugualmente attraenti: cultura potrebbe voler dire che le donne devono stare al loro posto o continuare a ricamare, invece di imparare a leggere. In certe parti dell’Africa, un indice che premia la preservazione della cultura tradizionale assegnerebbe punti per le mutilazioni genitali femminili. In Bhutan, cultura in certi casi ha significato purezza etnica: nel 1990 il governo lanciò una campagna repressiva contro le persone di origine nepalese cacciandone decine di migliaia, un’azione che alcuni gruppi per i diritti umani hanno definito un atto di pulizia etnica. (…)

Il Bhutan è diventato un simbolo del dibattito sulla felicità, ma rischia di essere una distrazione più che uno strumento di comunicazione utile, come alcuni dei suoi fautori immaginano. Il Bhutan fa benissimo a cercare di gestire lo sviluppo con attenzione e responsabilità. Abbandonati unicamente alle forze di mercato e ai capricci della globalizzazione, i paesi poveri, nei loro sforzi per sconfiggere la miseria, possono subire traumi drammatici. Ma è doveroso riconoscere i limiti di questo approccio.

Estratto da “L’illusione della crescita” di David Pilling. Per gentile concessione di ©Il Saggiatore 2019

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