«Puoi viaggiare per 10 miglia di costa e non vedere mai una lontra marina». Jim Estes, ecologo all’Università della California, descrive così lo spopolamento di questi animali nelle Isole Aleutine, in Alaska. Negli anni ’70, quando Estes fece il suo primo viaggio in questo arcipelago c’erano lontre di mare ovunque. Ora, invece, afferma lo studioso, la loro presenza è calata più del 90%.

È un fatto non di poco conto, scrive la giornalistica scientifica Katherine J. Wu sul New York Times: «Nel delicato paesaggio marino delle Aleutine, le lontre tengono insieme l’intero ecosistema. Man mano che sono scomparse, il resto della rete alimentare locale ha iniziato a sgretolarsi. Un processo accelerato e aggravato dal cambiamento climatico». Di queste dinamiche parla un recente paper pubblicato su Science tra i cui autori compare anche lo stesso Estes.

Gli studiosi hanno mostrato che gli effetti negativi causati dall’assenza di questo predatore possono essere ulteriormente esacerbati dal riscaldamento globale. Si tratta di fenomeni interdipendenti ancora in gran parte sconosciuti. Nello studio gli autori ricostruiscono come le massicce barriere di calcare, costruite lentamente dall’alga Clathromorphum nereostratum nel corso di secoli o millenni, si stiano erodendo. Un processo provocato da un eccessivo pascolo di ricci di mare iniziato con la mancata presenza delle lontre che si cibano di questi organismi marini e accelerato dal riscaldamento dell’oceano. Le lontre sono quindi essenziali non solo per proteggere e mantenere l’equilibrio biologico, ma anche per mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici.

Nel XVIII e XIX secolo, continua la giornalista, i commercianti di pellicce avevano portato le lontre marine quasi all’estinzione. All’epoca però non ci furono effetti particolarmente negativi sulla barriera corallina, in parte «perché le alghe sane producono uno strato calcareo protettivo che può ostacolare» la voracità dei ricci di mare. Quando poi la caccia delle lontre è stata limitata, gli effetti positivi si sono visti anche sulla barriera corallina. Ma con il cambiamento climatico, afferma al NYT Doug Rasher, ecologo marino e primo firmatario del paper pubblicato su Science, la rete di sicurezza della barriera corallina è venuta meno: «Negli ultimi decenni, un eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera ha acidificato le acque oceaniche, rendendo più difficile per le alghe rafforzarsi. (…) Dal 2014 al 2017, alcune barriere coralline si sono ridotte fino al 64%».

Secondo Rasher, un ripopolamento di queste coste delle lontre marine potrebbe avere effetti positivi a breve termine sulle barriere coralline «consentendo di guadagnare tempo per agire nella riduzione delle emissioni globali di carbonio». Ma questo scenario non sembra essere di facile realizzazione perché si «sospetta che le orche affamate – forse private della loro preda preferita, cioè le balene, per via dalla caccia dell’industria baleniera – si siano rivolte a questi piccoli mammiferi, che possono inghiottire a centinaia o migliaia all’anno. Ciò potrebbe rendere difficile sostenere un ripopolamento: una volta introdotte, potrebbero semplicemente scomparire di nuovo».

Tutto questo, si legge ancora sul NYT, «è un ulteriore esempio da aggiungere all’elenco degli ecosistemi devastati da un mondo in continuo riscaldamento» e sottolinea anche «come le alterazioni della catena alimentare e il cambiamento climatico possano intrecciarsi disastrosamente». Per questo motivo, per Rasher è necessario leggere il cambiamento climatico anche attraverso l’ecologia che studia le interrelazioni fra gli organismi e l’ambiente che li ospita, perché in caso contrario si rischia «di affrontare molte sorprese nei prossimi anni».

Fonte: ValigiaBlu





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