Siamo arrivati a 80,000 tonnellate di immondizia nel mezzo dell’Ocean Pacifico. Ecco cosa lasciamo dietro di noi, le tracce della nostra civiltà. Il Great Pacific Garbage Patch si trova fra la California e le Hawaii e gli ultimi dati mostrano che questa isola, composta solo di immondizia, è sedici volte più grande di quanto si pensasse.

In tutto occupa 1.6 milioni di chilometri quadrati. L’Italia occupa 300mila chilometri quadrati. È come se 5 Italia, e un po’ di più, fossero tutte coperte di rifiuti e gettate nel Pacifico. Ci rendiamo conto?

È strabiliante cosa siamo riusciti a fare noi uomini su questa terra. Nessuno di noi è mai stato nel mezzo del Pacifico, eppure siamo riusciti a metterci una infinità di rifiuti, tutti quanti nostri.

Non è chiaro se sia l’area che sta crescendo o se invece sono le precedenti stime che erano sbagliate. Forse un misto di tutte e due. Ma di certo è spaventoso e grave quello che abbiamo fatto alla natura. Non solo è l’area è più grande rispetto alle ultime stime, ma è anche più densa, come affermano i ricercatori dell’organizzazione olandese “Foundation du Delft” che hanno eseguito lo studio e i cui risultati sono stati pubblicati su Scientific Reports.

Stima delle dimensioni della Great Pacific Garbage Patch

Perché si formano queste isole di monnezza? Succede a causa delle correnti oceaniche e dei venti che confluiscono in determinate zone dell’oceano. I rifiuti che arrivano attirano il plankton e le alghe, così si crea una specie di minestra tossica. Di “garbage patches” ce ne sono cinque nel mondo, e quella in esam, posta fra la California e le Hawaii, è la più grande di tutte.

Il gruppo di studio ha usato navi e barche per studiare l’area impiegando oltre tre anni. La conclusione che ne hanno tratto è che l’inquinamento da plastica cresce esponenzialmente. L’isola è composta al 99,9% di plastica. All’8% da microplastiche, al 46% di plastiche di dimensioni medio-piccole, e per il resto da oggetti più grandi: reti da pesca, imballaggi, giocattoli, bottiglie, cannucce, addirittura un WC. Di tutto, insomma.

Fra le cose trovate cinquanta avevano impressa e leggibile la data di produzione: il più vecchio rifiuto era del 1977, sette oggetti erano del 1980, 17 degli anni ’90, 24 degli anni 2000 e uno solo degli anni ’10 di questo secolo. È un indice del fatto che i tempi di trasporto sono lunghi.

Cosa fare? Come sempre, parte da noi tutti, dal nostro stile di vita, dalle cose che non ci servono, dalla cultura del gettare via e della plastica mono-uso. Si tratta di usare gli oggetti di plastica con parsimonia e intelligenza. Non ha senso fare vivere la plastica 5 minuti sotto forma di bottiglietta d’acqua e 500 anni sotto forma di immondizia nel mare. Specie se siamo in sette miliardi a farlo.





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