La promessa tecnologica di questi ultimi anni è stata quella di ottimizzare i processi, aumentare la velocità e sostituire le lente e novecentesche burocrazie. In parte ci siamo riusciti, eppure l’atteggiamento soluzionista della Silicon Valley non è stato, fino a ora, molto concentrato sui problemi reali. I grandi della tecnologia sembrano concentrarsi sul superfluo, lasciando le questioni essenziali agli antichi e obsoleti attori non connessi. Ma forse qualcosa sta cambiando. Forse stanca di fake news, algoritmi malevoli ed eserciti di bot, la tecnologia sta spostando il suo focus dal mondo immateriale della comunicazione a quello più concreto del mondo reale, il luogo che vivono le persone. Dopo più di 10 anni di ubriacatura social, la domanda è una sola: l’innovazione è in grado di risolvere i problemi? Oppure ne crea soltanto di nuovi? La tecnologia non ha, infatti, del tutto mantenuto la sua promessa di efficienza e semplificazione. Il nostro mondo non è più facile da abitare rispetto a ieri. Tuttavia qualcosa si muove: l’approccio disruptive dell’imprenditoria californiana sta per essere applicato a una delle questioni più urgenti di questo nuovo secolo: quella del cibo.

Tra coloro che stanno cercando di capire se il pianeta è in grado di nutrire 10 miliardi di persone, alcuni propongono soluzioni promettenti e innovative. L’obiettivo è quello di utilizzare la tecnologia per aumentare l’efficienza delle risorse alimentari e ridurre gli sprechi. E chi poteva imbracciare questa sfida se non un Musk? Non stiamo parlando di Elon, che al momento è impegnato con SpaceX e la sua spedizione marziana, ma di suo fratello, Kimbal Musk. Il suo progetto si concentra sul settore in espansione della agricoltura urbana indoor.

Kimbal Musk, di un anno più giovane del suo famoso fratello, ha fondato Square Roots, che si pone l’obiettivo di formare nuovi “agricoltori urbani” specializzati in coltivazione verticale e di creare un nuovo modello di distribuzione. L’obiettivo è la scalabilità: la moda bio dei prodotti naturali non potrà mai essere per tutti. Quello che propone Kimbal è una via di mezzo tra produzione industriale e micro-coltivazioni ad alto tasso tecnologico che possano fornire cibo di ottima qualità a km zero.
Dopo una prima sperimentazione di coltivazione tech in 10 container a Brooklyn, ora la sfida è quella di portare Square Roots in 20 città del mondo entro il 2020. Il modello vuole essere sostenibile e ipertecnologico sfruttando coltivazioni verticali idroponiche a temperature controllate. Le luci a led sostituiscono l’illuminazione naturale, la temperatura viene controllata da impianti di climatizzazione (alimentati da fonti rinnovabili), il tutto viene monitorato da una serie di sensori e dispositivi che controllano una serie di parametri anche in ottica di risparmio energetico.

Il marchio di fabbrica dell’approccio californiano, come abbiamo visto, è quello di ottimizzare i processi, anche nella grande distribuzione alimentare. Dopo 10mila anni di civiltà agricola molto è già stato fatto, ma oggi abbiamo una nuova risorsa che va a integrare e valorizzare quelle alimentari: i dati. Attraverso i dati si può migliorare anche un’attività così antica, a partire dagli sprechi. Attraverso i famosi Big Data i processi inefficienti possono essere individuati lungo tutta la catena di approvvigionamento alimentare nelle fattorie, nelle fabbriche, negli impianti di lavorazione e nei negozi di tutto il mondo, con l’inutile spreco di incredibili quantità di cibo. Nel prossimo futuro vedremo anche come cambierà l’industria nel suo insieme, oltre a meritevoli progetti avveniristici come quello di Kimbal Musk.

Automatizzare le linee di trasformazione alimentare con la giusta tecnologia può migliorare la sostenibilità dell’intero settore. Secondo il rapporto del Parlamento europeo “Opzioni tecnologiche per nutrire 10 miliardi di persone”, è già oggi possibile «ottimizzare la qualità del prodotto, ridurre perdite e i difetti di qualità, nonché diminuire il consumo di energia e acqua».

Almeno per una volta, la velocità della Silicon Valley può servire davvero a qualcosa: non faremo mai troppo in fretta a capire come aiutare il pianeta e nutrire la sua crescente popolazione.





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