Si chiama “Affari in fumo” e mai nome fu più azzeccato. Nel senso che gli affari che sono andati in fumo, sono quelli dei negozianti che, con sacrifici e dedizione, avevano aperto delle attività economiche, come grow shop ed hemp shop sul territorio.

E’ un’operazione delle forze dell’ordine che ha riguardato circa 50 attività commerciali tra le quali alcune del settore canapa, ma anche altre come erboristerie o negozi di sigarette elettroniche, che a vario titolo commerciavano cannabis light nella provincia di Taranto. Iniziata a dicembre del 2018, e proseguita con diversi sequestri e accuse di spaccio, secondo l’articolo 73 che regola le sostanze stupefacenti, oggi ha lasciato i negozianti con un grande punto interrogativo, visto che, a distanza di quasi un anno, i processi non sono più iniziati.

“Il 5 dicembre del 2018 alle 8 del mattino, mentre uscivo con la mia compagna per andare al lavoro, è sbucata alle nostre spalle una Punto con a bordo un luogotenente della guardia di finanza e il comandante della compagnia di Martina Franca. Ci hanno bloccato, perquisito personalmente, la macchina, il garage, la casa e anche i dintorni, perché convinti che noi spacciassimo”. E’ il racconto del titolare di uno dei negozi coinvolti, il grow shop Makeba di Martina Franca. “Dei 51 esercizi coinvolti una quindicina sono stati posti sotto sequestro. A noi, dopo non aver trovato nulla in casa, ci hanno portato in negozio. Prima volevano sequestrare le borse in canapa che acquistiamo dal Nepal, perché c’è la foglia impressa, poi anche i tarallini e prodotti di canapa alimentare e cosmetica, sempre a causa del logo con la foglia di cannabis. Dopo l’intervento del nostro avvocato, ci hanno sequestrato 6mila euro di prodotti tra cartine, grinder, bong, vaporizzatori, pipe e 2 etti di infiorescenza di canapa light, comprata rigorosamente da aziende che ci allegavano fattura e analisi con THC inferiore allo 0,3% e acquistata già imbustata”.

Il negozio oggi rimane aperto con grande fatica: per i ragazzi la situazione è sempre più difficile economicamente e poi c’è da considerare “la pubblicità negativa che i media ci hanno fatto in quel periodo, facendoci perdere la clientela”.

Situazione simile a quella di Kriptonite, che è a Taranto. “Noi abbiamo subito un sequestro il 3 dicembre del 2018”, racconta la titolare, anche lei in attesa di processo. “A noi hanno sequestrato tutta la cannabis light nonostante avessimo fatto fare le analisi due volte ai prodotti ed era tutto imbustato e sigillato. Mi hanno sequestrato anche gli oli al CBD, alcuni pupazzi e altri prodotti, oltre ad avermi fatto togliere gli adesivi con la foglia di cannabis. Volevano sequestrare anche i semi, ma poi hanno evitato. Ad ogni modo siamo stati accusati di spaccio e non abbiamo più saputo nulla”.

Il problema infatti è il fatto che, a distanza di un anno, i processi non sono ancora iniziati, lasciando tutti nell’incertezza e senza la possibilità di recuperare la merce sequestrata. “Siamo ancora in fase cautelare con il sequestro pendente, il processo deve ancora iniziare”, conferma l’avvocato Angelo Loizzi che difende il grow shop Makeba, “nonostante ci siano state diverse sentenze che confermano la liceità della infiorescenze”.

In tutto questo continuiamo ad aspettare che la politica si faccia sentire: basterebbe una semplice norma per rendere il commercio di cannabis light legale, ed evitare che decine e decine di piccoli imprenditori, che hanno investito soldi, tempo e risorse nel settore, vedano crollare le proprie attività mentre magari, a pochi chilometri di distanza, altri negozi vendono lo stesso prodotto senza aver mai avuto problemi.





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