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Achille L: Il successo del Non Rap

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All’inizio non capivo la differenza tra avere o essere.
Tutto conciliava in un’insana voglia di avere ciò che mi mancava.
Il mio quartiere era la mia culla, la mia tana, la mia prigione allo stesso tempo.
Gli amici divennero colleghi.
La vita un lavoro e un gioco nello stesso momento.
L’adrenalina e il rischio carburante per la mente.
Ben presto diventai ciò che avevo.
Un corpo senz’anima. Carne e vene e filigrana.
A quel punto capii la differenza tra avere ed essere. Nessuna.
Il mondo sopravviveva mentre io vivevo.

Blessed. Recita così il tatuaggio sulla mano destra di Achille Lauro. Una parola sola che riflette però statuaria l’essenza più profonda del suo rap, del suo mondo e della sua storia. Perché Achille si sente davvero benedetto. Sfuggito più volte ai pugni duri di quelle strade di Roma sempre in salita e mai in discesa, con tanti (troppi) brutti esempi da seguire. Il rap è il mezzo di evasione, i primi brani e mixtape, Marracash gli strizza l’occhio e vola a Londra, firma per Roccia Music ed ecco che lo troviamo sulla copertina del suo disco “Immortale” immortalato con una corona di spine.  Io in un anno ho fatto quello che in sei si fa.

Achille L si colloca completamente al di fuori delle sonorità che hanno caratterizzato finora il rap italiano. Riportando le parole del suo mentore, Achille L è “la nuova sensation dello street rap”. Beh, Marra ci ha visto giusto. Quello che emerge da “Immortale” è un rap essenziale, fatto d’immagini più che parole. Achille ha una scrittura estremamente personale, intima e senza censure che non lascia spazio ad argute metafore. Un coinvolgimento emotivo raro e prezioso, che scava a fondo nei solchi dei giorni passati e che quasi mai si era sentito in Italia. Rime chiuse spesso e volentieri con la stessa parola, frasi decostruite, ripetizioni e concept che ritornano nel corso del disco. La propria vita al centro di tutto, il riassunto del percorso dal buio alla luce.

La luce appunto. Il big bang di Genesi aveva dato il via a nuove sperimentazioni, con nuovi nomi. Achille L è sicuramente uno dei frutti più maturi di questa nuova generazione del rap, frutto di quella evoluzione nata proprio dall’eden di Roccia Music. Tracce come “Ghost” (con la produzione di The Ceasars che, cazzo, applausi), “Contromano” (sul tappeto di The Night Skinny) o ancora “Lost for Life” rendono il quadro completo di quello che emerge da Immortale: qualcosa di nuovo rispetto al solito, allacciato perfettamente ai buchi del nostro tempo. Achille L non è un rapper fenomenale. Non è il rapper degli incastri impossibili o delle citazioni improbabili. Dalla sua ha il vantaggio di essere un ottimo, grande comunicatore con una forza comunicativa impressionante. Sempre diretto e pungente col quel dente avvelenato che solo l’accento di chi conosce i peggio sobborghi de Roma può avere.

Immortale” porta il viaggio grezzo e privato di Achille L nei nostri stereo, dal purgatorio al paradiso. L’insieme assume contorni quasi sacrali, soprattutto nei paragrafi alla fine di ogni brano in cui Lauro snocciola il proprio credo e la propria filosofia. Quasi come fosse tutto una preghiera, una bibbia. Blessed, ricordate? Achille non ama definirsi rapper, è un’etichetta che non lo veste come ha dichiarato in più interviste. Achille forse, centra anche poco col rap. Lui fa la sua musica, annegata in quelle sonorità che spaziano tra l’hardcore e l’elettronica che ben si allontanano dal classico boom bap.

Il rap è sempre stato l’habitat naturale dell’esagerazione metrica, del messaggio pensato, sensato e ben costruito. Le rime di Achille sono colpi brevi, spesso simili e ripetitive. Concordi sul fatto che “Immortale” sia un lavoro davvero interessante e che come tutte le cose innovative avrà bisogno di tempo per esser compreso a pieno, resta da capire il successo che Achille ha ottenuto proprio in un ambiente che sembra non essere il suo. Almeno sulla carta.

Nell’era del social, del sempre connesso in cui tutti hanno parola su tutto, in cui tutti vogliono raccontare per ottenere il riscontro (e l’attenzione) degli altri, in cui anche al lavoro ci esprimiamo con non più di 140 caratteri (dai, esagero) Achille L ha portato la ricetta perfetta: la propria esperienza personale scandita su un soundtrap completamente diverso dal solito. Che il rap classico stesse affrontando una parabola discendente (ahimè), ce ne eravamo accorti già da tempo. Achille piace non perché sia dotato di un talento cristallino e indiscutibile. Piace perché non è standard, perché è lontano dal già sentito. E’ la conferma che sta nascendo un nuovo modo di comunicare e di fare musica, con un rap che non è rap ma sembra esserlo e che pesca più da altri generi che dalle proprie radici. Può piacere o non piacere, certo, ma resta il fatto che il biondo platino della testa di Achille ci ha dato una grossa sberla anticipando quelli che molto probabilmente saranno i prossimi passi del panorama musicale.

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Mattia Polimeni 



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