«Corri!» disse l’orologio.

«Sto per partire» sussurrò malevolo l’aereo «e con me perderai la navetta, la prenotazione all’hotel, il tour guidato, la priorità per il posto in spiaggia…»

L’uomo perse l’aereo. Protestò, si disperò, urlò, pianse un poco, poi si calmò. Tirò un sospiro profondo e, finalmente, iniziò a guardarsi intorno.

Viviamo per andare in vacanza. È un dato di fatto. Basta tendere un po’ le orecchie per notare che oltre a maledire il tempo e la politica, una delle domande più ricorrenti nei caffè, al ristorante, o nelle chiacchiere fra amici è «dove andrai quest’anno in vacanza?». Come se non sfruttare i fatidici giorni di ferie tanto attesi per andare da qualche parte sia diventato il nuovo delitto sociale del millennio. Milioni di persone lavorano tutto l’anno per pagarsi una settimana di crociera, o in un resort all inclusive. Milioni di persone talmente stanche di sentire problemi che non hanno assolutamente voglia di verificare gli impatti del loro tipo di viaggio, di faticare per risalire alle pratiche gestionali della loro scelta vacanziera. Milioni di persone impattano, ogni giorno, su luoghi, culture, ecosistemi e tradizioni, spesso senza neanche rendersene conto.

Non è solo una questione socio-psicologica che può essere dannosa, perché porta spesso a stressarsi e rovinarsi le ferie solo per poter dire di essere andati in vacanza da qualche parte. È una questione che riguarda anche il nostro impatto su intere comunità, oltre che sul pianeta su cui viviamo.

1,3 miliardi di esseri umani si muovono ogni anno per fare turismo; è come se l’intera Cina si spostasse. E si parla soltanto delle cifre del turismo internazionale. Dire che è tanto, è poco: nonostante la frenata avvenuta a causa della pandemia, il turismo è un settore fortemente in espansione a livello mondiale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Infatti, l’arrivo di quantità così sostanziose di persone sta ridisegnando ormai da anni l’aspetto e la vita intera di certe località. Basta pensare a Venezia, divenuta ormai un vero e proprio museo all’aria aperta in cui i pochi abitanti si trovano stritolati dalle dinamiche del turismo di massa, che, se non è attentamente gestito, tende a fagocitare le sue mete. Lo vediamo nelle località marittime italiane, ma anche in certe zone montane, oppresse da un peso troppo grosso da sostenere per territori spesso molto piccoli.

È il temutissimo, terribile blob informe, denigrato, ma comunque in continua crescita del “turismo di massa”.

Ma il povero turismo di massa non è sempre stato qualcosa di negativo. Le sue origini risalgono a metà del XIX secolo, quando l’ignaro tipografo inglese Thomas Cook ha l’idea geniale di proporre viaggi organizzati a pagamento. Assieme all’avvento dei trasporti veloci e alla diffusione di un benessere economico generalizzato, l’idea stessa di viaggio cambia completamente: dal Grand tour esclusivo e dispendioso – in termini di tempo e soldi -, si passa alle vacanze brevi, pronte e impacchettate, alla portata di tutti. È una novità popolare, che permette a chiunque di divertirsi, di gustare i frutti del proprio lavoro con esperienze esotiche e rigeneranti.

Come sempre però, il troppo stroppia e, dopo aver snaturato i parchi nazionali americani per trasformarli in parco giochi per umani affamati di finte avventure e aver devastato coste intere per costruirci resort paradisiaci ma tremendamente inquinanti, ci si rende presto conto che, così come le risorse del pianeta non sono infinite, anche la forza vitale dei luoghi, in termini sia ambientali che sociali, si esauriscono.

Negli anni ’80 del Novecento inizia a farsi pressante la necessità di un turismo sostenibile e responsabile, che modifichi il suo approccio, passando da puro divertimento mordi e fuggi a un modo di viaggiare attento e consapevole ai luoghi e alle persone. Nel 1987, nel famoso Rapporto Brundtland, pubblicato dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, compare per la prima volta la definizione di sviluppo sostenibile, definito come: «lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri». L’Organizzazione Mondiale del Turismo coglie la palla al balzo e l’anno dopo propone il concetto di turismo sostenibile inteso come «le attività turistiche che si sviluppano in modo tale da mantenersi vitali in un’area turistica per un tempo illimitato, non alterano l’ambiente (naturale, sociale ed artistico) e non ostacolano o inibiscono lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche». Pare semplice, a parole, ma non lo è affatto.

Il turismo di massa negli ultimi anni ha continuato a mostrare i suoi effetti peggiori, dalla distruzione di interi ecosistemi all’inquinamento che causano molte strutture, dall’impatto di viaggi arerei continui e inconsapevoli all’annientamento di intere realtà culturali. Si rendono sempre più manifesti anche i paradossi di questa forma di turismo che invade senza pietà certe aree, sommergendole e calpestandole di presenze invasive e stagionalizzate, mentre ne trascura altre, lasciandole morire nell’abbandono più totale. Insomma, il concetto di turismo di massa, ormai sulle bocche di tutti, è diventato pop a tal punto che nel 2018 è stato coniato il neologismo “overtourism” (troppo turismo), poi inserito nel dizionario di Oxford e candidato a parola dell’anno.

Anche il concetto di turismo responsabile ed eco-compatibile è però sulle bocche di tutti: se si parla di transizione ecologica, del resto, non si può fare a meno di nominarlo. Non solo per l’impatto ambientale ed economico (in Italia il turismo copre il 13% del Pil nazionale!), ma anche perché il nostro modo di viaggiare è specchio del nostro modo di stare al mondo e di concepire il nostro rapporto con il mondo.

Questo momento di transizione può e deve essere anche per questo settore un’ulteriore spinta – già prima molto urgente – per reinventarsi e ripartire nella giusta direzione, responsabile ed eco-compatibile. Come fare? Tramite una progettazione ponderata e approfondita delle nuove località ricettive, investimenti nella conversione di quelle già esistenti, incentivi alle realtà turistiche radicate nel territorio e leggi di tutela paesaggistica e culturale che prevengano abusi edilizi, consumo di suolo e sfruttamento indiscriminato degli ecosistemi e delle popolazioni locali.

A livello individuale invece tocca il compito di studiare prima di viaggiare, guardando alle proprie mete con l’occhio consapevole e rispettoso di un ospite, che, come prevedeva l’etichetta degli antichi greci, va pronto a dare, oltre che a ricevere. Il turismo sostenibile, che secondo l’Associazione Italiana di Turismo Responsabile ha come principi cardine la giustizia sociale ed economica e il pieno rispetto dell’ambiente e delle culture, è per tutti. È un turismo da inserire nel quotidiano, che non è fuga, ma piuttosto un pezzo di vita e di scoperta. È un turismo che regala meraviglie segrete, che restano nel cuore, un turismo che permette di divertirsi nel rispetto di luoghi e persone.

E se i parchi nazionali sono affollati come centri commerciali, se i sentieri diventano trafficati come autostrade e le spiagge come formicai… beh, pensiamo a creare più parchi e meno centri commerciali, chiudiamo strade e apriamo sentieri, lasciamo il mare libero di essere vasto, immenso e rispettato così come dovrebbe sempre essere invece di rinchiuderlo in località balneari consumiste e consumate. Pensiamo un turismo che riesca a coniugare l’Economia con l’Etica e l’Eco-sostenibilità.

Molti amano definirsi viaggiatori e non turisti, come se il turismo fosse qualcosa di negativo e il viaggio invece qualcosa di positivo e rispettoso. Facciamo sì, invece, che il concetto di viaggio non sia separato da quello di turismo. Diventiamo, turisti viaggiatori, che viaggiano per sé stessi, ma anche per i posti, riscoprendo e valorizzando. E se perdiamo l’aereo? Beh, forse abbiamo guadagnato un viaggio vicino che può, incredibilmente, portarci davvero lontano.

a cura di Sara Segantin
24 anni, è scrittrice e alpinista, specializzata in turismo responsabile e comunicazione della scienza





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