Sul pacchetto un labirinto a forma di R, all’interno, la chiave per entrarci, attraversarlo e uscirne. Si chiama Rancore Hermetic Cheese ed è la nuova nata in casa Green Lab: una piacevole e saporosa infiorescenza coltivata indoor, lanciata da Rancore insieme ai ragazzi di Green Lab Italia, già usciti con una serie di prodotti dedicati a Ensi, Yoshi e al compianto Primo Brown. A presentarcela è Rancore stesso, Tarek Iurcich all’anagrafe, nato a Roma ventinove anni fa, da padre croato e madre egiziana, rapper dalla penna acuta e cerebrale tanto da dare vita a un genere, l’Hermetic Hip Hop. Esploso nel 2006 con “Segui Me”, dopo “Elettrico”, “Silenzio”, “S.U.N.S.H.I.N.E.” (tutti con Dj Myke) e una serie di illustri collaborazioni, Danno e Murubutu su tutti, Rancore è tornato quest’anno con “Musica per bambini”. Un disco estremamente intimo che ne segna la rinascita dopo un periodo difficile.

Con questo lavoro sei andato davvero oltre…
In effetti ho sempre usato tanta razionalità in ogni disco e in ogni pezzo, cercando di metterci sempre un alto grado di complessità cervellotica, che è anche un po’ la mia firma. In quest’album, invece, c’è tantissimo cuore, anzi, c’è una sintesi tra cuore e cervello che si dicono tra loro: “stiamo impazzendo”. Quindi nella follia andante in cui ho scritto questo disco, ho tirato fuori tantissimi mostri. Alcuni erano coperti nei dischi precedenti, altri erano già stati scoperti da tempo, ma a questo giro c’è stata una guerra contro i mostri molto più complessa e articolata. È in questo senso che ho esagerato, cioè ho tirato fuori tutte le paure, le speranze, senza peli sulla lingua e senza preoccuparmi di essere compreso al cento per cento, ma nella certezza che chi ascolti il disco col cuore o col cervello riuscirà a riconoscere le sensazioni che ho passato e che credo appartengono a molti.

Perché hai sentito l’urgenza di aprirti così?
Goccia dopo goccia l’acqua nel vaso era diventata davvero troppa, non poteva fare a meno di traboccare. Ecco, più che una decisione è stato un bisogno viscerale di dire certe cose, di cercare il mio modo per poter lanciare una serie di critiche, ma anche di idee. E poi, probabilmente, era il momento giusto: i miei ventisette anni di allora, uniti alla situazione italiana, allo sviluppo della tecnologia, alla difficoltà di comunicazione sia nella vita reale sia in quella virtuale, alle delusioni, ai tradimenti e alla evoluzione del mondo musicale… tutto questo, insieme, mi ha portato qui. O esplodevo, letteralmente, oppure scrivevo un disco che inizia dicendoti proprio che sto per alzare la voce, per dirti tutto come sta.

E che “La musica è libera quanto un’ora d’aria in carcere”.
Non penso di essere nato né nel momento storico né nel periodo musicale migliore per quello che faccio. Anzi, forse è anche il peggiore, ma non posso dirlo con certezza, non avendo vissuto gli altri. Sicuramente, guardando me stesso da fuori nel sistema, capisco che c’è stato qualcosa che non ha funzionato. Nel disco c’è un lato critico legato al concetto di “Musica per bambini”, nato perché alla radio, al bar, ovunque, sentivo roba che stava in cima alle classifiche e mi sembrava proprio musica per bambini. Quando mi sono reso conto che tutto era fatto per attivare l’attenzione di un bambino e che la comunicazione si basa sul fatto di parlare a una persona come se fosse un bambino distratto, mi sono calato in quella prospettiva.

Che, però, scrivendo è cambiata.
È partito tutto come uno sfogo, ma dal momento in cui i primi testi erano scritti, mi sono detto: questa musica per bambini in realtà è un mondo e come tutti i mondi ha delle criticità, ma contiene anche delle speranze, delle cose costruttive. A quel punto il linguaggio dei bambini è diventato una chiave per spiegare cose che questo disco non avrebbe potuto spiegare in altro modo. Da lì sono nati pezzi come “Sangue di drago”, una vera e propria favola, in cui il mondo di “Musica per bambini” si purifica di un aspetto più fantasioso, che per assurdo, però, è la vera ribellione nei confronti della musica per bambini commercializzata, dove l’immaginazione a volte viene sotterrata. È vero che il disco poi non vive di sole critiche, ma anche di metafore, di fantasia, richiedendo sempre all’ascoltatore di non viverlo distrattamente.

Cos’è per te la fantasia?
È un superpotere, ovviamente usato anche dal potere per tenerci tranquilli, come i grandi libri ci insegnano. Se possiedi fantasia puoi viverla bene oppure male; anche la paranoia è una forma di fantasia, ma un’educazione alla fantasia, che manca nella scuola, è ciò che potrebbe veramente salvare le persone da questa gabbia materialistica nella quale ci hanno chiusi. Dovremmo saper riconoscere quali sono le fantasie altrui da accettare e quali, invece, sono semplicemente un meccanismo per controllarci.

Per allontanare le paranoie in ogni caso c’è la Rancore Hermetic Cheese…
Esatto. Il nome si ispira al genere di hip hop che faccio, anzi, a cui ho dato il nome autodefinendomi un hermetic rapper, perché il senso ermetico sia a livello filosofico sia poetico è sempre stato una passione per me e credo che la mia scrittura si avvicini a questa corrente. La linea di cannabis porta il mio nome e nel logo c’è una R con un labirinto dentro, lo stesso che ho nel cervello. “Cheese” infine sta ad indicare il fiore che ha un caratteristico odore di formaggio, misto a una gradevole nota di mirtillo.

Sei un convinto fumatore di cannabis light?
Lo sono di qualunque tipo di cannabis in realtà e nella scrittura del disco l’erba ha avuto un ruolo, anche se questo è stato un album abbastanza lucido sotto quel profilo, anzi, ha trovato la sua ispirazione anche in questo.

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