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La scena è delle più surreali: una stanza buia, una ragazza seduta su una sedia girevole che indossa un visore per la realtà virtuale e un giovane uomo baffuto che armeggia tra bottoni e tastiere e che, di tanto in tanto, afferra un ventilatore scompigliandole i capelli. C’è anche uno schermo attraverso cui un piccolo pubblico può seguire quello che la ragazza vede attraverso l’Oculus: un ambiente tridimensionale astratto che strizza l’occhio tanto alla psichedelia quanto ai primi videogiochi in grafica poligonale degli anni ‘90. Il technosciamano invoca uno strano mantra, che la ragazza ripete: «I am become bit», che si perde e confonde tra rumori, glitch ed echi distorti.

In questo strano rituale postindustriale (www.vimeo.com/94023435), un po’ esperimento un po’ parodia, Michael Allison, giovane ricercatore in arti digitali, prende ispirazione dal classico sciamanesimo tribale per offrire un’esperienza spirituale surrogata che ha lo scopo di riunire in maniera inedita mente, corpo e macchina. Ma senza prendersi troppo sul serio.

Il progetto si chiama Ecstatic Computation e ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio rituale che si pratica nella realtà virtuale. Utilizzando il visore Oculus Rift, insieme al Kinect di Microsoft, il technosciamano offre un’esperienza di computazione spirituale che vuole esplorare non sole le possibilità dello strumento tecnico ma anche quelle della mente umana. Egli guida così l’utente attraverso un viaggio di unione con la macchina in cui l’obiettivo è raggiungere un territorio della mente che riesca a dare accesso a un nuovo livello di consapevolezza. Un’unione tra mente e macchina non ancora sperimentabile prima della realtà virtuale. Il tutto portato avanti con il senso dell’umorismo della cultura hacker, che disinnesca in principio le critiche seriose che Ecstatic Computation non ha mancato di portarsi dietro.

Siamo portati a credere che l’aspetto razionale e quello irrazionale delle nostre vite siano separati da una linea chiara e distinta. Eppure la nostra società iperinformatizzata spesso muove o scatena credenze e superstizioni che sembrano appartenere a stadi che precedono l’attuale civilizzazione dell’umanità. Dal complottismo alle sette religiose, passando per jihadisti e scie chimiche, tutto si può affermare tranne che eccediamo con la razionalità. Eppure in molti avvertono che quello che manca nella nostra società è affrontare con cognizione di causa l’aspetto spirituale. Non possediamo più sistemi simbolici in grado di far riappacificare mente e cuore. E tutto questo non fa che crearci una certa ansia. Ma il culto non è scomparso, si è trasformato. In parte è stato reindirizzato verso fenomeni come quello delle celebrità del cinema o della musica. Addirittura certi brand, come Apple, vengono investiti da alcuni con una devozione quasi religiosa.

Lo sciamano, in molte culture cosiddette primitive, è una guida spirituale di una comunità che ha il compito di curare e proteggere i suoi membri. E secondo psychonaut.com: «Technosciamanesimo è un termine usato per descrivere i vari metodi per l’integrazione della tecnologia moderna nella pratica sciamanica. I modi per farlo possono comprendere l’uso di droghe sintetiche, particolari forme di psicoterapia e alcune manifestazioni della cultura rave. I technosciamani generalmente abbracciano la visione che le esperienze mistiche sono almeno parzialmente riconducibili a fatti naturali e, dunque, possono utilizzare mezzi biologici e meccanici per influenzare e persino indurre esperienze di questo tipo».

Il bisogno di spiritualità e trascendenza non è stato rimosso dall’attuale sistema della tecnica. La fede nel dogma della tecnologia è tutt’oggi una tendenza cieca che dà forma e sostanza al modo in cui pensiamo al nostro mondo. Per esempio Raymond Kurzweil, un tempo bambino prodigio e oggi ideologo della Silicon Valley, ha posto come obiettivo del proprio lavoro niente di meno che il raggiungimento dell’immortalità. L’idea di poter caricare la propria coscienza nella nuvola ha, infatti, da anni abbandonato il regno della fantascienza per entrare a gamba tesa nei business plan di alcune delle più grandi corporation del pianeta. Secondo questa ideologia l’essere umano è una macchina obsoleta, che può essere corretta e aggiornata dal giusto intervento della tecnica.

Quello che fa Michael Allison non è, nelle sue intenzioni, un “vero” rito religioso, ma qualcosa a metà tra un gioco e un esperimento. Un qualcosa che vuole spingere un po’ più in là i confini della macchina e quelli della mente utilizzando forme di esperienza che comprendono psichedelia, noise e viaggi mentali, nell’accezione più classica della sottocultura technofreak. La formula con cui congeda la sua adepta dal rituale è la seguente: «Domani la tua capacità computazionale sarà particolarmente efficiente». Forse è arrivato il momento di ammettere che un pizzico di sano senso dell’umorismo farebbe bene anche alla nostra spiritualità.





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