Le emissioni nell’ambiente dovute all’attività delle novanta aziende produttrici di combustibili fossili più importanti al mondo sono responsabili di quasi il 50% dell’incremento della temperatura, del 57% dell’aumento di CO2 nell’atmosfera e del 30% dell’innalzamento del livello dei mari dal 1880 ad oggi. È l’impressionante dato che emerge dallo studio condotto da un gruppo di scienziati aderenti alla Union of concerned scientists e pubblicato sulla rivista scientifica Climate Change.

I SOLITI NOMI CHE INQUINANO IL PIANETA DA 150 ANNI. In cima alla classifica si trovano le multinazionali Bp, Chevron, Shell, Total, ExxonMobil, Saudi Aramco e Gazprom. Anche due industrie italiane fanno parte di questa lista: si tratta dell’Eni, colosso dell’energia controllato dal Ministero delle Finanze italiano e della multinazionale della produzione cementifera Italcementi, gruppo bergamasco di nascita ma attualmente controllato dalla società tedesca HeidelbergCement. Lo studio si divide in due parti, calcolando sia il contributo storico delle singole imprese energetiche al cambiamento climatico, misurato in base ai dati di produzione dal 1880, sia scorporando il dato relativo agli ultimi trentanni, a partire dal 1980 e fino al 2010, cioè nel periodo durante il quale la scienza aveva già dimostrato che le attività di queste aziende contribuivano all’emissione di CO2 ed al surriscaldamento globale.

POSSIBILI CAUSE COME CONTRO LE MULTINAZIONALI DEL TABACCO? «Prima del 1980 è possibile che le aziende non fossero state a conoscenza del danno che i loro prodotti causano – ha dichiarato la resposabile della ricerca Brena Ekwurzel – dopo il 1980, le imprese avevano dati scientifici sufficienti che mostravano come l’estrazione e la raffinazione di combustibili fossili fosse dannosa». Una questione non da poco e non solo morale. Questa ricerca potrebbe infatti aprire le porte a eventuali cause contro le compagnie volte a richiedere risarcimenti in favore dei singoli o delle comunità danneggiate dal cambiamento climatico. Un po’ come avvenuto alle multinazionali del tabacco, condannate a pagare maxi risarcimenti per avere a lungo omesso di informare la popolazione sui rischi correlati alle sigarette nonostante ne fossero perfettamente a conoscenza. Secondo la Ekwurzel: «Questo studio potrebbe orientare l’approccio delle magistrature e informare i giudici che stanno cercando di stabilire l’entità dei danni causati dalle singole aziende».

Scene di ordinaria attività petrolifera in Nigeria, dove operano la Shell e l’italiana Eni

LE INSOSTENIBILI BUGIE CHE CONTINUA A RACCONTARE ENI. Come da copione le due aziende italiane non hanno emesso comunicati per commentare la ricerca che le accusa pubblicamente. L’Eni, negli ultimi anni attivissima nel cercare di comunicare un’immagine di sé pulita e amica dell’ambiente, al punto da vantarsi sul proprio sito internet di «esercitare un ruolo importante e responsabile nella lotta ai cambiamenti climatici», dimostra ancora una volta di fare nient’altro che opera di greenwashing, gestendo a proprio comodo il flusso delle informazioni (forte anche delle sponsorizzazioni che elargisce generosamente e non certo senza interesse a gran parte dei principali media italiani) e censurando come sempre ogni notizia che riguardi le sue certe responsabilità sull’ambiente così come nella violazione dei diritti umani. Nessun commento neppure sul sito di Italcementi, che però ci tiene a far sapere a tutti che «contribuisce alla protezione dell’ambiente attraverso un uso responsabile delle risorse, l’adozione delle migliori pratiche disponibili e di sistemi di gestione». Basta crederci.

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