cannabisDurante il blitz nella sua abitazione di Reggio Emilia i carabinieri avevano trovato quasi un chilogrammo di cannabis e tutto il materiale per la coltivazione, come da prassi era stato arrestato in attesa del processo. Ma il giudice, al termine dell’udienza di convalida, lo ha rilasciato.

A convincere il Gip è stato l’avvocato del ragazzo (un 27enne reggiano) il quale ha dimostrato che il suo assistito non avesse alcuna attività di spaccio, ma tutta la cannabis serviva al suo uso personale, ed in particolare per curare lo stress che lo attanaglia.

Il ragazzo era stato accusato di detenzione ai fini di spaccio ma la sua linea difensiva ha convinto il giudice che lo ha rilasciato senza applicare nessuna misura cautelare. «Ha spiegato che coltivava la marijuana per uso personale, non ha mai spacciato sostanze stupefacenti – ha raccontato l’avvocato Morselli – il mio assistito soffre di stress e usa la cannabis per curare la sua malattia».

Una sentenza che, in attesa di conoscerne meglio i dettagli, rappresenta di sicuro una buona notizia, ma che non deve portare a trarre conclusioni affrettate. Abbiamo assistito infatti, negli ultimi anni, a diversi casi di sentenze diametralmente opposte per condotte pressoché analoghe.

Se è vero che esistono ormai diversi casi di possessori e coltivatori di cannabis assolti dopo aver dimostrato i fini terapeutici del consumo, non si possono infatti dimenticare altri casi recenti con esiti opposti, come quello dell’uomo di Roma condannato a un anno di carcere per la coltivazione di 4 piante di cannabis per la propria madre gravemente malata.

Nell’attesa ormai eterna di una nuova legge sulla cannabis i coltivatori e i consumatori di cannabis in Italia rimangono in balia delle interpretazioni dei giudici.

 

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