2014-02-26 02.12.51 pmRadici di profonda sofferenza, strumento di catarsi liberatoria e transizione, veleno ed antidoto per i mali dell’inconscio personale e collettivo. Conversazione con Luigi Chiriatti.

Qualche anno fa mi è capitato di approdare nella ormai di moda terra salentina per qualche giorno di vacanza, ma già le circostanze che mi ci hanno letteralmente trascinato lasciavano presagire che non sarebbe stata una banale villeggiatura. Infatti, non è stato così; odori ancestrali, lande rosse desolate e magici rituali hanno scatenato reminescienze ed archetipi che sgomenta e lucida, l’anima mia “ri-conosce” come familiari.

Se è vero che il ricercatore sia spinto dalla curiosità di scoprire nell’oggetto dello studio, qualcosa di particolarmente familiare ed affine alla sua anima; allora credo di aver compiuto la mia prima esperienza di ricerca.Il tarantismo.

Nuovi carissimi amici, circostanze ed episodi mai casuali, mi hanno regalato la fortuna di incontrare le persone più adatte, “i portatori”, i conservatori di questa antica tradizione, uno fra questi è Luigi Chiriatti.

Tra coloro ancora in vita, probabilmente si tratta del più informato testimone, studioso, ricercatore di questo ormai popolare fenomeno. Musicista etnologo e profondo conoscitore della sua terra, scrive numerosi libri e testimonianze sul tarantismo, ma non solo uomo di cultura, ma semplice ed appassionato, grande amico di esorcisti musico-terapeuti come gli Zimba di Aradèo e il famoso maestro Luigi Stìfani*.

Ci si sente a proprio agio mentre si parla con lui, sarà per il suo saggio sguardo lungimirante oppure per il grande calore umano che trasmette. Un amico, con il quale ho conversato sul tarantismo, fenomeno dalle radici di atavica sofferenza e al contempo strumento di “catarsi-liberatoria”o transizione, cura, veleno ed antidoto per i mali dell’inconscio personale e collettivo.

Luigi cosa era il tarantismo, un’ideologia, una malattia, una credenza religiosa fatta di archetipi e simbolismi?
Sostanzialmente è una modalità attraverso la quale un territorio esprime un’ideologia e una propria visione della vita, legata soprattutto alle classi che sono a diretto contatto con la terra. In queste persone si crea una frattura della coscienza fra se stessi e la realtà, entrando in una stato modificato di coscienza con tecniche specifiche tramandate da generazioni, che noi chiamiamo esorcismo coreutico musicale o pizzica tarantata. Con queste tecniche, la persona “malata” dà sfogo alle sue inquietudini esistenziali per poi ritornare nuovamente all’interno di una razionale quotidianità, salvo poi in alcuni momenti che può ripresentarsi lo iato fra i due modi di relazionarsi all’esistenza. Noi chiamiamo questo sistema “tarantismo”, ma non pensiamo che esso abbia origini solo salentine. Qui in Puglia si chiama tarantismo in Sardegna si chiama “arja” in Emilia Romagna “arlìa”. Inoltre, questo fenomeno avviene perché la razionalizzazione non risolve tutte le problematiche esistenziali dell’uomo, che ha bisogno di sistemi diversi per incamerare e sprigionare le proprie energie.

Puoi spiegarci le varie tipologie delle tarantate e i caratteri che assumevano quando venivano morse?
Sostanzialmente erano più spesso le donne a essere punte e a seconda dei colori della tarante cui venivano morse-possedute, dipendeva il loro comportamento e la modalità di terapia. Ad esempio vi erano tarante “libertine associabili al colore rosso, tarante lascive il viola oppure tarante sorde il cui rituale terapeutico non consisteva nel ballo, bensì nel cantico di nenie raffiguranti la morte, talvolta bellissime, con cui riuscivano a liberarsi dal male.

E’ vero che le tarante pizzicavano soprattutto tipologie di donne che presentavano problemi psicologici latenti quale frustrazioni sociali, infelicità coniugali, emarginazione?
Questo perché gli studi su questo fenomeno, sviluppati da De Martino da De Raho e da me, avvenivano in un periodo di degrado dove le donne povere lavoravano nei campi. Però sappiamo attraverso studi più approfonditi che risalgono alle cronache del medioevo, che non erano solo le contadine ad accedere a questi stati di coscienza indotti dal morso della taranta, infatti abbiamo notizie di terapie coreutica musicali effettuate a donne dell’alta borghesia. Nel mio morso d’amore forse ricorderai il caso di Cristina. Lei era una persona normalissima senza nessun problema psicologico, poi ad un certo della sua vita subisce davvero una frattura coscienziale. Ti spiego lei era in Svizzera a lavorare e viene costretta dal marito a ritornare al suo paese e riprendere le sue mansioni. Lei non accetta più di buon grado questo tipo di costrizione, dunque l’unico modo per non impazzire ed essere di nuovo accettata in quel contesto sociale, è quello di diventare tarantata. Un altro esempio è il caso più famoso di Maria di Nardò; lei accede al tarantismo quando gli viene imposto di sposare una persona più vecchia di lei, anzichè il giovane da sempre amato. Allora l’unica forma di protesta concessa a Maria era di diventare tarantata, lì canta tutto il suo disprezzo per la società. Non mi sento di giudicare queste donne come soggetti labili di una cultura disagiata, le considero altresì delle precursore, delle innovatrici. Ti faccio un esempio, se fai un statistica nei laboratori medici, la stragrande maggioranza delle donne che vanno dai dottori dicendo: “dottore dottore tenu’ nu nervoso che me parte da la punta de li pedi a la cima de li capeddi”. Vedi se le avesse sentite Luigi Stìfani (musico terapeuta) avrebbe preso il violino e si sarebbe messo a suonare perché è il sintomo esatto di quello che noi chiamiamo tarantismo.

Esistono ancora le tarantate e cosa sono oggi i neotarantati?
Le tarantate così in termini classici come ci sono state tramandate dagli studi di De Martino non esistono più, esiste però un sistema coreutica musicale, un sistema territoriale di simboli e di valenze che induce a pensare a una nuova forma di tarantismo. Queste masse di giovani estrinsecano attraverso questo ballo la loro corporalità, le proprie problematiche, il loro bisogno di manifestarsi ed esibirsi; il bello è che lo fanno senza droghe o indotti del genere, la pizzica può indurre naturalmente questo stato modificato di coscienza, sia ai giovani che ai meno giovani.

La società d’oggi aliena, omologa, impedisce di esprimerci per non turbare l’ordine precostituito. Non credi che la popolarità di questa danza sia dovuta a un sempre più impellente bisogno dei giovani di uno strumento di catarsi liberatoria per sfuggire o curarsi dai questi mali?
Si certamente c’è un bisogno da parte dell’individuo di rappresentarsi uscire dal “sé”,considerando che l’omologazione e la globalizzazione lasciano ormai ben poco spazio per esprimere la propria individualità liberamente. A volte si fa l’errore di pensare che la mente sia separata dal corpo, così non è! Da qui nasce il bisogno di essere all’interno di un luogo possedendolo fisicamente.

tarantaCome pensi sia gestito il fenomeno del nuovo tarantismo, alludo a serate, concerti e relativi introiti, come la tanto discussa organizzazione della “Notte della Taranta” ad esempio. La tradizione va’ conservata sotto una campana di vetro? Oppure deve essere aperta fruibile a tutti, rischiando però di essere contaminata?
Intanto non mi scandalizzo su come viene mercificata la pizzica e il Salento. Viviamo in un’epoca già abbastanza globalizzata. Dunque i livelli di discussione possono essere due, da una parte vi è una problematica, quella di capire che cosa è una cultura tradizionale orale che un territorio esprime. Poi abbiamo un percorso di contemporaneità che induce a pensare a una mercificazione di questi eventi. Il problema che si pone invece è se questi amministratori conoscono la cultura che esprime questo territorio? Loro sono solo attenti al fatturato e allo sfruttamento delle risorse. Ben vengano i festival i concerti di massa, tutto ciò fa lavorare la gente del territorio, ma soprattutto si creino dei momenti culturali, dei seminari dove vengano trasmessi e raccontati le tradizioni di questo territorio, si investa parte degli introiti per la tutela di questo patrimonio culturale. Bisognerebbe fare un’acquisizione dei vecchi e nuovi archivi, catalogare i cd, i nuovi testi; sarebbe utile fare una mappatura dei nuovi gruppi musicali. Questi sono consigli che darei alle istituzioni in genere. Comunque in via definitiva questo è un movimento troppo giovane per essere giudicato in maniera corretta, va fatto decantare, aspettiamo!

Parliamo un po’ di Luigi… Tu parlando di tarantismo, racconti spesso di un senso di disagio, di malinconia ed inquietudine che ti accompagna. Accompagna anche me quando parlo, leggo o scrivo sul tarantismo, sapresti aiutarmi a trovare una spiegazione?
Difficile dare una forma ai sentimenti ed alle emozioni soprattutto se sono personali. Credo però di poter dire che questo disagio sia dovuto alla ricerca dei luoghi d’appartenenza o più propriamente “dei luoghi dell’anima” che, considerandone possibile la vastità e lo sconfinamento interiore, producono quest’inquietudine.

Luigi l’altro giorno a cena quando ti ho chiesto se suonavi ancora il tamburello, mi sei sembrato stizzito, quasi come se si leggesse nei tuoi occhi un velo di nostalgia. Mi hai risposto che ti stavi dedicando ad altro come se il tamburello fosse paragonabile a un amore accantonato?
Ehee… sai non ho più questa frenesia di andare sul palco per esibirmi anche perché ci sono tanti e bravissimi gruppi giovani che anche se non hanno avuto la fortuna di incontrare i maestri che ho incontrato io, assicurano una continuità e una conservazione di questa cultura musicale. E poi non è vero che non suono più, perché quando mi viene voglia, con qualche vecchio amico lo faccio e come. Ti racconto una cosa Filippo! Sai, nella mia ricerca di testimonianze sul tarantismo ero solito mangiare chilometri su e giù con la mia vespa, per tutto il Salento. Per mantenermi sveglio quando tornavo da grandi bevute e mangiate, per tenere dritta la vespa sulle strade buie avevo l’abitudine di fare i controcanti al rumore della marmitta e credimi impegnandomi molto seriamente. Ti ripeto io ho formato molti tamburellasti che suonano in maniera veramente soddisfacente.

Chi hai formato in questi anni per esempio?
No, lascia stare non farmi fare nomi.

Allora, almeno dimmi quali musicalmente ti piacciono di più?
Mah… intanto dei vecchi ci sono gli Aramirè, gli Allabua, Ghetonìa, Zoè, il vecchio canzoniere Grecanico, tutti gruppi che hanno svolto una funzione importantissima per la riscoperta di questa tradizione musicale, poi tra i giovani ci sono interessantissime nuove realtà quali Malicanti, i Kalasima i Kumenei che, lascia perdere se fanno qualche stecca, questa è roba da puristi. Loro hanno buoni maestri su cui contare e poi molto coraggio, scrivono testi nuovi, compongono canzoni. Un gruppo che ti apre il concerto della notte della taranta, suonando la ciaramella “Tu scendi dalle stelle” a me sembra da elogiare in quanto a coraggio.

Quindi sei aperto alle nuove invenzioni e alle contaminazioni?
Non mi piacciono le forme estreme di folklore, ma certamente che lo sono. Tieni presente che fummo io e Fumarola a tenere a battesimo i Sud Sound System nell’89 all’università di Bari, quindi non mi spaventano certe contaminazioni anzi servono a raccontare un linguaggio territoriale diverso .

Luigi balli ancora la pizzica?
Certamente!

Hai mai sedotto o conquistato qualche donna con il ballo della pizzica?
Certo, mia moglie, ci siamo conosciuti e sedotti ballando, e da 24 anni siamo felicemente sposati, e ancora oggi balliamo, però siamo molto esigenti, sai ci vogliono dei ritmi che possano avvolgerti musicalmente inducendo la persona a muoversi, solo così con la persona che ti piace riesci ad esporti, come dire… “eroticamente”.

Già perché la pizzica è di fatto un ballo erotico, di cuore, di seduzione?
Assolutamente sì. Mia moglie è convinta che la musica in generale sia la più bella… no, fammi il piacere questa non la mettere sull’intervista! La musica è un’esplosione sensuale che ti travolge l’anima.

Suoni ancora in qualche ronda, per esempio vai ancora alla “Notte di Torre Paduli”?
Suonavo fino a cinque anni fa. Ora non vado da due anni per una forma di protesta ben precisa.. Non mi piace quest’ondata di estremismo verificatasi dopo la campagna “salviamo S. Rocco”, non si può impedire ad altri strumenti, alludo ai djambé, di suonare in quella notte attraverso un’ordinanza sindacale, lo si può fare invece con la forza della cultura, se ci sono i djambé bisogna fare in modo che i tamburelli e le fisarmoniche siano in maggior numero, aumentando e assumendo i sunatori di musica tradizionale .“Con lo djambé non ci vieni a S. Rocco!”, questo io lo chiamo razzismo! Vorrei domandare a questi sindaci perché non propongono ordinanze per salvare, ad esempio, la cappella di Galatina, luogo di culto che rappresenta la sofferenza di miglia di persone. Non si può tappezzare quella cappella con le gigantografie delle tarantate, non si può abusare così di qualcosa di profondamente doloroso.

Rimanendo in tema, a S. Rocco si verificano sempre più spesso episodi di territorialismo; senza far nomi anche su alcuni siti si legge spesso “la pizzica è nostra, salviamo S. Rocco!”. Come giudichi questi fenomeni: di tutela o di estremizzazione?
No, giudico questi sistemi prettamente reazionari e neofascisti. Conosco questi siti e non sono assolutamente d’accordo con loro. L’anno scorso in un convegno per aver condannato pubblicamente questo genere di posizioni culturali, ho ricevuto una lettera di insulti. Non accetto queste dinamiche, ma quale purezza della pizzica vogliono salvaguardare quella della sofferenza di Galatina? Oppure quella degli stenti dei contadini che lavoravano 16 ore al giorno nell’aia? Io li butterei a mare costoro, bisogna far capire a queste persone perché i contadini suonavano o cantavano a quei tempi durante il duro lavoro. Se proprio noi non pratichiamo un minimo di tolleranza, di accoglienza allora sì che si rischia di andare in contro a sofferenze quali il predominio di certe classi su certe altre. Non si può imporre l’identità culturale, si può altresì raccontarne l’appartenenza con percorsi e luoghi storici dove fruirne. Noi dobbiamo ascoltare chi ci viene a dire qualcosa di diverso altrimenti si rischia di rimanere degli ignoranti.

Il tuo libro “Morso d’amore” ha anche un documentario perché non è mai stato pubblicato?
Perché c’era un accordo con i protagonisti che non sarebbe stato pubblicato prima di 10 anni, poi molto probabilmente perché io e Annabella Miscuglio, la regista, ci siamo resi conto che i tempi non erano ancora maturi per mostrare alla gente un documentario così forte e aggressivo e non in linea con l’idea che si ha oggi del tarantismo.

Cosa pensi dei giovani d’oggi. Credi che le loro coscienze siano un po’ narcotizzate da strumenti quali tv, telefonini, play station, computer?
A dire la verità lì vedo un po’ male! Io ho sei figli e conosco bene le loro problematiche. Per quanto riguarda i media è una battaglia molto difficile da combattere, bisognerebbe educarli a un uso strumentale di questi mezzi tecnologici. Per quanto riguarda ideali e scopi io credo ancora che la famiglia abbia un ruolo fondamentale. Certo, il ruolo del genitore è un lavoro difficilissimo, spesso anch’io vengo accusato di troppo autoritarismo, ma quando ci si siede a tavola, tutti insieme si spegne la tv per far spazio al dialogo che spesso diventa scontro. Ma ben venga perché lo scontro è occasione di confronto e insegnamento per vecchi e giovani. Bisognerebbe parlare di più con loro spendere più tempo per i loro problemi; io sono dell’idea che un grande problema per esser meglio affrontato va diviso in tanti piccoli problemi per esser risolto. Poi è chiaro il compito del giovane è di trasgredire, il giovane per struttura deve trasgredire, non ubbidire altrimenti diventerebbe un ubbidiente.

Cambiando totalmente argomento cosa pensi della politica proibizionista attuata dal governo sul tema droghe leggere?
Intanto non credo assolutamente sia dannoso qualche spinello, se adoperato in termini corretti. Del resto la storia della canapa è molto antica, ai miei tempi era molto popolare, in Italia se ne faceva uso tessile, alimentare e soprattutto era un buon combustibile. La specie indica, invece avendo proprietà medicinali veniva anche usata per stati modificati di coscienza. Il proibizionismo di sicuro non porta cose buone, trovo che sia una forma di coercizione che stimola la voglia e la fantasia di trasgressione per accedere all’oggetto proibito o sostanza in questo caso. Attenzione, io non sono per la liberazione totale delle droghe leggere, ma per una tolleranza mediata da una buona informazione, bisogna preparare, informare la gente su cos’è questa pianta e poi lasciare libera scelta. Guarda cos è successo negli anni Trenta col proibizionismo sull’alcool… in fin dei conti, un buon bicchiere di vino e una cannetta di maria ogni tanto fanno solo bene.

Hai mai fumato una canna?
Sì certamente, capitava quando ero più giovane.

Concludendo Luigi una battuta su Stìfani il più grande esorcista coreutica musicale di tutti i tempi?
Eheh… posso solo dirti che io ero lì mentre moriva ed è morto suonando il violino sul letto di morte, con la mano sinistra mimava ritmicamente i suoi accordi. Se lo incontravi per strada all’apparenza sembrava un uomo piccolo e insignificante, ma quando prendeva il violino in mano diventava un gigante alto tre metri.

*vedi Luigi Stifani, Io al santo ci credo, edizioni Aramirè, 2000.

Vorrei ringraziare affettuosamente Lamberto, Cinzia, Danilo e Rachele che hanno di fatto ispirato il nome di questa rubrica, ma in particolare il caro amico “Don Pizzica”.

in collaborazione con Marco Matiuzzo





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