Giovanardi         Serpelloni

Non è certo da oggi che la nostra Associazione cerca di dare il proprio contributo per migliorare la sicurezza stradale e nei luoghi di lavoro. Personalmente, da anni, nel corso di tutti i dibattiti ai quali ho partecipato, non ho mancato di sottolinearlo. Il problema, che i nostri governanti di oggi e di ieri non riescono ma soprattutto non vogliono capire, è che le misure da adottare in questi due ambiti devono essere ispirate a criteri di razionalità, ragionevolezza, efficacia e giustizia. E adesso, grazie – o a causa di – all Sottosegretario Carlo Giovanardi (coadiuvato dal suo prode Capo Dipartimento Antidroga, Giovanni Serpelloni), i nodi stanno venendo al pettine, purtroppo con danni ingenti, sia nei confronti dei diritti e delle libertà dei cittadini, sia nei confronti delle casse dello Stato.

La drammaticità della situazione è dovuta al fatto, sempre più evidente, che sarà quasi impossibile togliere le castagne dal fuoco (dato che Lor Signori le hanno gettate nella m….), con l’aggravante che, oltre a coloro che fanno parte della maggioranza di governo, anche ampi settori del fronte opposto (amministratori locali e sindacati compresi) plaudono apertamente – quando non ne sono addirittura ispiratori e promotori – a questa assurda e illusoria crociata proibizionistica. In sintesi, lo ha detto chiaramente lo scorso luglio uno scienziato di fama internazionale come il professor Gian Luigi Gessa: «è idiota pensare che, se trovo tracce di sostanza in una persona che ha fumato uno spinello alcuni giorni fa, si possa dire che è tossicodipendente, tanto meno che sia pericolosa alla guida. Tutti noi sappiamo che la droga che produce più incidenti stradali è l’alcool che, però, sparisce dal sangue dopo due o tre ore. La cannabis, invece, resta nel sangue circa un mese, nei capelli ben oltre, e nei peli delle parti intime anche diversi mesi». E purtroppo, a ulteriore dimostrazione che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, neanche i provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria servono a far “rinsavire” questi pericolosi personaggi che maldestramente ci governano.

Si veda, a tal proposito, la recente assoluzione da parte del GUP di Genova di un motociclista trovato positivo all’esame delle urine: «lo stato di alterazione prodotto da uno spinello o dall’uso di coca si protrae per alcune ore, mentre la presenza nell’organismo è riscontrabile a volte anche per una settimana. È chiaro che in sede di dibattimento il difensore, in assenza di controesami da sostenere in laboratori specializzati, avrà buon gioco a dimostrare che non è possibile stabilire come il suo assistito fosse effettivamente alterato al momento dei rilievi, poiché le tracce sospette potevano risalire a molto prima. E così si hanno ottime chance di essere assolti», ha dichiarato il Procuratore Aggiunto di Genova, Franco Cozzi.

Lo stesso ragionamento deve applicarsi all’Accordo siglato lo scorso 18 settembre dalla Conferenza Stato-Regioni (G.U. n° 236 del 08.10.08) in attuazione della legge sugli stupefacenti (art. 125 del DPR. 309/90) che prevede controlli e test antidroga per i lavoratori a rischio, e dell’Intesa del 30 ottobre 2007 (G.U. n° 266 del 15.11.07), anche questa approvata della Conferenza Stato-Regioni, con test sulle urine e piliferi. Ora, in base a questa Intesa, il lavoratore etichettato come “in stato di tossicodipendenza” – senza alcuna distinzione fra uso, uso saltuario-occasionale non in periodo lavorativo e abuso (il punto 3 delle “Premesse” dell’Accordo recita testualmente «dette procedure non possono fare distinzione tra uso occasionale, uso regolare o presenza di dipendenza al fine di attuare la sospensione cautelativa») – oltre a essere obbligato a “sottoporsi a un percorso di recupero”, anche quando non ve ne sia affatto bisogno, verrà adibito ad altra mansione oppure, ove ciò non fosse possibile, verrà sospeso dall’incarico per “l’esecuzione del trattamento riabilitativo”, così come prevede l’art. 124, co. 1, del citato DPR. 309/90.

Però nessuno sembra aver rilevato che questo articolo parla dei lavoratori che “intendano accedere ai programmi terapeutici e di riabilitazione” e non di quelli che rifiutino tali programmi (se li ritengono non necessari) in quanto l’assunzione sporadica di derivati della cannabis non può essere certo definita come “stato di tossicodipendenza”, checché ne pensino Giovanardi e Serpelloni. In poche parole si è trasformata una facoltà del lavoratore in un obbligo. Inoltre l’Accordo in questione fa – giustamente – esplicito riferimento all’art. 41, co. 4 del D.Lgs. 81/08 (sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro) il quale però mette sullo stesso piano “alcol dipendenza” e “assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti”, reiterando così l’ennesima ed ingiusta disparità di trattamento fra i consumatori di alcolici – i quali, per essere “sanzionati”, devono risultare dipendenti dalla sostanza stessa – e quelli che, saltuariamente e soprattutto non in periodo-orario lavorativo, fanno uso di altre sostanze psicoattive magari meno pericolose e dannose per quello che riguarda la salute e la sicurezza sul lavoro.

Andrea Turchetti
Tesoriere dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it

 





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