Viaggi e avventure

Bolivia, il paese dove tutto è “mas alto”

2015-07-04 06.22.50 pmQuando si viaggia, spesso ci si chiede per quanto tempo ancora un luogo rimarrà uguale. Per la Bolivia questa domanda è superflua: a partire dalla capitale, La Paz, fino al più remoto degli angoli del Sud Lipez, non sarà facile per il progresso sradicare usi e costumi dalle altitudini boliviane.

Copacabana
Da Copacabana, adagiata sulle rive meridionali del lago Titicaca a 3820 mt. sopra il livello del mare, inizia il viaggio, da nord verso sud, attraverso la Bolivia, lungo la dorsale andina.
Sarà per quella sua atmosfera addormentata, sarà per quel cielo sempre terso e sereno, sarà…, ma a Copacabana i panorami sul Titicaca sono impareggiabili e non deludono mai. Il Cerro Calvario, dall’alto dei suoi 4007 mt., domina il lago che sembra un mare, non vedendosi all’orizzonte la sponda opposta. Durante la salita sul monte l’aria è frizzante, la temperatura poco sopra lo zero, ma la giornata è splendida. I pellegrini giungono fin qui, in cima, per penitenza. Giù, in paese, il bianco candore della cattedrale, che si staglia nel cielo azzurro, contrasta con le cupole decorate di azulejos gialli, blu e verdi. Davanti alla chiesa, tutti i giorni alle 10, si tiene un curioso appuntamento: il “battesimo delle auto.” Macchine, minibus e furgoni accuratamente addobbati, in coda per strada, aspettano la benedizione del prete. In questo modo il veicolo sarebbe immune da incidenti. Un chiaro esempio di sincretismo religioso, di mescolanza della dottrina cristiana con le superstiziose tradizioni autoctone.

La Paz
Dopo aver attraversato il Titicaca su una chiatta e costeggiato la Cordillera Real col micrò, il mini-bus sud americano sempre carico all’inverosimile, senza alcun orario, che parte solo quando si è schiacciati come sardine, appare in fondo ad un grande canyon, La Paz. Dal quartiere El Alto la cornice naturale di La Paz con l’incombente mole dell’Illimani (6462mt.) è grandiosa.

La capitale più alta del mondo richiama il viaggiatore incuriosito da come si possa svolgere la vita in una metropoli alla stessa altitudine del Gran Paradiso. La città offre ben poco oltre ai mercati, tanti e ovunque, di tutti i generi, animati e variopinti dall’alba fino al tramonto. Sulle bancarelle si spacciano articoli di lana di ogni tipo: maglioni, chullos (berretti), guanti, calze, i caratteristici ponchos e gli ahuayos, i coloratissimi rettangoli di stoffa che le donne tengono a tracolla, per portare la mercanzia o i bambini.

Il più insolito tra tutti è il Mercado de Hechiceria, ossia “degli stregoni”. Qui, sui banchi, confusi tra i generi alimentari, alcune ceste contengono mucchi di feti di lama essiccati. La gente gli acquista per seppellirli sotto le fondamenta della propria casa o attività commerciale, come offerta a Pachamama. Così facendo renderà il luogo fortunato e protetto. Non sarà difficile, poi, imbattersi anche in qualche venditore di pozioni magiche per curare i dolori. Aggirandosi per questo mercato sembrerà di spiccare un salto all’indietro nel tempo.

In pieno centro, è curioso vedere passeggiare donne con l’ahuayos e la tipica bombetta in testa, e campesiños, con il poncho e l’inseparabile chullos, accanto a manager in giacca e cravatta. Qui si tiene il mercato dei generi alimentari, il Mercado Lanza. La gente, a mezzogiorno, viene a consumare un pasto informale. Si trova ogni tipo possibile ed inimmaginabile di empanada di pollo, manzo, formaggio, ecc, ecc. Per quanti desiderino mangiare seduti nei comedor si possono ordinare piatti più sofisticati come la sajta de pollo, pezzi di pollo con peperoni, o i chicharrones, bocconcini di manzo alla griglia.

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Cerro Chacaltaya
Se non siete alpinisti e neanche dei semplici escursionisti, ma intendete almeno una volta nella vita provare la soddisfazione di conquistare una vetta che superi i 5000 metri d’altezza, allora il Cerro Chacaltaya è quanto state cercando. Potrete dire di essere stati a 5.395 metri sopra il livello del mare, senza correre alcun pericolo e troppa fatica. La montagna in questione si trova nella Cordillera Real.

L’ideale punto d’appoggio è la città di La Paz, dalla quale è possibile salire con un’escursione giornaliera. Quasi tutte le agenzie di La Paz organizzano escursioni al Chacaltaya, così come il Club Andino Boliviano; sì, avete letto bene “andino” perché qui si è sulle Ande e non nelle nostre Alpi. Il panorama spazia su un susseguirsi di cime al di sopra dei 5.000 metri e molte abbondantemente sopra i 6.000 metri. L’appuntamento con il fuoristrada è alle 05:00 del mattino davanti all’albergo. Dopo due ore di viaggio, all’ennesimo difficoltoso passaggio di un tornante, vediamo materializzarsi, tra le nubi, il centro di ricerca e il cartellone d’ingresso al Chacaltaya. Quest’ultimo indica l’altitudine, 5.260 metri sopra il livello del mare. Un centinaio di metri più avanti, sulla strada ormai pianeggiante, c’è il rifugio del Club Andino Boliviano. Meno di mezzo chilometro e 135 metri di dislivello ci separano dalla vetta. All’incirca mezzora di cammino, sì ripido, ma su un sentiero facile.

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Salar de Uyuni
La Paz dista da Uyuni ben 761 chilometri, 229 dei quali si percorrono in autobus mentre i restanti 532 con il treno. il famoso Expreso del Sur. Le carrozze di seconda classe hanno comodi sedili reclinabili sui quali si può dormire o guardare la televisione. Ai passeggeri vengono, inoltre, offerte caramelle e bevande. Ogni mezzora, il personale del treno passa a spolverare i vagoni. Infatti, nonostante una doppia chiusura, una formata dal vetro del finestrino e l’altra da una serranda di ferro, il treno è continuamente invaso dalla sabbia che i forti venti dell’altipiano alzano facendola filtrare nelle carrozze, dove persino la respirazione diventa difficoltosa. Il convoglio da Oruro ad Uyuni non effettua nessuna fermata, e non potrebbe essere altrimenti. In quella grandiosa depressione di 800 km di lunghezza e larghezza, stabilmente al di sopra dei 3.500 metri, che è l’Altiplano, la vita è difficile. La “puna” con i tipici cespugli di tola (ciuffi d’erba giallastra) è un terreno di zolle e pietre continuamente spazzato dal vento e dal gelo.

A Uyuni, noleggiato il fuoristrada, si parte alla volta del Salar. Arrivarci di notte è come entrare, da chissà quale porta, in un mondo irreale. Un cielo che è attraversato da parte a parte dalla Via Lattea e una miriade di stelle stravolgono l’idea che noi tutti abbiamo della notte buia, che incute paura. Stelle in alto, davanti, dietro, di fianco… si è avvolti da un rassicurante mantello di luci. Ai nostri piedi si stende, a perdita d’occhio, una infinita superficie bianca e piatta. L’Hotel del Sal fa da dimora ai viaggiatori più temerari. L’esperienza di dormire in mezzo al Salar sarà indimenticabile. L’attesa dell’alba è uno spettacolo impareggiabile. In venti minuti il Salar cambia ininterrottamente colore passando dal blu all’azzurro, dal rosa all’arancione, dal giallo al bianco. All’apparire del primo raggio di sole le proprie ombre s’allungano a dismisura. Sono queste le magie per le quali non ci si stanca mai di viaggiare…

Nei dintorni del villaggio di Colchani, dove ogni anno si producono tonnellate di sale, è possibile vedere i salinares al lavoro, armati solo di piccozza e pala, a raccogliere il sale. Per proteggersi dal riverbero del sole e dal freddo, indossano tutti grandi occhiali sopra i passamontagna. Da qui più di ottanta chilometri separano dall’Isla del Pescado. Durante il percorso Ibert, la nostra guida, ci informa di alcune curiosità: apprendiamo così che il Salar è il deserto di sale più alto (3.650mt) e grande del mondo; ha un estensione pari a 10.000 kmq, ossia come l’intera Basilicata; è la distesa più piatta sulla terra con una differenza, tra le due estremità, di un solo metro; ha uno spessore variabile di alcuni centimetri fino a 40 metri, dove si alternano strati di sale e d’argilla. Là dove la crosta è di pochi centimetri è possibile estrarre dei cristalli di sale dai sorprendenti colori verdi, celesti e rosa. Questi buchi nel terreno sono romanticamente chiamati “gli occhi del salar”. L’incombente mole del vulcano Tunupa alto 5.400 metri, unico punto di riferimento nel Salar, indica che siamo ancora nella parte nord. Ben presto però ci ritroviamo nel centro ed allora, a perdita d’occhio, non vedremo più nulla. Solo il bianco accecante della superficie che contrasta con l’azzurro del cielo. L’azzurro e il bianco sono perfettamente divisi dalla linea dell’orizzonte. Qui capiamo il luogo comune secondo cui ogni paesaggio deve essere visto personalmente per essere capito. E percepiamo che il Salar de Uyuni è il posto meno terrestre sulla terra.

Continuando il viaggio, una macchia scura sorge sullo sfondo e lentamente sembra crescere tremolando come un miraggio, spezzando la linea di divisione tra il bianco e l’azzurro. È l’Isla del Pescado, il luogo forse più stupefacente del Salar non solo perché emerge insolitamente dall’infinita distesa di sale. Si tratta infatti di un grande gruppo di madrepore fossili, reminiscenze di un enorme mare interno, oggi ricoperte da una foresta di cactus giganti. Addentrandosi lungo un sentiero tra i cactus si sale in vetta, da cui si gode la miglior veduta di tutto il Salar.

DESERTO

Sud Lipez
Abbagliati dal bianco ottenebrante del salar, appena superato, s’attraversa ora un territorio completamente grigio, la cui superficie è cosparsa di microscopici cristalli. La sensazione è quella di essere avvolti da un enorme manto argenteo il quale, man mano che ci s’addentra, lascia spazio agli stupefacenti colori delle montagne della catena andina. Sarà forse per il bianco accecante ancora impresso negli occhi, ma qui, tra questi monti, ci circondano rossi, bruni, verdi, gialli, marroni, viola e neri.

Montagne a destra e a sinistra, i ricordi di bellissimi paesaggi alle spalle e davanti l’ignoto orizzonte con ancora tanti luoghi da scoprire: siamo nel bel mezzo delle Ande, nel Sud Lipez, una delle zone più inospitali della terra. La densità di popolazione è di soli 0,5 abitanti per chilometro quadrato, le condizioni atmosferiche ai limiti della resistenza umana, si è costantemente sopra i 4.000 metri d’altitudine. Come sempre succede, la bellezza dei luoghi non corrisponde a climi con condizioni favorevoli all’uomo.

Giungendo al villaggio di San Juan, viene spontaneo chiedersi il motivo della sua esistenza. Non ci sono ricchezze, non c’è turismo, non c’è nulla, eppure San Juan esiste. “Solamente per ospitarci” si direbbe, e infatti, passeremo la notte presso una famiglia. La vita in questo luogo sperduto è ai limiti della resistenza umana. S’invecchia molto precocemente, il tasso di mortalità infantile è altissimo, l’assistenza medica assente: la vita qui è dura, davvero. Nel villaggio c’è un cimitero esclusivamente di bambini. – Confrontarsi con realtà tristi, che colpiscono direttamente al cuore vale più di ogni impareggiabile paesaggio!

– Il giorno seguente il percorso diventa difficile. Discese e salite su impressionanti pendii. Più volte si è obbligati a guadare dei rigagnoli di cui è opportuno testare la profondità, per non rimanere bloccati col fuoristrada. L’itinerario e però allietato da magnifici panorami. Il cielo è sempre più blu, l’aria sempre più sottile, il paesaggio sempre più trasparente e luminoso. Si susseguono lagune nelle cui acque vivono i fenicotteri. In quest’area si ha la possibilità di avvistare i nandù, gli struzzi sud americani molto più piccoli rispetto a quelli africani, rari lama allo stato brado e la biscaccia, un roditore selvatico simile a un coniglio dalla lunga coda. Superato il piccolo deserto di Siloli si raggiunge la Laguna Colorada a 4278 mt.

Al mattino seguente il fuoristrada, lungo una spettacolare carrareccia, arriva fino all’invidiabile altezza di 4950 mt. L’intenso odore di fumo e zolfo preannuncia le pozze di fango in ebollizione del Sol de la Mañana. Attraversiamo le rocas de Dali, un’insieme di pietre e rocce che ricordano i dipinti dell’artista spagnolo, e giungiamo alla Laguna Verde, il cui colore è l’effetto della concentrazione di minerali contenuti nell’acqua. Dietro svetta il Licancabur (5918 mt.) che delimita il confine. Di qui si entra in Cile, ma questo è un altro viaggio.

Adriano Socchi





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