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Spagna, il 22 febbraio 1900, a Calanda un piccolo paese dell’Aragona, in un influente e religiosa famiglia di proprietari terrieri nasce Luis Buñuel. Cresce dagli otto anni in un convento Gesuita di Saragozza, dove la sua fede e il rispetto verso la Chiesa Cattolica non sopravvivono alla realtà depravata del convento; lascia il collegio pochi anni più tardi per diplomarsi in una scuola statale. Da allora amerà dire: “Sono ancora ateo, grazie a Dio!”

Viene iscritto dal padre alla Facoltà di Agraria di Madrid e durante gli studi universitari soggiorna alla Residencia des Estudiantes, pentolone di giovani menti, incontra così la futura avanguardia della cultura spagnola: Rafael Alberti, Pepin Bello, Salvador Dalì, Federico Garcia Lorca… Saranno soprattutto gli ultimi due a diventare per lui una compagnia inseparabile. a fare qualche esperienza di regia teatrale, alternando il palco alla boxe, sua grande passione; abbandona nel frattempo la facolotà di Agraria per Lettere, allestisce rappresentazioni teatrali e fonda il primo cineclub madrileno: l’Ordine di Toledo.

Laureatosi nel 1924 si reca a Parigi, dove inizia la gavetta come assistente alla regia e attore sotto il comando di Jean Epstein. Nel 1929 filma il primo corto, scritto con l’amico Dalì e finanziato dalla madre: “Un chien andalou”, manifesto del cinema surrealista. La pellicola devia dai binari della narrativa per entrare in quelli del sogno, dove la simbologia e la forma soppiantano l’importanza della trama (celebre il rasoio che taglia un occhio umano, fondamento meccanico e non ultimo della realtà); provocatorio, sadico e perverso, il film viene boicottato e poi proibito in pochi giorni.

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Ma lo scandalo non fa che motivare ancor più i due che scrivono di nuovo insieme la sceneggiatura per il lungometraggio “L’Age d’Or”, prima che il loro sodalizio si rompa. L’ipocrisia e la corruzione morale della società borghese sono ancora più violentemente sbandierate e il film, esaltazione del rapporto fra Cristo ed il Marchese De Sade, divide il pubblico tra entusiasti e disgustati. Dopo alcuni attacchi degli squadristi di destra anche “L’Age D’Or” viene censurato: potrà uscire nuovamente solo negli anni ‘80. Ma Buñuel va come un treno e nel 1932 firma il documentario “Las curde”(La terra senza pane): sopprimendo l’idea del cinema quale mezzo di svago, il regista oppone allo sfarzo di ipocriti religiosi la miseria di contadini culturalmente fermi al XVI secolo.

Subito dopo la guerra civile e la sconfitta della Repubblica emigra a New York, trovando lavoro al Museum of Modern Art come direttore del doppiaggio, per tornare a dirigere films dopo una pausa di quasi 15 anni.

Nel 1946 si trasferisce in Messico, dove inizia una ben più felice ed acclamata carriera registica, pur con pellicole che lui stesso definisce “alimentari” (perché gli portano il pane in tavola). Gira “Gran Casinò”, quindi “El gran Calavera” e, diventato ufficialmente cittadino messicano nel 1948, vince la Palma d’Oro come miglior regista al Festival di Cannes per “I figli della violenza”, che riceve i favori di Jacques Prévert.

Seguono molte altre pellicole, realizzate con minime possibilità tecniche ed economiche e costantemente modificate dalla critica messicana (che lo apprezza sì,ma con i guanti) tra queste spiccano “Cime tempestose” e “L’illusione viaggia in tramvai”, con la sua attrice-feticcio Lilia Prado. Membro della Giuria di Cannes nel 1954, firma poi il torbido “Estasi di un delitto”, l’anticristiano “Nazarin” che vince il Premio Internazionale a Cannes, e l’altrettanto premiato “Violenza per una giovane”.

Nel frattempo, il Caudillo, allo scopo di divulgare un immagine positiva di sè, invita il regista a tornare in patria, come segno di ritrovata tolleranza. Buñuel non si lascia scappare l’occasione e presenta il conto di 25 anni di esilio con il suo “Viridiana”, senza tagli e senza che la rappresentanza governativa abbia avuto l’opportunità di visionarlo. Decisiva per il futuro dell’opera la scena di un gruppo di mendicanti e storpi, ripresi durante un banchetto, nell’esatta posizione dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Al contrario delle aspettative di tutti non solo la regia ma l’assoluta atipicità dell’opera ne impongono il successo: il film viene aggiunto alla lista dei vincitori (che era ormai decisa ) e un rappresentante del governo sale orgoglioso(e ignaro) a ritirare il premio…questo il giorno prima che l’Osservatore Romano lo bolli come sacrilego e blasfemo. Franco ordina provvedimenti nei confronti di tutta la delegazione a Cannes, condanna film e regista, destituisce il direttore generale del cinema spagnolo, e ordina la distruzione di tutti i negativi e le stampe dell’opera.

Il regista quindi ritorna soddisfatto in Messico a girare “L’angelo sterminatore” (1962): un’ulteriore schiaffo ai riti borghesi e capolavoro del cinema surreale come mezzo di aggressione e di analisi della morale.Vinto il Leone d’Oro a Venezia e il premio Pasinetti come miglior film con “Tristana”, recita per Trumbo in “E Johnny prese il fucile”. Poi arriva il capolavoro, uno dei pilastri della cinematografia mondiale: “Il fascino discreto della borghesia”, surreale parodia di tutte le istituzioni moderne: polizia, esercito, chiesa, politica.

Il film ha un successo strepitoso: vince l’Oscar come miglior film straniero, è nominato per la miglior sceneggiatura originale e vince il BAFTA nella stessa categoria. Pubblica “Obra literaria”, una raccolta di scritti letterari e nel 1981 scrive la sua autobiografia “Mon dernier soupir”, che verrà pubblicata postuma, nel 1982 ottiene il Leone d’Oro alla carriera. Luis Buñuel muore in Messico il 29 luglio del 1983 di cirrosi epatica, ma non senza prima riconvertirsi all’ultimo istante al cristianesimo! Eppure, nonostante la morte, Luis Buñuel ancora vive: molte delle sue sceneggiature vengono riproposte ed altre vedono la luce solo oggi come “La novia de medianoche” di Antonio F. Simòn.

La moglie Jeanne, e i figli (anche loro registi) Rafael e Juan Luis, non hanno mai rivelato la sorte delle sue ceneri. Luis Buñuel ha detto: “Quando sarò morto mi auguro bruceranno tutto quanto ho creato. Condivido il sentire del Marchese De Sade. Voglio che mi brucino e mi gettino ai quattro venti. Voglio scomparire completamente, senza lasciare traccia”. Così non è stato. Per fortuna.

Umberto Rinaldi

 





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