imagesL’11 ottobre scorso, il Giudice Monocratico di Rovereto – pronunciando una coraggiosa sentenza, destinata a fare storia – ha assolto Matteo Filla dall’accusa di istigazione e proselitismo all’uso illecito di stupefacenti (art. 82 D.P.R. 309/90) perché «il fatto non sussiste», ponendo fine così – una volta tanto, nel migliore dei modi – a una vicenda giudiziaria durata oltre due anni, durante i quali non soltanto l’imputato (che, tra le altre cose, ha dovuto subire anche cinque giorni di carcere) ma tutti noi, siamo stati appesi a un filo che rischiava di rompersi, mettendo seriamente in discussione uno dei principi più importanti tra quelli garantiti dalla nostra Costituzione: la libertà di espressione.

Il Giudice Di Fazio certamente aveva ben presente che, seppure avesse accolto la richiesta del Pubblico Ministero (un anno di reclusione e quattromila euro di multa), l’imputato – essendo incensurato e potendo, oltretutto, beneficiare dell’indulto – non avrebbe dovuto trascorrere nemmeno un altro giorno in carcere. Tuttavia, una eventuale condanna avrebbe pesato come un macigno in termini di giurisprudenza. Il ruolo svolto dall’Avvocato Zaina – rivelatosi, anche in questo caso, estremamente abile nell’individuare una linea difensiva vincente e convincente – è stato indubbiamente decisivo per il conseguimento di questo importante risultato. Ma ritengo anche – pur dovendo subordinare ogni valutazione di merito al momento in cui sarà possibile leggere le motivazioni della sentenza – che vada dato atto a questo Giudice di aver dimostrato un grande senso di responsabilità e un grande rispetto del ruolo che ricopre.

Credo sia abbastanza evidente come – nonostante il capo d’accusa attribuito a Filla fosse direttamente riconducibile al Testo Unico sulle sostanze stupefacenti – la droga in questa storia rappresenti un elemento del tutto marginale. Ciò che andava stabilito, infatti, era se fosse lecito o meno, su un sito web correlato a un’attività commerciale regolarmente dichiarata ed esercitata, discutere di tematiche inerenti all’uso e alla coltivazione di una pianta il cui consumo e la cui produzione non sono consentiti dalla legge italiana. Si noti anche che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, si trattava del primo caso in cui venisse ipotizzato il reato di “istigazione e proselitismo all’uso illecito di stupefacenti” posto in essere per mezzo di uno strumento telematico operante attraverso la rete Internet.

Sin dal primo momento, quello stesso 28 luglio di due anni fa, abbiamo stigmatizzato l’iniziativa intrapresa dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, qualificandola come l’ennesimo provvedimento ispirato da una cultura repressiva che, piuttosto che tentare di applicare una legge palesemente inapplicabile (oltre che iniqua e inefficace), aveva l’intento di sanzionare non tanto i responsabili di eventuali condotte ritenute illecite, quanto i loro presunti “ispiratori” (ovvero coloro che, pur agendo all’interno dei limiti consentiti dalla legge, potevano – in astratto – aver reso materialmente possibile l’attuazione di talune attività, la cui responsabilità non può che essere soggettiva). In altri termini, si trattava di stabilire se fosse possibile – nel sottolineare le contraddizioni di una legge che non si condivide – discutere (semplicemente, discutere), anche in termini pratico-applicativi, di tutta una serie di attività attualmente non consentite in Italia, nell’attesa (o nella speranza) di una futuribile evoluzione della situazione in senso meno restrittivo.

La questione può apparire addirittura banale agli occhi di chi considera “acquisiti” alcuni diritti fondamentali, ottenuti in seguito a grandi battaglie civili, in un passato relativamente recente e divenuti ormai parte integrante, se non addirittura fondante, del nostro ordinamento. Eppure, questa è stata un’ottima occasione per ricordare a noi tutti che un diritto, anche il più basilare, smette di essere tale se non è esercitato, reclamato, difeso. Come ogni cosa, muore, nel momento stesso in cui smette di essere vivo.

È questo il motivo per cui ho sempre considerato profondamente sbagliata e pericolosa ogni iniziativa finalizzata all’ottenimento di piccole zone franche, all’interno delle quali si può vivere in deroga alle leggi vigenti. Quella che, in questi casi, viene presentata col nome di “tolleranza”, non è altro che una piccola concessione, ottenuta al prezzo di rinunciare a un diritto che si rischia, poi, di perdere per sempre. Non bisogna accontentarsi di pochi angoli bui, all’interno dei quali si può fare tutto (o quasi). È necessario, invece, ora più che mai, pretendere di esercitare i propri diritti alla luce del sole, nel pieno rispetto della legge. Se poi ci troviamo di fronte a una legge ingiusta, è necessario lottare con tutte le nostre forze per cambiarla, ma è sempre sbagliato tentare di eluderla. Non soltanto perché si finisce, inevitabilmente, col mettersi in una indifendibile condizione di debolezza, ma anche perché quella stessa legge, paradossalmente, se non applicata (o applicata solo in parte) risulterà, agli occhi dell’opinione pubblica, più “sopportabile” e, di conseguenza, “meno sbagliata” o “meno ingiusta” di quanto sia in realtà.

Per tutte queste ragioni, il nostro essere antiproibizionisti non è rivolto esclusivamente all’affermazione di una metodologia in grado di originare strategie d’intervento più eque ed efficaci in relazione all’uso e all’abuso delle sostanze stupefacenti, ma va inteso anche – e soprattutto – come approccio sistemico responsabile finalizzato alla realizzazione di politiche a tutela della persona e dei suoi diritti inalienabili di espressione, comunicazione, informazione, ricerca della conoscenza, esperienza individuale e sociale, nonché alla promozione delle sue capacità e del suo diritto di scelta, libera e responsabile. In altri termini, si tratta di un approccio autenticamente libertario che, proprio per questa sua natura, ha la necessità imprescindibile di avere delle regole (possibilmente poche, chiare e rispettabili).

Per far vivere ciò in cui crediamo noi esistiamo e continueremo a esistere, finché ne avremo la forza, consapevoli del fatto che è facile immolarsi sull’altare di una causa, ma ben più difficile e faticoso è vivere umilmente per essa.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it

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