guru

Sto per scrivere il mio ultimo articolo su una leggenda. Devo misurare ogni parola, sceglierle con cura, perché non ci sarà una seconda occasione.

Potrei cercare un alibi e dirvi che sono distrutto dal dolore. Potrei usare decine di luoghi comuni o parlare dei tempi andati che non torneranno più come le mezze stagioni. Ma gli anni mi hanno reso un po’ cinico e disilluso e la sostanza non cambia: Keith Elam, ovvero GURU, il rapper che più di chiunque altro solo a nominarlo suscita un sentimento di rispetto, ora probabilmente sta giocando una mano a tresette con Mr. Wallace, Mr. Brown e Mr. Hendrix nei verdi prati del Signore. E tutti noi, fans e appassionati, ci auguriamo che sia davvero in un posto migliore.

Ma questa vicenda non rappresenta solamente una perdita, di certo enorme, per la musica rap e la cultura hip hop in generale. E’ la tragedia di un uomo, di un grande artista, sconfitto da quell’oscura bestia chiamata cancro. Questa è una tragedia anche dal punto di vista umano, visto quanto si può leggere sul web relativamente alle sue ultime dichiarazioni in punto di morte, la tragedia di un grande che è morto solo o apparentemente tale.

Un uomo che ha professato l’unità, il rispetto reciproco; che nelle sue canzoni incitava ad esprimere le migliori qualità insite in ognuno di noi, che nei live ci ha mostrato sempre quale dovrebbe essere lo spirito dell’hiphop. Questo era GURU. Nell’era del gangsta rap lui parlava di scolarizzazione dei ragazzi del ghetto. Nell’era della club e della crunk (e delle frivolezze) lui ci ha parlato di cultura. Ci ha mostrato le vere origini della musica afroamericana con il ciclo di Jazzmatazz, facendo quello che prima nessuno aveva nemmeno pensato. Ed è questo che dobbiamo ricordare di questo grandissimo rapper. Solo che se ne è andato troppo di corsa, troppo silenziosamente. Non ci ha nemmeno dato il tempo di somatizzare la sua malattia. Allontanatosi dalla propria famiglia, dal suo vecchio socio Dj Premiere (ovvero l’altra metà del cielo nei Gang Starr) con una presunta lettera di addio al vetriolo, senza sapere perché, ci ha lasciato, con un vuoto enorme tanto quanto i punti interrogativi. Tutto così in fretta. E così diventa difficile accettarlo. E’ difficile perché la leggenda dei Gang Starr, il mito di GURU rischiano di confondersi ora con parole come eredità, diritti d’autore, diffide, controversie legali. Tutto in mano al suo “loyal best friend” Solaar, il producer che ha affiancato GURU negli ultimi anni sotto l’egida “7 Grand”.

Sarà che ho avuto la fortuna di assistere a molti suoi live, che ho potuto parlarci di persona, ma GURU mi ha sempre dato l’impressione di essere molto distante da tutti gli stereotipi di star irraggiungibile. E la sua scomparsa assume il gusto amaro della scomparsa di un lontano parente. Di quel cugino in america che non hai potuto frequentare ma che hai sempre sentito in qualche modo vicino, forse perché era un punto di arrivo. Di certo tutto questo contribuisce alla nascita di domande. Che cos’è successo? Perché questa lettera di addio di GURU sembra invece più opera di Solaar? Perché? Io non accetto e non voglio che finisca così. Per i fans non deve finire così.

Poi mi sono accorto che a furia di pensare a tutti questi interrogativi, dall’annuncio della sua morte, non avevo ancora riascoltato una sua canzone e mi stavo allontanando dal vero fulcro della questione. Ho rimesso in macchina Momenth Of Truth e ascoltando Above The Clouds, ho finalmente realizzato. Perché è lì che Keith ora si trova. E tutto mi è apparso per quello che è realmente. Uno dei miei artisti preferiti di sempre è scomparso e da grande maestro ed innovatore qual è sempre stato è diventato LEGGENDA. Ciao GURU. Terremo vivo il tuo ricordo e le cose buone che hai fatto.

Giovanni “Zethone” Zaccaria – www.myspace.com/zethone

 





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