In Italia il percorso pedagogico definito “scuola dell’obbligo” è basato principalmente sulla frequenza obbligatoria, non compatibile col lavoro minorile, e sull’obbligo di conseguire un titolo di studio. Già molti sociologi e pedagogisti di tutto il mondo hanno analizzato metodi alternativi d’insegnamento e di preparazione alla vita che non prevedano il passaggio da quel “tritacarne sociale” rappresentato dalla scuola di oggi e dai suoi obsoleti criteri d’istruzione.

I nostri bambini entrano nel “tunnel” scuola, e compito degli insegnanti è impedire che essi si comportino da tali: dovranno essere, sin dal principio, dei “piccoli impiegati”. Obbedire, svolgere i loro compiti, ripetere; il tutto senza il ben che minimo interesse per cosa si sta imparando e perché. L’insegnante poi, che purtroppo in molti casi non ha un criterio, accumula dati, troppi per essere ricordati, se non per il tempo strettamente necessario all’interrogazione.

Tutto ciò avrà un influsso terribile sul senso della cultura e della consapevolezza del bambino da lì in avanti. Arriverà ai licei o agli istituti professionali/tecnici soltanto per inerzia, poiché precedentemente “addestrato” a diffidare della cultura come strumento di crescita personale, visto che il suo unico premio per il lavoro svolto sarà la passiva gratificazione personale del buon voto (o l’umiliazione di quello cattivo, in caso contrario), sempre a discapito dei propri compagni. Correre per non rimanere indietro, arrivare prima degli altri, primeggiare ad ogni costo: mera e selvaggia competizione tra individui.

Consapevolezza di ciò, induce a porsi una domanda: quale sarebbe l’alternativa? Internazionalmente riconosciuta è la metodologia e l’approccio educativo-formativo definito pedagogia Waldorf o steineriana, fondato dal filosofo-pedagogista Rudolf Steiner.

La prima scuola fu fondata a Stoccarda il 7 Settembre 1919 e la sua pedagogia pone le sue basi sull’osservazione evolutiva infantile (“antropologia evolutiva”), dal suo sviluppo cerebrale e fisiologico, e ruota intorno al concetto di “antroposofia”, che deriva dalle radici greche ànthropos (uomo) e sophìa (conoscenza) e si propone – detto alla buona – come scienza indagatrice di “mondi” non propriamente sensibili nel quotidiano: la psiche dell’essere umano, le sue sfaccettature, i rapporti con il mondo esterno e con la spiritualità, senza la connotazione religiosa che solitamente attribuiamo al termine.

Per poter arrivare a comprendere determinate dinamiche della realtà che ci circonda, è necessario, attraverso la stimolazione dell’insegnante/maestro, raggiungere un certo livello di consapevolezza collettiva ed individuale. È questo l’obiettivo conclamato di tutta la metodologia steineriana, che ripudia la subdola introduzione all’ossessiva ricerca della qualificazione professionale e della produttività economica, che il sistema democratico tardo-industriale predilige.

Punto cardine per la pedagogia steineriana è rappresentato dall’arte. Steiner era un neoplatonista, e per Platone le arti e le scienze erano entrambe un metodo di ricerca e comprensione della realtà. Il bambino all’asilo steineriano sceglierà il colore del proprio grembiule, che pare definisca in qualche modo la sua indole e le sue inclinazioni.

Steiner individua principalmente tre fasi, corrispondenti ai primi tre settenni, in cui di vitale importanza è l’azione educativa della famiglia e della scuola.

Nel primo settennio, il bambino conquista tre principali facoltà: la posizione eretta e la capacità di camminare, l’uso della parola, la possibilità di dire “io” a se stesso: si impadronisce delle sue capacità ed esprime al massimo le sue facoltà di movimento. Sarà accolto nel giardino d’infanzia dove, con l’ausilio di semplici materiali naturali, egli può esprimere pienamente la sua creatività e fantasia.
Nel secondo settennio sviluppa soprattutto la dimensione emotiva, la vita di sentimento: il bambino entra nella scuola: dalla I alla VIII classe, senza ripetizioni di programmi, l’intera attività scolastica sarà coordinata da un’unica figura, il maestro di classe, che con la sua amorevole autorità guiderà il fanciullo fino alle soglie della pubertà.
Nel terzo settennio si assiste allo sviluppo di un pensiero sempre più astratto e alla maturazione di una capacità di giudizio autonoma. Dopo la VIII classe, per i ragazzi è necessario conquistare un rapporto oggettivo e scientifico con il mondo e l’ambiente; la loro vita affettiva ed emotiva non è ancora del tutto strutturata e occorre sollecitarli ad un interesse per il mondo, a maturare sul piano sociale e a instaurare un rapporto vivo nei confronti dell’ambiente.

Nel liceo steineriano oltre alle materie tradizionali, si studia: economia, agrimensura, topografia, agricoltura, lavori forestali, informatica, pronto soccorso, modellaggio della creta, pittura, recitazione, intaglio del legno, scultura del marmo, disegno con la tecnica del “chiaroscuro”, battitura del rame; una visione “totalitaria” della formazione che lo porterà a valorizzare le sue passioni, attraverso il potenziamento e l’espressione delle proprie naturali capacità e la collaborazione/condivisione tra gli studenti, che sono messi sempre a confronto gli uni con gli altri per colmare, cooperando, le eventuali lacune.

Niente verifiche, interrogazioni, di conseguenza niente ansia. Solo la constante spinta, da parte dell’insegnate, ad una presa di coscienza generale della classe e all’avanzamento culturale verso un obiettivo comune.

In definitiva possiamo dire che Steiner parte dall’arte, e quindi dallo stimolare il fanciullo a scoprire quanto può spingersi oltre nel ragionamento, nella conquista di un proprio “io cosciente”, per arrivare alla curiosità, alla ricerca, all’evoluzione ed applicarle alle scienze, sapendo per primo che il “dubbio” è la fiammella che alimenta il fuoco della voglia di conoscenza insita in ognuno di noi.

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