Medici e scienziati lo dicono da tempo: la cannabis è una sostanza naturale, notevolmente atossica e sicuramente meno dannosa di sostanze vendute legalmente come l’alcool. L’ennesima conferma scientifica è arrivata da uno studio pubblicato su Scientific Reports, che fa parte della rivista Nature, nel quale gli studiosi hanno calcolato che sia ben 114 volte meno letale dell’alcool. Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno analizzato il rischio di mortalità di diverse sostanze di uso comune per scoprire che, a livello di utilizzo individuale, l’alcool è al primo posto seguito da eroina, cocaina e tabacco.

Parlando di rischio di mortalità è d’obbligo sottolineare che nella storia millenaria dell’utilizzo di questa sostanza non è mai stato registrato nemmeno un singolo caso di morte causata dalla cannabis. Negli anni ’80 la Dea in vari esperimenti con cavie ha cercato di determinare il livello DL50 (Dose letale 50) della cannabis e cioè un parametro in uso fino aprimi anni del 2000 che indica la quantità di una sostanza (somministrata in una volta sola), in grado di uccidere il 50% di una popolazione campione di cavie. La conclusione fu che: “Al giorno d’oggi si stima che il livello di DL50 nella marijuana sia intorno ai 1:20.000 o 1:40.000. In parole povere significa che per morire, un fumatore dovrebbe consumare dalle 20.000 alle 40.000 volte il dosaggio normalmente contenuto in uno spinello. Dovrebbe quindi fumare circa 680 kg di marijuana in circa 15 minuti per avere un effetto letale”Per fare un confronto: il livello LD-50 dell’aspirina è intorno ai 1:20, il che significa che stando a questi parametri, più volte ripresi da ricercatori, attivisti ed esperti, l’aspirina è almeno mille volte più letale della cannabis. Non solo, perché per la maggior parte dei farmaci da prescrizione il rapporto è di 1:10.

Detto questo bisogna sottolineare che c’è un dibattito scientifico aperto sui possibili danni che un uso cronico di cannabis ad alti livelli di THC potrebbe causare, soprattutto in età adolescenziale, quando cioè il cervello non è ancora del tutto formato. Altri effetti collaterali possono comprendere sonnolenza, tachicardia ed ansia.

DANNI POLMONARI. Nelle persone che fumano regolarmente cannabis si osservano più casi di bronchiti croniche e sintomi respiratori peggiori: smettere di fumare permette di invertire la rotta, riducendo queste condizioni. Secondo il dottor Donald Tashkin, che ha effettuato diversi studi scientifici sulla questione, “il peso accumulato dalle prove implica rischi molto più bassi di complicazioni polmonari da uso pesante, anche regolare, di marijuana, rispetto alle gravi conseguenze polmonari del tabacco”. Secondo le conclusioni il fumo di cannabis potrebbe essere associato a bronchite cronica, ma gli studi non confermano che sia associato allo sviluppo del cancro del polmone, malattia polmonare ostruttiva cronica (BPCO) o enfisema.

CANNABIS E CERVELLO. Nel 2015 al congresso annuale della American Association for the Advancement of Science (Aaas, organizzazione che pubblica la rivista Science) gli studiosi si sono fatti varie domande sulla cannabis, chiedendosi anche quali potrebbero essere i possibili danni associati al consumo. Secondo Igor Grantpsichiatra della University of California di San Diego, tra i pochi scienziati che ha portato avanti trial con questa sostanza in America a causa delle leggi restrittive: “Non esiste alcuna prova di danni a lungo termine negli adulti”. Grant ha poi spiegato che in passato si era parlato di un possibile legame tra l’uso di cannabis e un aumento di rischio di sviluppare schizofrenia, ma studi successivi non avrebbero confermato questi risultati. L’unico rischio conosciuto nell’adulto, spiega lo psichiatra, riguarda dunque la bronchite cronica. Differente invece la situazione tra i più giovani. Uno studio avrebbe infatti dimostrato che un forte utilizzo della sostanza nell’adolescenza sarebbe collegato ad un minore quoziente intellettivo in età adulta (studio poi “sbugiardato” dalla stessa rivista che aveva pubblicato il precedente per non aver controllato i fattori confondenti). Gli studi più recenti si starebbero concentrando invece sull’imaging del cervello degli adolescenti, per scoprire in che modo la sostanza modifichi l’attività cerebrale di un sistema nervoso ancora in formazione e come incida sulla memoria a breve termine, sulla capacità di apprendimento o su problemi come la sindrome amotivazionale. Si tratta però di ricerche ancora nelle prime fasi, e, come spiega Grant: “Le evidenze raccolte al momento sono ancora estremamente deboli”. In un recente studio eseguito sui topi, è stato addirittura evidenziato come piccole dosi di THC potrebbero rallentare il declino cognitivo negli anziani. Nei topi giovani, invece, la somministrazione di THC ha compromesso le prestazioni di apprendimento e memoria.
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ANSIA. Il rapporto tra cannabis e ansia è complicato. Per alcune persone fumare porta a liberarsi da ansie, preoccupazioni e paure, generando fiducia e buon umore, in altre può provocare reazioni di tipo opposto, da lievi preoccupazioni a stati di negatività, fino a sfociare, in casi rari ma possibili, in veri e propri attacchi di paranoia. Mentre l’ansia è senza dubbio un fenomeno ricco di sfumature e strettamente connesso alla soggettività di ogni individuo, i ricercatori hanno però notato come i consumatori regolari di cannabis tendono a percepire una diminuzione dell’ansia, mentre gli utenti occasionali e quelli alle prime esperienze hanno maggiori possibilità di andare incontro a stati ansiogeni. Secondo una ricerca del 2009, inoltre, i fumatori assidui (o smodati) tendono a sviluppare condizioni ansiogene che si manifestano anche una volta cessato l’effetto della cannabis. Sostanzialmente, secondo questa ricerca un uso “regolare” è utile per controllare l’ansia, mentre un uso “smodato” può al contrario favorirne l’insorgenza o l’aggravarsi. Secondo una ricerca pubblicata su Leaf Science THC e CBD possono avere sull’ansia effetti opposti. Il THC è il principio attivo responsabile degli effetti psicotropi della cannabis e un suo abuso può alimentare stati di ansia o paranoia, appunto a causa della sua influenza sull’amigdala. Il CBD, all’opposto, agisce contrastando gli effetti del THC che alterano la mente. Al punto che alcuni studi hanno dimostrato che, se assunto da solo, può essere considerato un medicinale benefico contro l’ansia.

NOTA FINALE. Per concludere bisogna sottolineare che ci sono rischi associati a quasi tutto ciò che introduciamo nel nostro corpo. Troppo zucchero alla lunga può significare carie e diabete o assumere troppo sale nel tempo aumenta le probabilità di ictus. Le sostanze psicoattive non sono affatto le uniche ad avere rischi associati all’assunzione e la nostra linea è contro l’abuso e per un utilizzo responsabile (e questo comprende anche il consumo di cannabis dopo l’età adolescenziale).

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