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In Italia la tortura esiste, ma il reato no. E’ così che l’associazione Antigone ha riassunto la situazione, dopo che il Consiglio d’Europa, a due anni dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo con la quale l’Italia è stata condannata per “torture” in relazione all’irruzione della Polizia nella scuola Diaz di Genova durante il G8 a luglio del 2001, è tornata a chiedere al nostro Paese di istituire il reato di tortura. In nome di un principio semplice ma scomodo per chi amministra il potere: chi sbaglia paga, anche se indossa una divisa. Due anni fa la Corte di Strasburgo decretò che Arnaldo Cestaro era stato vittima di tortura durante la perquisizione alla scuola Diaz avvenuta il 21 luglio 2001, alla conclusione del G8 di Genova. Secondo la sentenza Cestaro, all’epoca 61enne, fu “aggredito da parte di alcuni agenti a calci e a colpi di manganello” in “assenza di ogni nesso di causalità” fra la condotta dell’uomo e l’utilizzo della forza da parte della Polizia.

L’esecutivo del Consiglio d’Europa ricorda che un progetto di legge sulla materia è fermo in Parlamento e quindi chiede alle “autorità di agire con urgenza per finalizzare senza più attendere il processo legislativo per assicurare che la legge nazionale sanzioni tutte le forme di trattamento proibite dall’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani e che gli autori di tali atti non possano più beneficiare di misure incompatibili con la giurisprudenza della Corte”.

Non solo perché l’Italia è l’unico tra i Paesi dell’Unione europea a non avere un organismo indipendente per i diritti umani che sia in linea con le risoluzioni Onu del 1993, del Consiglio d’Europa del 1997 e con i cosiddetti principi di Parigi. Un ritardo tutto italiano che non ha alcuna giustificazione. Una settimana fa a Ginevra il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, l’organismo deputato a valutare il rispetto da parte degli Stati del Patto sui diritti civili e politici del 1966, ha chiesto conto di questo incredibile ritardo, ricevendo come risposta dal nostro governo che c’è una grande discussione intorno al tema. Bene, attendiamo “fiduciosi” gli sviluppi.

Ma l’Italia è anche uno dei pochi Paesi in cui le forze dell’ordine non hanno un numero identificativo, che sarebbe un elemento di civiltà per tutti, oltre che uno strumento di tutela nei confronti degli agenti stessi. C’è stato un tentativo proprio in questi giorni di inserire una norma all’interno del decreto Minniti contenente “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, che prevedeva l’introduzione del codice identificativo sulle divise della Polizia. Ma non c’è stato nemmeno il tempo di discuterlo perché l’emendamento è stato subito ritirato per “ragioni tecniche”. Tra l’altro l’emendamento in questione non prevedeva nemmeno che l’identificativo fosse personale, ma avrebbe permesso di risalire al reparto di appartenenza.

Le opposizioni più forti sia alla legge sulla tortura che sull’introduzione dell’identificativo per i poliziotti sono arrivati dalla destra e in particolare da Angelino Alfano e da Maurizio Gasparri. Alfano in una conferenza stampa di qualche tempo fa aveva detto che: “Sono contrario ad un identificativo per le forze di Polizia”, sottolineando che: “il numero identificativo lo vorrei per i manifestanti”. Secondo Gasparri invece l’introduzione del reato di tortura: “Rischia di inibire un uso legittimo della forza da parte di poliziotti e carabinieri e di chiunque sia impegnato a garantire l’ordine pubblico e la nostra sicurezza”.
“Bisognava sospendere la discussione sul ddl tortura”, aveva rincarato la dose a novembre l’allora ministro dell’Interno Alfano, “e non perché siamo contrari nel merito all’introduzione di questo reato ma perché non possono esserci equivoci sull’uso legittimo della forza da parte delle forze di Polizia”.

“Torturare significa procurare sofferenze acute e intollerabili fini a se stesse e che vanno al di là dell’intento omicida e che possono essere compiute da soggetti diversi da coloro he provocano materialmente la morte. Quando questo si verifica la magistratura italiana non ha altra arma che processare i responsabili per lesioni dolose, reato che cade presto in prescrizione, come nel caso della Diaz”, ci aveva raccontato l’avvocato Fabio Anselmo tempo fa.

La storia della gestione dell’ordine pubblico di questo Paese ci ha mostrato più volte il limite labile tra l’uso legittimo della forza e l’abuso. E se la scusa per la mancata introduzione di queste misure sembrerebbe essere la tutela delle forze dell’ordine, è forse giunta l’ora che come cittadini iniziamo a pretendere dai nostri politici che si preoccupino innanzitutto di tutelare noi ed i nostri diritti.

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