Ma qualcuno se lo domanda… il perché?

Oltre alle frasi di circostanza, alle bandierine nelle foto di Facebook, alle comprensibilissime lacrime, siamo in grado di fare un passo in più? Siamo capaci di chiederci quali siano le origini di tutto questo?

La più spendibile delle foglie di fico si chiama Jihad: è una giustificazione nobile (si combatte per una fede), è credibile (questi urlano davvero Allahu Akbar, prima di farsi ammazzare) e nasconde soprattutto una ragguardevole indulgenza per la nostra tradizionale vocazione cristiana al colonialismo.

Poi, nell’escalation delle possibili interpretazioni, c’è il disagio psicologico-generazionale. Giovani sbandati, emarginati dai nostri modelli di sviluppo sociale ed urbano, che – vittime manipolatissime e inconsapevoli del nuovo leviatano del terrore – anziché spararsi due caipirinha in discoteca, impasticcarsi per bene e lanciarsi ai centocinquanta all’ora in tangenziale, si strafanno di captagon (o altre anfetamine), fanno il pieno a qualche bombola di butano e si lanciano in un van contro la folla: ai miei occhi ormai stanchi, la versione – solo un po’ più tecnologica – dei ventenni che un paio di decenni fa gettavano massi dai ponti sulle autostrade.

A seguire, c’è l’ipotesi del complotto. I complottisti pensano che l’azione terroristica dell’Isis altro non sia che il terminale estremo – e drammaticamente visibile – di un disegno infinitamente più oscuro e perverso, che avrebbe come unico scopo quello di ricompattare l’Occidente contro un nemico comune. Personalmente, non ritengo credibile questa opzione nelle premesse, ma la ritengo certamente degna di attenzione nelle conseguenze: sebbene i mandanti dei vari fanatici che si fanno esplodere dentro a camion e furgoni non vadano direttamente ricercati intorno ai tavoli della BCE, è però altrettanto innegabile che le élite economico-finanziarie – e conseguentemente i loro zerbini che siedono sugli scranni dei Governi nazionali – approfittino di queste tragedie per radicalizzare il pensiero unico fondato sul dogma mercantile e disinnescare così possibili focolai di dissidenza contro il modello culturale dominante. Per rendersene conto basta ascoltare, all’indomani di ogni attentato, la litania delle loro dichiarazioni: tutte identiche, ugualmente ipocrite e unicamente funzionali a rivendicare una presunta unità occidentale contro la minaccia esterna. Oppure, è sufficiente leggere i commenti al video dell’uccisione del terrorista di Cambrils, per comprendere quanto sarebbe ormai facile, per qualcuno, alimentare gli istinti di un odio uguale e contrario e far divampare pericolosissimi incendi:

Nel suo attualissimo Essere nel fuoco, Arnold Mindell definisce il terrorismo come l’estrema, inevitabile e incontrollabile reazione dei gruppi cronicamente minoritari contro la prolungata egemonia dei gruppi maggioritari:

Non si deve essere necessariamente d’accordo. Si deve però, almeno, conoscere. In base a quanto dice uno dei massimi facilitatori al mondo, sembrerebbe dunque essere una questione di… equilibrio.

Parliamo dunque di equilibrio, che ne dite? E immaginiamo di farlo su un arco temporale sufficientemente esteso…

Come ho già ricordato nell’antipaticissimo post A che ora comincia la storia?, uscito subito dopo gli attentati di Bruxelles, a cavallo tra Otto e Novecento il Re di Belgio Leopoldo II instaurò in Congo una vera e propria dittatura militare, con lo scopo – dietro ragioni apparentemente filantropiche – di costringere la popolazione locale a raccogliere tutto il caucciù possibile (il Congo ne è pieno) per alimentare la neonascente industria della gomma, funzionale alla produzione di pneumatici per il mercato automobilistico. Alle popolazioni locali che si opponevano – o ai bambini che non raggiungevano gli obiettivi giornalieri di raccolta di caucciù – i funzionari locali del despota belga amputavano le mani o infliggevano altre mutilazioni. Ripeto: amputavano le mani e infliggevano mutilazioni. A dei bambini. Bambini come il piccolo Aylan (morto sulla spiaggia), o come Julian (morto sulla rambla). O come tuo figlio. Bambini.

A seconda delle stime, il regime in Congo di Re Leopoldo II – passato alla storia in Occidente con il soprannome di “re costruttore” – provocò un numero di morti che oscilla dai tre ai dieci milioni. Ripeto: dai tre ai dieci milioni di morti (tra cui moltissimi bambini bambini bambini… chiaro?) per consentire alla “civiltà occidentale” di sviluppare il proprio mercato automobilistico.

Ma la favola neoliberista aveva naturalmente pensato anche a questo, inventandosi la storiella – ripetuta ancora oggi da tantissimi “opinionisti” occidentali – che… sì, ci furono le colonie e le persecuzioni, ma che nel frattempo il civilissimo Occidente stava però anche esportando in Africa il suo invidiabilissimo modello di democrazia e di sviluppo. E allora vi chiedo: tutti quelli che ancora oggi hanno la faccia come il culo di difendere la nostra indiscutibile supremazia morale (più o meno come quelli del “dobbiamo aiutarli a casa loro”), non sono in tutto e per tutto complici di un fondamentalismo ideologico uguale ed opposto? Non sono essi stessi degli integralisti che si muovono sul “terreno” delle coscienze, anziché su quello di una… rambla?

Sono passati cent’anni, ma l’azione di Re Leopoldo è ancora sintomatica dell’inevitabile ferocia associata all’imposizione di un modello culturale da parte di un popolo nei confronti di un altro. Oggi – e non più soltanto per la gomma – tentiamo come se nulla fosse di instaurare regimi politico-militari (ops… democratici) in tutte le zone dell’Africa e del Medio Oriente, col solo scopo di creare nuovi mercati a cui vendere innanzitutto armi, in cambio di materie prime, stupefacenti e idrocarburi. Tutto normale?

E allora, torno a chiedervi: a che ora comincia la Storia? Di chi è la responsabilità di quello che sta accadendo? Sto cioè dicendo che la tracotanza occidentale non è quotata a Wall Street, ma ha un prezzo che, anche se molto differito nel tempo, non è misurabile in dollari.

Se la mano che impugnava il volante del van di Barcellona era quella di Younes Abouyaaquoub, quali istinti animavano la sua testa? (Attenzione: ho scritto istinti, non ragioni.)

Io non ho la pretesa di conoscere la risposta, occhio.

Ma la speranza di stimolarne un paio che vadano oltre un orsetto di peluche depositato sul luogo della strage, quella sì: ce l’ho.

PS. Magari trascinato da questo post al di fuori delle proprie zone di comfort o vittima di una prevedibile dissonanza cognitiva, qualcuno potrà essere indotto a considerare questo pezzo come ai limiti del giustificazionismo. Se così fosse, si tranquillizzi: è solo un tentativo di fornire qualche elemento di comprensione in più.

di Andrea Strozzi – Fonte: Low Living High Thinking

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