Un nuovo spettro si aggira per il mondo dell’informazione, attanaglia specialmente quella che corre via web corrompendone la residua credibilità con la caccia sempre più spietata al click, da ottenere con titolo gridati, scandali veri o presunti, capri espiatori da sbattere in copertina strizzando l’occhio all’esercito in continua crescita dei frustrati da tastiera, alla perenne ricerca di un qualche nemico – solitamente appartenente alle minoranze – sul quale vomitare cattiverie.

I siti dai quali si propagano questo genere di notizie hanno sempre degli interessi a farlo. Per alcuni si tratta di uno scopo politico: siti di informazioni che servono a veicolare messaggi politici ben precisi e a fare da cassa di risonanza ai propri leader, per altri si tratta di una banale corsa ai profitti generati dagli annunci pubblicitari pay per click, che in questo modo possono essere raggiunti nel modo più semplice ed economico, ovvero gridando contenuti di basso livello anziché investendo per assumere giornalisti in grado di produrre contenuti ricercati per la loro qualità.

Non si parla solo delle tanto chiacchierate fake news, ovvero le notizie inventate di sana pianta. Ma degli articoli fotocopia che si ritrovano riproposti in decine di siti, scritti di corsa per non perdere terreno nei riguardi della concorrenza e non uscire con la notizia su Facebook dopo che gli altri siti abbiano già raccolto l’intera mole di click, mi piace e condivisioni a disposizione lasciando solo le briciole. Concorrenza al ribasso allo stato brado.

Un tempo, per il giornalista all’epoca dei quotidiani solo su carta, il rischio da evitare, pena sonora ramanzina del caporedattore, era quello di incappare nel buco. Ovvero nella scoperta mattutina che altri quotidiani rivali avessero una qualche notizia importante che tu per qualche ragione ti eri perso. Per evitarlo si finiva spesso a scrivere in fretta un articolo su un fatto di cronaca successo nel tardo pomeriggio, a poche ore dalla messa in stampa del giornale. Ma la fretta del giornalista da quotidiano era comunque misurabile almeno in decine di minuti, e il tempo per fare una telefonata, verificare il fatto, e magari approfondirlo un minimo si poteva trovare. Oggi, nell’era del web journalism, prendere un buco significa uscire con una notizia 5 minuti dopo il rivale. Per questo, anche sulle testate principali del panorama informativo, troviamo sempre più spesso articoli imbarazzanti, non verificati, che poi si rivelano fortemente inesatti o del tutto campati per aria.

Un piccolo esempio lo abbiamo avuto in occasione del recente grande concerto di Vasco Rossi a Modena. Il giorno dopo un buontempone ha pubblicato sui social network una lista dei presunti oggetti smarriti ritrovati all’indomani, includendo anche reggiseni, vibratori e un pigiama. Era tutto inventato: ma in pochi minuti la notizia è stata ripresa e pubblicata come vera da: Il Messaggero, Il Giornale, Libero, Il Fatto Quotidiano e TgCom24. E una volta che la bufala è stata smascherata nessuno di questi giornali si è preso la briga di rettificarla. Una piccolezza su una notizia di nessuna importanza, è vero. Ma il problema è che sempre più spesso in questo modo disattento si trattano anche problemi di ben altra portata, come guerre, crisi umanitarie e politica.

Questo cattivo giornalismo è utile solo a far crescere la diffidenza che sempre più cittadini nutrono contro i media, nuovi o tradizionali che siano. L’alternativa esiste e si chiama Slow Journalism, ovvero “giornalismo lento”. Fare giornalismo slow significa reagire al sistema malato dell’informazione che stiamo vivendo. In un mondo dove le notizie sono scritte sempre più di fretta e senza qualità, significa prendere fiato e rallentare, prendersi il tempo necessario per verificare le fonti ed approfondire prima di scriverne. In altre parole lo slow journalism è una reazione al fast journalism e al junk journalism ormai imperanti, esattamente come il movimento dello slow food nacque come reazione al fast food e al junk food.

Da sempre Dolce Vita cerca di seguire questa scelta editoriale. Ne abbiamo dato prova in passato, non solo smontando miriadi di bufale e notizie inesatte sulla cannabis, ma spesso curando articoli di contro-informazione complessi, capaci di approfondire temi delicati come la questione vaccini, i rischi correlati all’abuso di antibiotici o la guerra in Palestina, solo per fare alcuni esempi. In futuro lo faremo sempre di più, questa è la linea che abbiamo scelto di seguire. Pubblicheremo meno articoli, rinunciando alla corsa ai click facili con notizie scarse nascoste dietro a titoli seducenti, ma sentiamo il dovere, come voce libera e realmente indipendente quale siamo, di portare il nostro contributo per cambiare il modo di fare informazione.

Il motivo per il quale vi illustriamo questa nostra linea editoriale è anche un altro. Affinché la scelta che abbiamo preso possa rivelarsi sostenibile esiste una precondizione necessaria: non solo l’editoria ma anche i lettori devono diventare un po’ slow, liberandosi dall’abitudine indotta dai social di consumare notizie in modo famelico e approssimativo, spesso concentrandosi solo sul titolo, pensando che questo possa essere sufficiente per farsi un’idea su un fatto o, peggio, per permettersi di commentare e giudicare. Leggete meno notizie, leggetele meglio. Questo deve essere l’obiettivo. Così come per noi sarà quello di scriverne meno e scriverle meglio.

L’alternativa è quella di ritrovarsi – in un futuro che purtroppo non appare lontano – con un sistema dell’informazione dominato da editori che rincorrono profitti prendendo in giro i propri lettori, trattandoli solo come clienti da intercettare, ingozzare di news apparentemente saporite e a buon prezzo, ma in realtà vuote e nocive. Il McDonald’s dell’informazione. Noi faremo di tutto per resistere e ribellarci, voi dateci (e datevi) una mano.

 

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