«È un kamikaze che probabilmente causerà un olocausto nucleare (…) Il razzismo è la sola cosa in cui è il migliore, perché è l’unico modo in cui tira fuori quei due cazzo di coglioni». Queste sono alcuni dei versi che Eminem, ai BET Awards lo scorso 10 ottobre, ha dedicato al Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Un ritorno al vetriolo per il 45enne rapper di Detroit, condito da una presa di posizione piuttosto netta sul tema: «a qualunque mio fan che supporti Trump sto tracciando una linea chiara: o siete con lui o con me». Più di quattro minuti di sferzante invettiva contro l’uomo più potente del mondo che non suona affatto come una forma di pubblicità – Em uscirà con un nuovo disco a breve – ma solo l’espressione di un punto di vista coraggioso e caparbio.

Kendrick Lamar ha pubblicato quella che poi è diventata una delle canzoni di protesta più venerate, “Alright”, divenuta inno del Black Lives Matter, il movimento attivista afroamericano nato nel 2013. Nonostante ciò, non può essere considerato, al pari di Eminem, un rapper politico. «Non ce l’ho con Trump, è come abbattere un cavallo già morto» ha dichiarato in un’intervista l’mc di Compton: «la sua elezione è stata folle, ma mi è servita ad alimentare il fuoco per continuare a spingere con più forza quello che voglio esprimere». Nel suo DAMN., infatti, continui sono i rimandi alla società e alla politica, e non mancano i riferimenti al tycoon: un giorno, dice K-Dot, Trump dovrà fare i conti con Dio. Jay-Z, dal canto suo, ha spiegato che «Donald Trump è una barzelletta, lo dico con tutta la mancanza di rispetto!» e, sebbene anch’egli sia tutt’altro che un rapper politicamente schierato, ha sostenuto che il Presidente degli States sia un «uomo poco sofisticato, specie quando si tratta il tema della libertà degli individui».

Nel video di “Lavender”, brano del trio di musicisti canadesi BADBADNOTGOOD, Snoop Dogg spara con una pistola giocattolo ad un clown, che nella clip prende il nome di Ronald Klump ed abita alla Clown House – ed ha, ovviamente, le fattezze del presidente eletto un anno fa. Alla clip sono seguite numerose reazioni, compresa quella dello stesso Trump, che a mezzo Twitter ha cinguettato che «se Snoop l’avesse fatto con Obama sarebbe in carcere».
FiveThirtyEight, un sito che si occupa di analisi dei sondaggi di opinione su politica, società e sport ha conteggiato il numero di volte in cui Trump è stato nominato nei testi rap dal 1989 ad oggi: in ben 266 canzoni hip hop compare Donald, con una valutazione positiva nella maggioranza dei casi – prima che si candidasse/venisse eletto, infatti, veniva visto come un modello di “arricchimento personale” da seguire. La previsione del sito è che in questi mesi la percentuale negativa sopravanzi e Trump venga citato sempre più come modello negativo e non come un ideale.

Artisti di portata globale, dunque, si sono ampiamente schierati contro l’uomo più discusso del mondo, dimostrando che esista ancora una forma viscerale di resistenza nell’hip hop e che quest’ultimo non debba per forza essere spolpato di significato per diventare trap o mumble, le due tendenze meno impegnate del genere. In Italia nessuno ha mai citato Gentiloni in un testo rap – sebbene i due siano imparagonabili per personalità, diciamo – e nemmeno Renzi ha suscitato particolare interesse. A parte le banalità da comunisti col rolex, pare evidente che manchi una strutturata coscienza civile e politica, da queste parti.

 

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