Quando si cominciò a parlare di TAV Torino – Lione sul finire degli anni 90’, il progetto in questione aveva per oggetto una nuova linea ad alta velocità/capacità che sarebbe andata ad aggiungersi alla ferrovia internazionale già esistente in Val di Susa che consentiva il collegamento fra Torino e Lione ai convogli tradizionali. Il progetto primigenio si sarebbe inerpicato attraverso il lato destro della Valle di Susa, in parte attraverso una serie di gallerie all’interno di montagne ricche di rocce amiantifere, fino ad arrivare alla cittadina di Venaus dove sarebbe stato scavato il tunnel di base di 52 km. Il tutto per un costo previsto che si aggirava sui 16 miliardi di euro, la metà dei quali a carico dello Stato italiano.

La TAV Torino – Lione fu contestata duramente fin da subito dalla popolazione valsusina, sia a causa degli enormi impatti ambientali che un’opera di questo genere avrebbe determinato sul territorio, sia per ragione della evidente “inutilità” di un progetto estremamente costoso privo di motivazioni oggettive, dal momento che il traffico merci usato per giustificarlo si manifestava estremamente esiguo ed in costante diminuzione.
Dopo avere effettuato i primi sondaggi nella Valle, nonostante le contestazioni crescenti, il governo si trovò di fronte all’aperta ostilità portata dalla stragrande maggioranza dei cittadini che intendevano risolutamente impedire con ogni mezzo che il territorio in cui vivevano venisse violentato così profondamente. In maniera del tutto trasversale la protesta crebbe di tono, coinvolgendo i cittadini sia politicamente, sia per quanto concerne le classi sociali.

La popolazione reagì coesa, riscoprendosi comunità e mettendo in luce uno spirito di solidarietà ed appartenenza al territorio, che portò sulle barricate che bloccavano le strade l’avvocato accanto all’operaio, alla maestra, al medico, al panettiere, al disoccupato, al vigile del fuoco e gli adolescenti accanto ai propri nonni settantenni.

Per circa un mese fu una lotta senza quartiere, all’interno di un territorio pesantemente militarizzato, presidiato dai blindati delle forze dell’ordine e dai check point che ricordavano sinistramente un teatro di guerra.

Ma alla fine il governo fu costretto ad arrendersi definitivamente l’8 dicembre 2005 quando oltre 50mila persone invasero l’area deputata a diventare il futuro cantiere per il tunnel di base nel paese di Venaus, nonostante fosse presidiata da parecchie centinaia di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa che si ritirarono disordinatamente abbandonando i terreni e dimostrando inequivocabilmente che il cittadino può opporsi con successo alle decisioni scellerate calate dall’alto sulla propria testa, qualora la sua resistenza sia quella di un popolo risoluto e coeso nella difesa del proprio territorio.

Nonostante la pesante debacle però il progetto del TAV Torino – Lione non morì; oggi non si tratta più di una linea ad alta velocità/capacità e neppure della tratta Torino – Lione, dal momento che sia il governo francese che quello italiano, di fronte all’evidenza di un traffico sempre più esiguo hanno abbandonato ogni velleità di questo genere.

Si tratta solamente di un buco di 57 km, deputato al passaggio di treni non necessariamente ad alta velocità che una volta usciti dalla galleria si dirigeranno a Torino sui binari attualmente esistenti. Il tunnel di base non verrà scavato a Susa ma a Chiomonte, dove già esiste un cantiere fortino ed è possibile evitare ogni conflittualità con i valligiani.

La TAV Torino – Lione si è insomma trasformata in un buco a bassa velocità del costo previsto di 8,3 miliardi di euro (il 35% dei quali a carico dell’Italia) che devasterà il territorio più limitatamente di quanto fosse previsto ed ingrasserà la mafia del tondino e del cemento con molti miliardi in meno di quanto essa sperasse. Ma se nel 2005 non ci fosse stata quella resistenza, un’intera valle sarebbe stata sventrata e la situazione oggi risulterebbe molto più tragica di quanto non lo sia.

 

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