rifugiato bambiniPenso a Madid, un piccolo bimbo del Sud Sudan che ebbi la ventura di incontrare tanti anni fa. Il suo paese, ricco di petrolio e di ogni ben di Dio, possibile granaio per tutta l’Africa, era, proprio per questo, sconvolto dalla guerra. E si moriva di fame e di terrore. A Rumbek, dove ero per raccontare quegli eventi, si contavano 20 morti al giorno. Ogni giorno.

Madid era con un fratellino ed una sorellina che lo sostenevano. Sua madre portava in braccio un piccolo neonato e teneva sulla testa una cesta con ciò che restava delle loro cose. Niente. Erano stremati, dopo una lunga marcia attraverso la foresta. In quella fuga dall’ultimo scenario di guerra, erano morti il papà di Madid ed un altro fratellino. Madid tremava per quel terribile freddo che affligge i corpi martoriati dalla fame, segno, vigilia, della peggiore delle morti.

Provammo a soccorrerlo, ma rifiutò il cibo. I suoi organi si erano ristretti e persino un po’ di pane più che sollievo produceva infinito dolore. Mentre cercavamo, invano, soccorsi, quella piccola carovana dolorosa sparì nuovamente nella foresta inghiottita dal suo terribile destino. Non so se Madid sia sopravvissuto. Ho sperato mille e mille volte di si, ma la ragione mi racconta altro.

Ho pensato a Madid in questi giorni resi un incubo dalla vicenda drammatica dei profughi. Madid era uno di loro. Un profugo interno, uno di quella maggioranza assoluta del problema che non ha neanche la forza o i mezzi per tentare l’avventura verso i nostri lidi. Per ogni mille che arrivano da noi, c’è un esercito di esseri umani condannato all’orrore. I più deboli, i più fragili. Donne, bambini ed anziani. È un corno importante del problema, un aspetto assolutamente non preso in considerazione.

Madid è il grande assente del dibattito in corso in questi giorni. Madid, anzi, è il problema.

Lo sciocchezzaio immondo sulla tragedia in atto vomita quotidianamente i suoi deliri. Risorgono destre, si rivedono simboli e pratiche del peggior passato, furoreggia non tanto il populismo, ma la demagogia più becera, quella che costruisce potere e poteri sui colori scuri dell’ignoto e delle paure. Impazza, allo stesso tempo, un umanitarismo cieco e tutto impolitico, quello de “profugo = bello”, che le paure non può far altro che moltiplicare con la sua incapacità di analisi e di proposta su quanto accade.

Parto proprio da ciò che accade. E’ necessario farlo per non perdere la bussola nel mare in tempesta di avvenimenti che sconvolge l’Europa e non solo l’Europa.

La stagione “folle” di quelle che sono state chiamate alternativamente “guerre umanitarie” o “imperialismo dal volto buono”, creatura ideologica della grande finanza al potere, ha prodotto una sequela spaventosa di stati falliti, di terre di nessuno in cui furoreggia il peggio del banditismo assassino e del terrorismo più sanguinario in un mix dei due fenomeni che non ha precedenti in quanto a crudeltà.

Irak, Afghanistan, Libia, Siria. Terre di nessuno, deserti buoni solo per il mercato delle armi ed i peggiori affari sottobanco. Il petrolio dei territori controllati dalle varie bande, ed è solo uno degli esempi possibili, si vende, viene comprato. E se si guarda alle macchine e alle armi nuove di zecca dei miliziani dell’Isis, qualcuno sta facendo affari d’oro grazie a queste operazioni geopolitiche a dir poco spericolate. Intanto i morti si contano a centinaia di migliaia, i profughi sono milioni.

La non soluzione di questi conflitti ha portato alla costruzione di vere e proprie città fatte di tendopoli di disperati ai quali le Nazioni Unite, se non bastasse, non riescono, burocratiche e costose come sono, neanche ad assicurare il minimo della vivibilità. Gli stati che dovrebbero assicurare i finanziamenti, gli stessi che parlano oggi di accoglienza, sono stranamente ritardatari nell’onorare i loro impegni in proposito. Anni di inutile attesa della pace e precarietà crescente, umanissima voglia di futuro, fanno da benzina all’esodo verso i nostri paesi. La grande fuga è da questi campi disumani e senza speranza.

Allora, per dirla in poche parole e con totale chiarezza: se è assolutamente doveroso ribadire il diritto d’asilo per chi fugge dalle guerre o dalle dittature, altrettanto doveroso, anzi, se volete, ancora più urgente e più importante, è metter fine a queste guerre e dittature. Su questo, purtroppo, regna il silenzio, non tanto delle parole quanto delle iniziative politiche.

I movimenti tacciono. La brava gente ed i democratici sono umani e solidali, ma ciecamente impolitici. Se non si affrontano le cause di certi fenomeni, si operano scelte alla lunga perdenti e devastanti, si resta in una logica capace di metter qualche necessario cerotto alle ferite della storia, ma non di sanarle. Non si cambia nulla e si rischia, non volendo, di esser complici degli autori dei disastri in corso. Ed i Madid continuano a soffrire e morire.

Mai più guerra, mai più guerre umanitarie. Condanna dei promotori di questi massacri a partire dalla famiglia Bush e da quelle amministrazioni che hanno avviato la più bugiarda e sanguinosa stagione di sangue di questo inizio di millennio. Soluzioni politiche ai conflitti. Subito. Dov’è il movimento per imporre quest’agenda? Vogliamo ascoltare inerti gli strateghi del Pentagono che ci raccontano, con infinito cinismo, che queste “migrazioni” andranno avanti per decenni, come a dire per sempre? Cioè che il futuro, per loro volontà, per volontà di poteri a loro simili, avrà i colori brutali dei massacri e delle distruzioni, delle guerre e dei soprusi più inenarrabili.

Loro continueranno a sostenere dittatori assassini e corrotti, a moltiplicare conflitti ,in medioriente e altrove, e noi, le nostre società faremo da grandi organizzazioni umanitarie che si prendono in carico le tragedie di massa da loro provocate. Ci sta bene questa complicità di fatto?

La solidarietà vera, rivoluzionaria, verso chi fugge dalla guerra e dalle dittature è mettere fine alla guerra e alle dittature. Non “regalare”, a chi ha perso tutto, spazi marginali nelle nostre società, o utilizzare i più qualificati come manodopera a basso costo nel cuore produttivo del vecchio continente, o scegliersi i migliori direttamente nei campi profughi come promette di fare il governo inglese. Se fossi profugo di guerra, vorrei due cose. Anzi tre. Pace, giustizia e tornare quanto prima a casa. Perché esser profugo è solo brutto e non c’è inno alla gioia che possa cambiare questa realtà.

E penso a Madid, a tutti quelli che non possono fuggire che sono la maggioranza assoluta e sofferente del problema. Il solo cielo che possiamo e dobbiamo immaginare per loro e per noi, l’unica bandiera per la quale combattere insieme, ora, maledettamente ora, è quella della pace e della giustizia.

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