«Uno stato che non ascolta il suo popolo, non è stato. Uno stato che azzittisce il suo popolo con la forza, non è stato. Uno stato che caccia dalla terra dove sono nati e vissuti, oltre che da sempre sfamati i propri figli, non è stato. Mi dispiace Italia, tu sei la mia terra, ma non sei il mio stato!
Ed oggi piango insieme ai bambini, ai miei nonni e genitori, che fino a ieri abbiamo giocato e banchettato all’ombra degli ulivi, su quella terra bellissima, che oggi con i manganelli vuoi toglierci!»

Sotto l’ombra di questi ulivi, che hanno 60 anni come gli anziani del paese, Danilo Caligiuri ci è cresciuto trovando riparo dal sole caldo che illumina questa parte di terra pugliese. E oggi fotografa (letteralmente, come potete vedere dalle immagini) lo scempio autorizzato dal governo italiano in nome di un interesse nazionale che la popolazione locale non riesce a capire come non possa coincidere con l’interesse di chi questa terra la vive, la coltiva con amore e la abita.

Ci troviamo a Melendugno, a 700 metri dalla spiaggia di San Foca, dove, tra proteste e scontri con le forze dell’ordine, è iniziato l’espianto dei primi 231 ulivi. Qui è previsto lo scavo per realizzare il micro-tunnel in cemento armato dell’approdo lungo 1,5 chilometri a una profondità di una decina di metri che sbucherà poi in mare a circa 800 metri dalla costa. La realizzazione dell’opera insieme al tratto offshore sotto il Mar Adriatico è stata affidata alla Saipem.

GLI ULIVI DA ESPIANTARE. Una volta realizzato il micro-tunnel partiranno i lavori degli 8 chilometri di tracciato che raggiungerà il terminale alla periferia di Melendugno rimuovendo altri 1.900 ulivi. Per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, come riportato dalla Reuters, occorrerà poi estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne, dove parte la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8mila ulivi circa, che, almeno secondo il progetto, dovranno poi essere ripiantati; poi dovrà essere realizzata un’area industriale da 12 ettari per accogliere il gas e decomprimerlo prima dell’immissione nella rete nazionale, da cui poi raggiungerà gli altri Paesi europei. E’ la parte finale del cosiddetto TAP, gli 800 chilometri del gasdotto che andrà dalla Grecia all’Italia, che farà parte del Corridoio Sud del gas che percorrerà 3500 chilometri dal giacimento di Shah Deniz 2, in Azerbaijan, fino alla Puglia. Un progetto colossale fortemente voluto dalla Commissione europea che prevede un investimento da 45 miliardi di dollari ed è ritenuto strategico per l’Europa perché diversifica gli approvvigionamenti di gas rispetto alla Russia.

Possibile che l’arrivo di un’infrastruttura di questo tipo non sia percepita nel Salento come un’occasione di sviluppo? Era la domanda fatta dalla Reuters, che aveva sottolineato come la Tap sia disposta a investire circa 3 milioni di euro l’anno per i quattro anni dei lavori ai quali vanno aggiunti il pagamento delle tasse locali, quantificate in circa 500mila euro l’anno.

E’ la domanda che si fanno tutti coloro che sostengono il progetto, e che abbiamo pensato di girare ai ragazzi del comitato NO TAP, che, o sono degli sconsiderati incapaci di capire il valore economico di questa operazione, oppure hanno aperto gli occhi prima degli altri focalizzando degli interessi che passano sopra le nostre teste, e che delle bellezze naturali di una Regione che basa la sua economica sul turismo, non sanno proprio cosa farsene.

L’ACCORDO CHE NON C’E’
Sulla questione dei finanziamenti ci risponde Elena Gerebizza di Re:common, associazione che da tempo segue la vicenda. «Il punto fondamentale sarebbe avere l’accordo che la società TAP Ag ha firmato con il governo italiano. Noi abbiamo provato a chiederlo principalmente tramite parlamentari ma non siamo mai riusciti ad averlo: il punto è questo, l’unico documento pubblico che c’è ad oggi è l’accordo intergovernativo, una presa di impegno generica a facilitare la costruzione del progetto. Albania e Grecia hanno pubblicato il government agreement che è l’accordo sugli investimenti che loro singolarmente hanno firmato con la TAP con le tasse che pagheranno o meno, le esenzioni fiscali, il tribunale incaricato in caso di controversia etc… Il governo italiano, dopo l’ennesima richiesta di un anno fa, aveva detto che l’Italia non aveva firmato nessun accordo bilaterale sugli investimenti, cosa che secondo me non è possibile. Anche perché l’unico documento in cui dovrebbe essere previsto il pagamento dei 500mila euro di tasse sarebbe quello che specificherebbe su cosa e come pagherebbero le tasse. Tutto il resto sono chiacchiere».

PER I NO TAP E’ UN’OPERA INUTILE
Per Marco Santoro Verri, del comitato NO TAP, la questione centrale è «L’inutilità dell’opera in questo momento storico in cui dal 2003 al 2009 c’è stato un pareggio nei consumi di gas e dal 2009 ad oggi c’è stato un abbassamento continuo, quindi il discorso strategico dal punto di vista energetico non sussiste. Così come il discorso che l’opera servirebbe a differenziarsi dal gas russo: di recente l’Azerbaijan ha acquistato gas dalla Russia e dall’Iran. Quindi l’interesse dei Paesi coinvolti è solo nella realizzazione dell’infrastruttura e nella speculazione ad essa collegata». Tornando al discorso degli ulivi: «TAP sta estirpando gli ulivi con un’autorizzazione vecchia, perché il progetto nuovo è in fase di valutazione. Si tratta di una forzatura nata perché loro dovevano dimostrare di essere partiti con i lavori. Il Consiglio di Stato di recente si è espresso sulla normativa Seveso, che riguarda la tubatura e la centrale di pressurizzazione che sono lontani dall’essere costruiti e non c’entrano nulla con il micro-tunnel e gli ulivi: si è fatto volutamente un calderone per far avviare i lavori in mancanza delle autorizzazioni necessarie. E si parla di 200 ulivi quando invece sarebbero circa 1800 in 8 chilometri: ma il problema non è solo ambientale, è nel fatto che è il sistema che ha imposto per l’ennesima volta una grande opera che è inutile, e non lo diciamo noi, lo dicono i dati. In Italia abbiamo già due gassificatori fermi e paghiamo il non passaggio del gas perché non serve, si trovano a Livorno e Rovigo. In Europa abbiamo un surplus di gas e quindi è per questo che il dubbio è che il forte business sia nella costruzione dell’infrastruttura».

«C’è uno studio scientifico in corso sull’impatto ambientale dell’opera», continua a spiegare, «che prospetta una riduzione del turismo del 70%, quindi poi è inutile stare qui a parlare di Puglia e sviluppo. Il problema lo stiamo guardando sul territorio ma è globale, io sono stato in Grecia a vedere come stanno le cose e la strategia europea non esiste. C’è una mancanza di democrazia su tutto il percorso del TAP, partendo dall’Azerbaijan, sia per quanto riguarda la distribuzione dell’energia, sia per ciò che concerne i diritti umani».

Sula stessa linea d’onda il sindaco di Melendugno Marco Potì, allontanato con la forza insieme ai manifestanti nel giorno in cui sono iniziati gli espianti: «C’è un impatto di immagine del luogo che non può essere cancellato da alcuna compensazione. Hanno proposto soldi per l’erosione costiera, soldi per le associazioni. Non servono a compensare un danno che è per sempre», dice il sindaco.

«Stiamo vivendo una situazione orribile», sottolinea Marco Santoro, «una repressione allucinante senza neanche la possibilità di manifestare dissenso. Il problema di TAP è un problema sociale, ne fanno parte gli alberi, come i diritti umani, l’economia e le scelte che vengono fatte nei territori».

Al di là delle motivazioni dei NO TAP, sono molte le ragioni che fanno discutere. Innanzitutto l’impatto economico previsto: secondo uno studio dell’Oies (Oxford Institute for Energy Studies) firmato da Simon Pirani, non solo nel 2015 in Europa ci sarà la stessa domanda di gas del 2010, rendendo quindi inutile un’attuale sovrapproduzione, ma bisogna anche capire se la riserva azzera reggerà, visto che il primo gas dovrebbe arrivare nel 2020, ma secondo Pirani si potrebbe esaurire già nel 2021.

SVIZZERA, ITALIA E AZERBAIJAN
Nel progetto la Svizzera gioca un ruolo fondamentale: l’idea del gasdotto è nata in seno alla società elvetica Axpo più di dieci anni fa, forse anche in virtù dei buoni rapporti che sussistono tra Berna e l’Azerbaijan. Lo stesso operatore energetico rossocrociato figura tra i futuri acquirenti del gas che arriverà in Puglia per mezzo di TAP. Inoltre la società costruttrice (la Trans Adriatic Pipeline Ag) è registrata a Baar, in Svizzera, e non pagherà mai le tasse in Italia. Luigi Quaranta, portavoce della società, dopo aver dato rassicurazioni sul fatto che gli ulivi saranno ripiantati nel luogo originario, e che  l’impatto delle emissioni sarà ridotto (l’equivalente generato dal riscaldamento di circa 90 abitazioni), ha ammonito l’Italia spiegando che: «Se i rubinetti del gasdotto non verranno aperti entro il 2020, chi ha firmato i contratti potrà rivalersi su di noi, e noi saremo costretti a rivalerci su chi questi ritardi li ha causati, che sia lo Stato italiano o chiunque altro». Rendendo evidente che quindi un accordo deve essere stato firmato. L’occasione è stata la visita del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda a Baku nel febbraio scorso. E a proposito di Paesi in buoni rapporti con l’Azerbaijan, il Paese che fornirà il gas del Corridoio Sud, l’Italia è il suo principale partner commerciale europeo.

CHI PAGA?
Dal punto di vista economico secondo Re:common, «essendo tra progetti di priorità europea, il TAP è candidato a ricevere prestiti a tasso agevolato dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo e da altre istituzioni finanziarie pubbliche (come la Banca europea degli investimenti e Cassa Depositi e Prestiti) per 1/3 del valore. Per gli altri 2/3 saranno in parte prestiti di banche private, che però vogliono una copertura pubblica, con un meccanismo di garanzie dei governi, e poi ci saranno emissioni di bond sui mercati (i project bond europei), per cui venderanno debito, anche questi con copertura pubblica, per evitare che restino invenduti». In altre parole, un’agevolazione non da poco, che rischia di scaricare sulle casse pubbliche i costi dell’opera, lasciando il profitto intatto per la società che costruisce e per gli investitori che hanno comperato i bond. Insomma, secondo Re:common si tratta di: «Un buon affare per molti, ma non per i contribuenti italiani e europei, che si troveranno a pagare il conto». Quanto questo conto possa essere salato dipende: «Potrebbe costare poco, quindi solo la quota di partecipazione di Snam, oppure moltissimo perché potremmo trovarci a coprire con finanziamenti e con garanzie l’intero finanziamento del corridoio, sia che l’opera vada a buon fine sia che non vanga terminata: pagherebbe il pubblico, quindi il privato non ci perde niente».
Come riportato da ilfattoquotidiano.it, «Il più imponente contributo pubblico riguarda il tratto dalla Grecia all’Italia: vale 2 miliardi di euro e a erogarlo sarà la Banca europea degli investimenti, istituto a cui contribuiscono Paesi europei e Commissione (l’Italia detiene il 16% del capitale). Al momento, non è dato sapere quali garanzie esistano a fronte di tanto rischio. A quanto si apprende, se Tap non dovesse restituire i soldi, sono i Paesi attraversati dall’opera che dovrebbero pagare. Ma ancora nessuno lo ha detto chiaramente. Anzi, le dichiarazioni di Albania e Grecia sono state chiare: “Noi non pagheremo mai”. Altri strumenti per rivalersi sull’opera al momento non ce ne sono».

LA SOLUZIONE E’ SPOSTARE L’APPRODO?
Una delle opzioni ventilate era stata quella di spostare l’approdo del gasdotto più a nord, sostenuta anche dal governatore Emiliano, che ha sottolineato come ci sia già «il consenso del consiglio comunale di Squinzano e questo ci consentirebbe di far arrivare il tubo in un’area già compromessa da punto di vista industriale, a ridosso della centrale Enel di Cerano». Secondo il governatore della Regione, la partita resta aperta vista la presenza di decine di osservazioni al progetto (compreso il microtunnel in via di riconsiderazione). Ma nonostante questo il comitato NO TAP rimane critico: «Michele Emiliano non ha nessuna intenzione di fermare il Tap. Basterebbe che facesse ritirare le autorizzazioni fito-sanitarie per evitare la mattanza di ulivi e persone. Ventilare lo spostamento è l’ennesimo favore a TAP perché gli si dà il permesso di andare avanti per piccoli step e Cerano sono anni che deve essere chiusa». Ed anche il progetto di “decarbonizzare” l’Ilva di Taranto secondo i NO TAP non ha senso: «L’Ilva per poter produrre acciaio ha bisogno del carbone, che produce più calore del gas; L’ilva è un’azienda che non andrà mai a gas: è una cosa che studiamo da anni è che non è possibile, lo sanno anche le istituzioni».

I CONTROLLI SACRIFICATI
Intanto anche Bankwatch, rete di ong europee che monitora le attività delle istituzioni finanziarie, ha pubblicato un report critico sull’operazione, dal titolo: “Affari pericolosi – Chi approfitta del corridoio meridionale del gas?“, in cui vengono analizzate le aziende che lavorano a questa grande opera: «Nella sua corsa per costruire il Corridoio Sud, l’Ue ha accettato di sacrificare i controlli», scrive l’ong spiegando che: «Questo potrebbe ritorcersi contro l’Unione», ricordando per il progetto è previsto un accesso semplificato a procedure di approvazione e a strumenti di finanziamento che attingono sia da fondi europei, sia da fondi privati, entrambi fondamentali per completare l’opera.

SOLDI SPORCHI
Secondo una recente indagine del settimanale L’Espresso, dietro alla TAP ci sarebbe un manager implicato in un caso di riciclaggio internazionale di denaro della mafia, che ha guidato per sette anni la società “madre” del gasdotto Tap. Secondo il settimanale la società Egl Produzione Italia, controllata dalla svizzera Axpo, avrebbe ricevuto nel 2004 e 2005 due finanziamenti europei a fondo perduto da 3 milioni di euro per i progetti di fattibilità e gli studi preliminari propedeutici all’opera. Fino al 2007 il numero uno dell’azienda è stato un cittadino svizzero, Raffaele Tognacca, che in seguito, dopo aver lavorato in Italia per Erg, tornato in patria ha fondato Viva Transfer. Una finanziaria finita al centro di un’indagine antimafia arrivata ora al processo. Sempre secondo l’Espresso nel 2014 la Guardia di Finanza ha scoperto un presunto clan di narcotrafficanti legati alla ‘ndrangheta e, secondo le confessioni dei corrieri del gruppo, il milione e mezzo di euro da versare ai narcos in cambio della cocaina fu portato «in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer». La Egl, nel 2012, ha cambiato nome in Axpo, che compare tra i soci di Tap Ag (nata nel 2007) insieme a Bp, Snam, Fluxys, Enagas e all’azera Az-Tap. Il gruppo Tap ha annunciato querela nei confronti degli autori e del direttore, definendo «arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile l’accostamento del progetto alla parola mafia».

Intanto anche ieri oltre 2mila persone hanno partcepiato alla manifestazione in piazza Sant’Oronzo, a Lecce, per protestare contro la realizzazione del gasdotto, mentre cresce il fronte degli amministratori che hanno aderito all’appello che sarà inviato al presidente della Repubblica, per chiedere lo stop ai lavori del gasdotto. Finora sono 69 le firme su un totale di 97 sindaci del Salento.«Noi rimaniamo in presidio permanente ospitati da un pensionato che ci ha lasciato la propria campagna. Speriamo di riuscirci e sarà una lunga battaglia di resistenza e carte bollate», è il messaggio dei NO TAP.

Insomma, gli ulivi sembrano essere solo l’iceberg di un problema che riguarda l’Europa, la democrazia ed i processi decisionali dei singoli Paesi e dei propri territori, in una storia che, per restare in tema botanico, sembra essere marcia fin dalle radici.

Fotografie di Danilo Calogiuri

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