box-cartina2Capitali: Parigi, Madrid e Berlino
Moneta: Euro
Clima: Continentale – temperato
Specialità gastronomiche: ouillabaisse, Aïoli, arrosto alla provenzale, Soupe au pistou, Escudella, caparrones e botifarra, Bratwurst, patate e pasta alla carbonara.
Cannabis: Illegale in Francia e Germania, tollerata in gran parte della Spagna

Ho conosciuto Flavio durante le riprese di uno show televisivo: io lavoravo come attrezzista e lui era il guardiano tuttofare degli studi. Sessantacinque anni portati bene, savonese ma di origini venete, aveva fatto il camionista per oltre trentacinque anni e in ogni occasione aveva un aneddoto che spuntava fuori riguardo ad un viaggio fatto in Germania, Francia o in Spagna. Così un giorno in cui la produzione era bloccata e lui si stava fumando l’ennesima Marlboro gli ho chiesto di raccontarmi com’era viaggiare nell’Europa degli anni settanta e ottanta.

Flavio: «Belìn che domanda che mi fai. Beh intanto io non andavo mica a divertirmi, guidavo anche 18 ore al giorno, erano altri tempi, figurati che c’erano le frontiere. Io ho iniziato a lavorare sui camion quando avevo vent’anni dopo che mi sono licenziato dalla fabbrica perché non volevo più lavorare sotto padrone. Mio padre, che anche lui faceva il camionista, non voleva perché diceva che era una vita infame. Aveva ragione il mio vecchio, infatti ho divorziato due volte. Quindi, all’inizio mi sono messo a lavorare con lui, trasportavamo bombole di gas e facevamo il nord Italia, andavamo in giro con un Fiat 643, una roba che non ti immagini nemmeno: faceva così casino che non si riusciva nemmeno a parlare in cabina e le orecchie ti ronzavano per tutta notte, è per quello che forse sono diventato un po’ sordo.

berlino

Berlino

Poi dopo un po’ mi sono messo da solo e ho iniziato a fare l’internazionale perché pagava meglio.
Il primo camion che mi sono comprato era un Ford, una meraviglia. Con quello ho iniziato a trasportare benzina, facevo la Francia e la Spagna».

A MARSIGLIA
Flavio: «Allora lo storia di Marsiglia è andata così. Io avevo finito di scaricare la benzina al deposito e sono andato in in un posto vicino alla zona del porto a mangiare. Mentre ero seduto al tavolo, me lo ricordo come se fosse ieri, avevo ordinato la duabe (stufato di vino alla provenzale ndr) e mi si siede davanti uno; aveva un girocollo nero e una giacca di pelle. In francese mi dice che aveva un pacco da lasciarmi e che avrei dovuto portarlo oltre la frontiera, in Italia; che lì ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi. Io ho appoggiato il cucchiaio, l’ho guardato e gli ho detto che non ci pensavo nemmeno, che in galera per qualcun altro non ci finivo, che se voleva poteva anche spararmi, preferivo una pallottola che la prigione. Allora il tizio s’è alzato e se n’è andato. Io non avevo più fame così ho pagato e sono uscito. Mentre me ne andavo è arrivato un altro signore, ben vestito con i capelli impomatati e i baffetti, mi ha fatto vedere il distintivo era uno della keuf (polizia ndr) e siamo finiti al commissariato. Mi hanno fatto mille domande e io ho spiegato quello che è successo, alla fine il commissario che era mezzo italiano, di vicino Napoli, mi ha detto che ero giovane ed era meglio se mi compravo una pistola, che non si poteva mai sapere».

Marsiglia

Marsiglia

IL FERRO
Flavio: «Dunque negli anni settanta la gente era matta. Io avevo i capelli lunghi e i baffi, pesavo anche dieci chili in più che con l’ultimo divorzio ho perso peso per la rabbia che mi sono preso. Guidavo coi jeans tagliati corti a mezza coscia e gli zoccoli di legno. Ad ogni modo erano tutti matti, la gente ti sparava per strada anche per due lire e c’erano un sacco di rapine; se non facevi attenzione parcheggiavi, ti voltavi e il camion spariva. Come un collega che a Napoli non ha voluto dare la mancia allo scugnizzo che controllava i camion parcheggiati. Quando è tornato il giorno dopo, il mezzo, puff, andato. Insomma per farla breve un’estate, doveva essere il ’77 o il ’78 perché era morto da poco Franco, stavo andando in Spagna, verso Valencia, avevo appena passato una zona di aranceti, quando vedo spuntare una macchina dallo specchietto, si mette sulla corsia di sorpasso e sta lì. Allora io guardo dall’alto della cabina e vedo che ci sono dentro tre tizi. La macchina resta un po’ lì e poi non termina il sorpasso e si rimette dietro. Strano mi dico io. Poi sai quando ti senti una cosa che sta per succedere… Ecco io lo so perché mi viene caldo alla base della testa. Qui dove si attacca il collo, ecco quando diventa calda di solito mi succede qualcosa. Insomma riguardo lo specchietto di nuovo e vedo che la macchina ricomincia il sorpasso e vedo che spuntano delle cose dal finestrino, come dei tubi. Erano canne di fucile. Sai tipo quelli da caccia. Li ho riconosciuti perché ho un amico cacciatore e andavo ogni tanto con lui quindi so come sono fatti. Allora io ho allungato la mano e dallo sportello, ho tirato fuori la pistola, una Beretta, l’ho cacciata fuori dal finestrino e ho sparato un paio di colpi.
Non penso di averli colpiti, ho sentito solo la macchina che frenava».

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FEMME FATALE
Flavio: «Erano i primi anni ottanta, lavoravo di più in Francia, andavo fino a Lille. In quel periodo facevo trasporti pericolosi, come la soda caustica e altra roba chimica che caricavo a Genova. Durante uno di questi viaggi vicino a Parigi vedo questa macchina in panne al bordo dell’autostrada, era una Citroen CX scura, modello Prestige, di fianco una biondona con gli occhiali scuri che si guardava intorno. Mi sono fermato poco più avanti e sono andato a controllare. Quando mi sono avvicinato la ragazza mi ha squadrato dall’alto in basso, io avevo sempre i miei zoccoli di legno, i jeans corti e i capelli raccolti a coda di cavallo. Ero un vero figo. Lei era bellissima, Ariane si chiamava, alta, occhi neri, indimenticabile. Ci mettiamo a parlare e intanto do un’occhiata al motore, c’era poco da fare, serviva un carro attrezzi. Considera che la Prestige era un macchinone all’epoca, costava un sacco di soldi. Si vedeva che la ragazza era piena di soldi, sul sedile posteriore c’era una pelliccia da mezzo milione di lire.
Alla fine le dico che se vuole posso darle un passaggio al primo distributore e li può chiamare un meccanico. Così la carico sul camion e partiamo, poi io sono uno socievole quindi ci siamo messi parlare e ce la siamo un po’ raccontata. Viene fuori che è giovane ha venticinque anni ed è sposata con uno molto più vecchio, vive a Parigi e stava andando da degli amici. Lei mi chiede com’è la vita da camionista e io le racconto qualche avventura, insomma capisco che le piaccio. Arrivati al distributore la faccio scendere e aspetto con lei il meccanico. Prima di andare via però lei mi lascia il suo numero e il suo indirizzo e mi dice di chiamarla se capito a Parigi che vuole assolutamente ricambiare il favore.
La settimana dopo ero in un ristorante quattro stelle, nel mio completo migliore che mangiavo gamberoni e bevevo champagne. Finita la cena siamo andati in uno dei suoi appartamenti a Parigi, roba di alta classe, mi ricordo che ho visto il primo compact disc della mia vita. Per un po’ di tempo siamo stati amanti, quando passavo di li le facevo uno squillo e mi fermavo da lei, poi un giorno non mi ha più risposto e ho capito che la storia era finita.

parigi

Parigi

Quindi il mondo era molto diverso da com’è oggi, forse c’erano più barriere fisiche ma meno mentali, non so se mi spiego. Era un posto più selvaggio forse, oppure eravamo noi ad essere più selvaggi. Oggi mi sembra diverso, più piatto, con meno cose da scoprire, o forse sono solo io che sto invecchiando. Merda, mi sembra di sentire mio padre».

a cura di Mattia Coletto
Viaggiatore appassionato nasce nel secolo sbagliato.
Avrebbe voluto fare l’esploratore.

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