Negli ultimi dieci anni il numero di italiani che hanno intrapreso un percorso con uno psicoterapeuta è aumentato di sei volte. Nello stesso tempo sono diventati la bellezza di undici milioni i cittadini che hanno assunto almeno una volta nell’ultimo anno un qualche tipo di psicofarmaco: ansiolitici, sonniferi, calmanti o antidepressivi. La geografia del fenomeno ci offre uno spunto di riflessione difficilmente contestabile: le varie forme del disagio colpiscono innanzitutto nelle regioni più produttive, dove si concentrano i lavori nel settore terziario ad alto indice di stress. È un fenomeno che colpisce tutto il mondo occidentale in modo sempre più diffuso, in maniera più forte nei paesi più produttivi del nord Europa ed in quelli con meno tutele sociali come gli Usa, al punto che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha stimato che nel giro di pochi anni la depressione, nelle sue più varie forme, è destinata a diventare la malattia maggiormente diffusa nella parte più ricca del mondo.

Stretti tra lavori sempre più precari che rendono impossibile pianificare una vita serena, cibo spazzatura da ingurgitare al volo, giornate spese nel traffico delle grandi città ed un consumismo imperante che insegna a credere che il valore di una persona sia direttamente proporzionale ai beni materiali che possiede, sempre più persone faticano a tenere il forsennato passo che la nostra società impone fino a cadere vittime dello stress e del disagio.

In attesa di tempi migliori – per i quali occorre battersi come abbiamo raccontato tante volte dalle righe di questo giornale – è un dato di fatto come sia sempre più urgente e necessario produrre degli anticorpi e delle strategie di resistenza e resilienza individuale per non soccombere. E sempre più esperienze, avvalorate da molte ricerche scientifiche, ci dimostrano come la via di fuga non vada ricercata in qualche nuova pillola miracolosa pubblicizzata dalle multinazionali del farmaco, ma dentro noi stessi. Accettando di buon grado che mente e corpo non sono elementi separati ma fanno parte di un tutto: questo è l’assioma di base dell’olismo.

L’olismo nasce come corrente filosofica e scientifica insieme, sostenendo che un essere vivente non è la somma delle parti che lo compongono, ma un’unità totale e inscindibile, dove ogni organo è strettamente connesso e interdipendente con tutti gli altri. Il suo contrario è il riduzionismo, ovvero la teoria secondo cui ogni organo è un sistema più o meno chiuso e indipendente, dove le ragioni di un eventuale malfunzionamento vanno ricercate e curate al suo interno. La conseguenza su ciò di cui stiamo parlando è reale ed evidente. Prendiamo il caso della medicina: nella teoria riduzionista – cioè quella propria della medicina occidentale – un caso di depressione viene curato tramite farmaci che agiscono sul funzionamento del cervello, gli psicofarmaci appunto, mentre secondo l’olismo invece il caso andrà trattato indagando la persona nel suo insieme, a partire dallo stile di vita, dall’alimentazione, dal modo in cui si approccia alle difficoltà. Alla base della medicina olistica, quindi, c’è la visione dell’uomo concepito come un’unità di corpo, mente e spirito inserita in un determinato ecosistema, attraverso un approccio che mira a riportare il soggetto nel suo baricentro naturale, da dove partono intenzioni, speranze, modi di vivere, paure e, talvolta, malattie. Ovviamente l’olismo non si riduce nell’assumere medicine omeopatiche, né nel mettersi seduti a gambe incrociate sul prato invocando spiritualità asiatiche, anche se spesso è lo stereotipo attraverso cui in molti lo intendono.

Per capirlo bene dobbiamo addentrarci dentro un altro concetto denso di significato: mindfulness. Si può tradurre dall’inglese in consapevolezza, ma in un senso più generale di quello che siamo soliti dare a questa parola. Significa la capacità di prestare attenzione al momento che stiamo vivendo, in modo intenzionale e non giudicante. Si può descriverla anche come la capacità di coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora. Si tratta di una disciplina strettamente connessa alla meditazione e in un certo senso discendente delle discipline orientali e del buddismo ma, liberata da ogni retorica religiosa, serve per acquisire un approccio che possa metterci in una diversa relazione col disagio, che prima o dopo, in un modo o nell’altro, tutti sperimentiamo. L’approccio mindfulness a una prima lettura sembra molto semplice, ma come tutte le cose semplici è in realtà molto difficile da perseguire. Vivere pienamente e consapevolmente il presente, con le sue gioie e difficoltà, è infatti molto complicato; non per nulla è normale per l’animo umano trincerarsi nei ricordi, nei pensieri che ci fanno sentire meglio, o nella pianificazione ideale di un futuro immaginario.

Da un lato vivere il presente ci apre a esperienze inaspettate, senza lasciarle correre via tra un impegno e l’altro, obbligandoci alla pienezza della vita; dall’altro è un’attitudine che comprende necessariamente anche il suo lato negativo, che può essere fatto di disagio, sofferenza e dolore. Proprio in questo incrocio di esperienze si gioca uno degli aspetti più interessanti di questo approccio che ci chiede e ci insegna a non respingere e a non negare nessuno stimolo, traendone al contrario motivo di crescita e persino di creatività. Non c’è qui lo spazio per andare in profondità nella tecnica dalla mindfulness, ma in estrema sintesi si può dire che si tratta di utilizzare le tecniche meditative e della respirazione consapevole per raggiungere un’accettazione di sé e dei fatti che ci colpiscono, attraverso una maggiore consapevolezza di sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni che contraddistinguono la quotidianità di tutti noi. Un’accettazione che, sia chiaro, non fa assolutamente rima con rassegnazione, ma è improntata al cambiamento.

La cosa che può stupire, o almeno che ha stupito chi scrive (per inciso e per onestà, un giornalista della “peggior specie”, ovvero razionalista, ancorato ai fatti e per di più senza alcuna esperienza meditativa alle spalle), è quella di riscontrare come una gran mole di ricerche scientifiche stiano sempre di più dimostrando il valore oggettivo e indiscutibile della meditazione. È provata la sua utilità nell’incremento dell’attività del lobo prefrontale sinistro, ovvero l’area del cervello da cui si dipanano le sensazioni positive, così come la sua funzione decisiva nella rimodulazione dell’amigdala, cioè la parte del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura. Allo stesso modo la ricerca è tutto sommato concorde nell’ammettere come le discipline meditative siano capaci di rinforzare il sistema immunitario, proteggere il DNA attraverso l’aumento dell’attività di telomerasi, diminuire i segni dell’invecchiamento a livello cerebrale e cellulare e migliorare il decorso di alcune patologie invalidanti, a cominciare dall’Alzheimer. E molto altro ancora.

Insomma, il dato reale e non contestabile è che l’approccio olistico e meditativo aiuta effettivamente a migliorare sia il funzionamento del nostro corpo, che più in generale la nostra capacità di reagire in maniera positiva (e soprattutto propositiva) agli ostacoli che la vita ci pone dinnanzi. A questo punto vale la pena allora allargare un altro po’ il discorso. Perché l’approccio olistico non si nutre di sola meditazione, ma è un vero e proprio stile di vita a cui tendere. Ne fa parte a pieno titolo anche lo sport, a cominciare dalle arti marziali. Non per niente queste nascono nello stesso habitat geografico e culturale delle discipline meditative orientali. Con le arti marziali l’individuo ricerca infatti uno sviluppo armonico del corpo senza privilegiarne una parte rispetto a un’altra, stimolando l’elasticità e garantendo la comunicazione e l’integrazione tra tutti gli apparati che compongono l’organismo. Ma non solo, l’arte marziale rappresenta anche il ponte tra l’olismo inteso come approccio improntato al benessere individuale e la dimensione collettiva dell’esistenza. Tra i suoi obiettivi dichiarati essa ha anche quello di rendere possibile l’interazione tra l’energia di più soggetti per creare un nuovo equilibrio, più ricco e completo di quello individuale. Un piano che i cinesi conoscevano molto bene, tanto che all’epoca della dominazione dei Manchu, proprio attraverso la diffusione clandestina di centri di addestramento alle arti marziali si organizzò la resistenza collettiva al dominatore straniero. E questo non perché il Kung Fu servisse a menare per bene l’oppressore, ma proprio per la sua qualità olistica di far percepire un insieme di persone come un sistema unico e interconnesso, capace di vedere un obiettivo comune e di perseguirlo. Se lo intendiamo nel suo piano più generale e complessivo l’olismo serve anche a cambiare le cose.

Tornando a noi, forse vi interesserà anche sapere come la canapa sia un ingrediente da non sottovalutare in un approccio olistico alla vita. Non a caso il suo consumo come sostanza psicoattiva a carattere collettivo e socialmente accettato è diffusissimo nella regione indiana, dove da sempre rappresenta fattore essenziale per favorire le esperienze meditative. Il consumo di cannabis – se inteso come una pratica consapevole – è una pratica capace di garantire, attraverso la stimolazione del sistema endocannabinoide, una miglior capacità di reagire consapevolmente agli impulsi della vita quotidiana. E, allo stesso modo delle arti marziali, mostra anche la conseguenza collettiva dell’olismo, come ampiamente inteso e praticato dalle comunità hippy più consapevoli nel mondo occidentale e dai rastafariani in Giamaica che, anche grazie alla cannabis hanno scritto pagine importanti della storia della controcultura contemporanea. In un approccio olistico un posto importante lo occupa inoltre l’alimentazione, da intendere come atto consapevole che ci porta ad assimilare elementi capaci di aiutare il benessere psicofisico: come non pensare dunque al seme di canapa, che grazie alle sue proprietà e al bilanciamento tra Omega 3 e Omega 6 rientra a pieno diritto nella ristretta cerchia dei cibi detti “nutraceutici”, cioè insieme nutritivi e curativi. Come sempre la canapa è parte integrante per la ricerca del benessere individuale e collettivo. Passate parola.

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