A Krabi, in Thailandia, migliaia di cittadini si ritrovano da mesi per protestare contro la costruzione di una grande centrale elettrica a carbone, progettata sulla zona costiera protetta del Mar delle Andamane, tra spiagge incontaminate, siti di pesca e parchi della biodiversità marina. Secondo i piani del governo, ogni anno in questo splendido lembo di mondo dovrebbero essere bruciati oltre due milioni di tonnellate di carbone per produrre energia. I cittadini che abitano l’area, contadini e umili pescatori, hanno deciso di non piegarsi neppure di fronte alla repressione della giunta militare che dal 2014 governa la Thailandia. Nonostante gli arresti, continuano a manifestare e a cercare di sensibilizzare il mondo alla loro battaglia, che mira insieme a proteggere il loro lavoro e l’ambiente nel quale sono cresciuti.

In Patagonia, divisa tra i confini di Cile e Argentina, un popolo di 900mila persone abita le proprie terre ancestrali. I suoi abitanti si chiamano Mapuche, in italiano significa “popolo della terra”. Un nome che si è trasformato in una beffa visto che sono vittime di uno dei più violenti casi di landgrabbing al mondo. Da anni i loro terreni sono terra di conquista per le multinazionali, che acquistano latifondi e poi pretendono di poter sfollare, con l’aiuto delle polizie locali, migliaia di famiglie che abitano quei territori dall’alba dei tempi. I Mapuche continuano a combattere, ogni giorno da più di dieci anni, con occupazioni dei terreni, azioni di boicottaggio, manifestazioni e bollettini di controinformazione.

Nel cuore di Dacca, la capitale del Bangladesh, migliaia di donne e bambini sono impegnati ogni giorno a cucire e confezionare gli abiti delle multinazionali della moda a basso costo. H&M, Zara, Walmart e tante altre. Si barcamenano tra stipendi da fame, orari di lavoro insopportabili e fabbriche dall’aria malsana che talvolta si trasformano in vere e proprie trappole, come nel 2013 quando un incendio con successivo crollo di un palazzo-fabbrica provocò la morte di oltre mille operai. Tra mille difficoltà e nel silenzio internazionale anche loro si organizzano: hanno fondato sindacati di base e portano avanti azioni e proteste. Chiedono semplicemente di essere trattati da operai e non più da schiavi.

Storie lontane si dirà, ma non è esattamente così. E non solo perché quasi tutte queste lotte chiamano in causa colpevoli occidentali, in qualità di aziende costruttrici di grandi opere, multinazionali del tessile o latifondisti (il più grande possessore dei terreni Mapuche è l’italiano Benetton). Non sono storie lontane soprattutto perché di queste cronache di resistenza quotidiana ne è piena anche l’Italia, da nord a sud.

Come i Mapuche, i NO-TAV della Val Susa combattono da anni per difendere la terra dove sono nati e per non essere cacciati dalle proprie case, in questo caso a causa della prevista costruzione di una linea ferroviaria ad alta-velocità che dovrebbe servire per trasportare merci tra Torino e Lione. Un’opera voluta dalla classe politica, dai banchieri e dalle grandi ditte appaltatrici, ansiose di dividere profitti lasciando sul territorio solo rischi idrogeologici e ambientali, costringendo le famiglie che abitano lungo la tratta del progetto ad essere espropriate di terreni e abitazioni. Come gli operai di Dacca ogni giorno gli addetti alla logistica di Piacenza organizzano scioperi, picchetti ed occupazioni. Lavorano per i corrieri espressi o per multinazionali della distribuzione come Amazon, ma sono assunti tramite finte cooperative appaltatrici che spesso inscenano falsi fallimenti e riaprono cambiando nome il giorno seguente solo per poter licenziare i lavoratori e riassumerli a salari più bassi. Le loro lotte sono coordinate dal basso, a partire da sindacati di base messi in piedi e autogestiti dai lavoratori stessi, spesso boicottati da quelli confederali, da tempo passati armi, bagagli e stipendi dall’altra parte della barricata. Come i cittadini di Krabi, quelli del Salento sono impegnati a cercare di fermare una grande opera energetica, figlia di un mondo ancora incapace di abbandonare i combustibili fossili. Tra spiagge dorate, campi fertili e ulivi centenari dovrà passare il Trans-Adriatic Pipeline (TAP), un gasdotto che ogni anno porterà dall’Azerbaigian a Brindisi 10 miliardi di metri cubi di gas. Con buona pace di chi lungo il percorso vive, coltiva la terra e respira l’aria. Lo stesso accade nei tanti centri italiani che hanno la sfortuna di possedere un qualsiasi tipo di idrocarburo intrappolato nel sottosuolo. Dai bacini idrici della Val d’Agri ai delfini che ancora abitano il golfo di Taranto, dagli abitanti della Sicilia a quelli dell’Abruzzo. La corsa all’ultima goccia di petrolio da parte delle multinazionali dell’energia non si ferma davanti a niente. Trovando quasi sempre delle istituzioni politiche compiacenti, dei sindacati ingolositi da quattro posti di lavoro in più, ma – per loro sfortuna – trovando sempre più spesso anche la resistenza delle popolazioni locali, non più disposte a barattare vita, salute e territorio in cambio di un tozzo di pane.

Nell’era della fine delle grandi organizzazioni politiche di massa e delle ideologie, sostituite da un’unica ideologia imperante e arrogante, quella del neoliberismo e del capitalismo selvaggio, nuove forme di resistenza stanno emergendo. In un mondo dove sembra non esserci ormai più distinzione tra essere umano e cliente né tra bene comune e merce, nascono forme di lotta nuove e antiche allo stesso tempo, che accomunano gli indios della Patagonia ai cittadini dell’Europa. Lotte che si propagano dal basso, reclamando semplici bisogni di base comuni a tutti gli uomini su tutte le latitudini del pianeta: aria e acqua pulita, rispetto dei territori e delle popolazioni, nuove forme di partecipazione democratica.

Ovunque si manifestino lotte di questo genere, il potere reagisce sempre allo stesso modo. Quello politico cerca di neutralizzare il dissenso. Dapprima ci prova con le buone, cercando di vendere la solita idea che l’opera in costruzione, che sia una diga, un pozzo petrolifero o un ennesimo centro commerciale, porterà sviluppo e posti di lavoro. Ma quando questa strategia non basta – e accade sempre più spesso – passa alla repressione. Più brutale in alcune zone del mondo rispetto ad altre, ma non così diversa nei modi. Anche in Italia non si contano le cariche di polizia contro i movimenti locali, mentre centinaia sono i processi allestiti per intimidire chi sceglie di battersi e decine i NO-TAV ancora detenuti in carcere. Allo stesso modo la lunga mano delle questure si occupa quotidianamente di sgomberare i luoghi dove molte di queste lotte trovano casa e coordinamento, ovvero i centri sociali occupati. Il potere mediatico si occupa invece di ciò che sa fare meglio: silenziare le notizie e criminalizzare i movimenti. Nel mondo le battaglie locali in atto sono migliaia. Solo quelle di carattere ambientale, censite sul portale delle lotte civili “ejatlas.org”, sono 2.252. Senza contare le lotte contro piccole opere locali, quelle dei lavoratori o quelle che – sempre più spesso – si costituiscono per colmare in modo autorganizzato le mancanze di uno stato sociale in via di smantellamento, come i movimenti per il diritto alla casa o le Brigate di solidarietà attiva, che in Italia portano aiuto alle popolazioni terremotate.

Di quante di queste avete mai sentito parlare? Sicuramente poche, diffuse solo quando la notizia poteva essere usata come un’arma per colpire i movimenti che le guidano. Di solito in occasione di qualche scontro con la polizia, dove ovviamente i manifestanti vengono sempre dipinti come criminali che attaccano i pacifici tutori dell’ordine. Il motivo di questo silenzio è chiaro: meglio non far sapere che vi sono esperienze di resistenza locali che sono in grado di bloccare gli ingranaggi di un sistema che non è imbattibile come vorrebbero farci credere. Sono esempi che, se conosciuti, potrebbero portare sempre più cittadini a capire che creando reti e comitati si possono addirittura vincere le battaglie contro i giganti del mercato transnazionale. Anche in Italia i movimenti popolari sono riusciti a rinviare e, almeno in parte, a bloccare un progetto mastodontico come la TAV, a bloccare decine di trivellazioni alla ricerca di petrolio in tutto il paese, a far chiudere numerose discariche impattanti, a ottenere migliori condizioni sui luoghi di lavoro o a bloccare l’ennesima costruzione di qualche centro commerciale. Ovviamente non sempre i movimenti dal basso vincono le proprie battaglie, ma anche quando perdono non lo fanno invano. Servono comunque a creare nuove reti di cittadini attivi, non più disposti ad essere semplici spettatori e vittime di scelte calate dall’alto, ma pronti a mettersi insieme per rivendicare i propri diritti.

Tante battaglie locali si oppongono a un sistema globale e totalizzante, che sembra troppo grande per essere contrastato, e che tuttavia molte volte viene battuto. Piccoli movimenti che non si occupano di prendere il potere, ma utilizzano la forza della cittadinanza attiva per cambiarlo, obbligando le istituzioni ad ascoltare le ragioni dei territori. Con qualche anno di ritardo – ora che diventano più chiari i danni fatti dalla globalizzazione ad ambiente, persone e territori – si sta cominciando a verificare quello che i movimenti no-global avevano auspicato all’alba di questo millennio: “Agire localmente, pensare globalmente”. Significa che molte delle dinamiche storte che ci governano e che vengono decise globalmente, in meeting e consigli di amministrazione lontani e potenti, possono essere messe in crisi e “raddrizzate” sui territori dove si manifestano i loro effetti, riportando il principio del bene comune dove oggi governa solo il profitto per pochi.

Le vecchie ricette, i partiti politici, i sindacati, hanno mostrato di non essere più in grado di difendere i diritti comuni, preservandoli dai costanti attacchi che arrivano dall’alto. Ma se guardate al di là dei giornali potrete vedere un mondo di nuove lotte, di persone comuni che reclamano giustizia sociale e ambientale, sviluppando nuove forme di autodeterminazione. I movimenti nati negli ultimi anni si muovono in questa direzione, anche se ancora non sono legati tra di loro se non in modo fragile. Forme di resistenza acefale che potranno sviluppare nuove proposte, magari non per rovesciare lo stato, ma per costringerlo a trasformarsi nuovamente in un organo di difesa del bene comune. Per riuscirci dovremo anche imparare che la resistenza dei popoli della Patagonia contro il latifondista Benetton ci riguarda tanto quanto la petizione contro la discarica che vogliono costruire nel nostro quartiere.

 

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