Quando pensiamo alla felicità, cosa c’è di più distante da essa della morte?
Morire, da un punto di vista prettamente materiale, significa non poter più essere felici. Poche cose so della morte, ma una delle cose che so per certo è che da morti non ci si può godere la vita. Allo stesso modo, poche cose so della felicità, ma di certo so che essa non si raggiunge da morti. Al massimo, seguendo i dettami dei mistici medievali come Meister Eckhart, posso dire che con la morte raggiungo la pace. Ma la pace non è necessariamente felicità, soprattutto quando non ho grandi alternative.

Eppure, nella storia della filosofia, felicità e morte sono spesso state accostate, non per dire che l’atto di morire porti felicità, ma per dimostrare che la felicità può essere raggiunta soltanto sotto l’onnipresente ombra della morte. È cosa risaputa, infatti, che gli dèi immortali possono essere tante cose: infinitamente potenti, saggi, innocenti eppure terribili, dominatori degli elementi, amanti incomparabilmente abili. Ma tra tutte queste incredibili qualità fatichiamo a trovare la capacità di essere felici. Non ci sono divinità, nel pantheon omerico per esempio, che possano essere definite autenticamente felici. Alcune sono spensierate, questo sì, ma la spensieratezza è solo uno dei tanti aspetti della felicità, e probabilmente non il più importante. Altre sono goderecce, ma limitano quel godimento solo a pochi e superficiali aspetti della vita, che da soli difficilmente potrebbero riassumere un’idea convincente di felicità. Infatti, qualunque sia la natura del dio preso in considerazione, è la noia, la routine, la stanchezza a contraddistinguerne l’agire.

Al contrario, è proprio di fronte alla consapevolezza del limite ultimo della vita che posso essere felice. Secondo Seneca, la felicità è infatti questione che non possa slegarsi dalla consapevolezza che un giorno io non sarò più. Il gusto che la mia esperienza acquisisce infatti è frutto della consapevolezza che le mie esperienze sono limitate, che non potrò mai sperimentarle tutte e che potrò sperimentare quelle poche a cui posso accedere solo per un limitato periodo di tempo. Così, mi innamoro e sono amato nella reciproca consapevolezza che l’altra persona sta dedicando quel suo limitato tempo a me, e questo mi porta felicità. Riesco a gustare la mia pietanza preferita consapevole che ciò non avverrà in eterno, ben sapendo che i miei giorni sono contati.

Soprattutto, io non conosco l’esatto momento in cui la morte mi coglierà. So perfettamente che essa mi raggiungerà, prima o poi, ma non ho alcuna idea del momento in cui ciò avverrà. Heidegger parlava della morte come della “possibilità che rende tutto impossibile”: la morte chiude la possibilità di essere, di esistere, e la sua dimensione abissale sta proprio nel fatto che ignoro
quale sarà il momento in cui essa sopraggiungerà. Questa ignoranza dovrebbe spingere l’uomo a vivere ogni esperienza come se fosse l’ultima, ad assaporare ogni boccone e ogni bacio come se non ce ne fossero altri, ad abbrancare ogni istante della vita come se fosse strappato alla morte. Ogni istante, a ben guardare, è di fatto strappato alla morte.

Seneca coniò una massima straordinaria, che ben alimenta questo connubio tra la felicità e la morte: “Agisci in modo che la morte ti colga sempre nel momento di maggior felicità”. Non conoscendo il momento in cui la mia vita finirà, seguire questa massima significa farsi un dovere di essere massimamente felici in ogni istante della vita. Non seguire questa massima significa al contrario abbandonarsi alla disperazione di aver vissuto una vita non desiderata, poiché ogni istante trascorso nel non essere felici è un istante sprecato. E dal momento che la felicità non è definibile, poiché ogni uomo nutre un’immagine diversa dell’essere felice, ciò significa che solo amando enormemente la mia vita posso venir colto dalla morte, qualunque sia il momento, al massimo della mia felicità.

La vita, in questo senso, è il continuo tentativo di essere felice, l’ininterrotta ricerca di ciò che mi rende tale, e questo è possibile solo per le creature mortali che ignorino quale sia l’istante fatale. E anche se spesso malediciamo questa ombra sul nostro destino, anche se detestiamo l’impossibilità di sapere quando tutto questo finirà, in realtà ciò rappresenta il motore stesso della
nostra possibile felicità.

Per concludere, un piccolo aneddoto. La citazione tratta da Seneca, sopra riportata, fu pronunciata dal mio maestro Franco Volpi nel marzo del 2009, durante una conferenza a Santiago del Cile. Un mese dopo Volpi moriva, investito da un fuoristrada mentre correva in bicicletta sui suoi amati colli vicentini. Un giorno di qualche anno prima mi disse che la bicicletta era la sua grande passione, ciò che lo rendeva massimamente felice, e io so che, tra una conferenza e un libro da scrivere, non perdeva tempo e si lanciava sulla bici ogni volta in cui ne aveva la possibilità. Volpi fu colto dalla morte nel momento di maggior felicità e, nonostante la sua dipartita ci abbia privato di un grande genio che chissà quante cose meravigliose avrebbe ancora detto e scritto, mi piace pensare che sia stato il modo perfetto, per lui, di andarsene.

Ciò che ho imparato, tanto da Seneca quanto da Volpi, è che non ho più tempo da perdere nell’essere infelice e che in realtà non ne ho mai avuto. Ogni istante del mio passato sprecato nel non ricercare la mia felicità è un istante gettato nell’insensato. La morte potrebbe cogliermi di qui a poco e il mio compito di essere umano è prepararmi al suo arrivo con la felicità nel cuore. La domanda da porsi sempre è quindi: quel che sto facendo mi rende felice? Se la risposta è no, allora sappiamo che cosa fare. Ne avremo il coraggio?

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