Anche gli ottimisti più inguaribili si sono dovuti ormai ricredere: in Italia non ci sarà nessuna legalizzazione della cannabis. Almeno non in questa legislatura. A mettere la parola fine è stato il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, che lo scorso 13 giugno ha dichiarato semplicemente: «Non ci sono i numeri per approvare la legge sulla cannabis prima della fine della legislatura». Un maldestro giro di parole volto a non assumersi l’ovvia responsabilità: il Pd ha la maggioranza assoluta in Parlamento, quindi i numeri non ci sono semplicemente perché il suo leader e buona parte del partito sono contrari.

Riavvolgendo il nastro degli ultimi due anni possiamo ottenere un quadro ormai preciso delle parole spese (troppe), dei passi fatti in concreto e delle responsabilità che ci hanno portato ad oggi, quando ormai la fine corsa del governo Gentiloni incombe e le proposte di legge depositate alla Camera si apprestano, nella migliore delle ipotesi, ad essere riposte in attesa che il prossimo parlamento le riprenda in mano. Sempre che dalle urne non esca fuori un governo di “larghe intese” tra il Pd e i partiti proibizionisti del centro-destra, ipotesi più che possibile.

È l’8 marzo 2015 quando il senatore Benedetto Della Vedova lancia l’intergruppo “Cannabis Legale”. L’idea è quella di mettere al lavoro insieme, aldilà delle divisioni politiche, i deputati di ogni schieramento che vogliono la legalizzazione della cannabis.

In poche settimane i risultati sono incoraggianti: Sel e M5S aderiscono all’unanimità, seguiti da un buon numero di parlamentari del Partito Democratico, una buona metà di quelli di Scelta Civica (il partito dell’ex premier Mario Monti) e due “eretici” di Forza Italia. L’intergruppo parte forte e in qualche settimana completa l’esame delle varie proposte di legge per la legalizzazione già presentate in Parlamento (ben 11) e vara un nuovo testo che cerca di farne la sintesi. La proposta di legge nr. 3235 dal titolo “Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”, viene depositata alla Camera il 28 luglio 2015 forte delle firme in appoggio di 221 parlamentari e 73 senatori.

Non mancano alcune polemiche ma la proposta partorita è tutto sommato accettabile: prevede la possibilità di coltivare fino a 5 piante di cannabis a scopo personale, di aprire “Cannabis social club”, ovvero circoli privati di consumatori che coltivano cannabis da redistribuire senza fine di lucro ai soci sulla scia dell’esperimento spagnolo e di avviare la produzione e la vendita al dettaglio di cannabis sotto regime di monopolio di Stato allo stesso modo di quanto avviene per i tabacchi. Si prevedono inoltre alcune norme per favorire l’accesso e la possibilità di autoproduzione della cannabis anche a scopi terapeutici per i malati.

Nel frattempo i Radicali lanciano una raccolta di firme a supporto di una legge di iniziativa popolare. Tuttavia è da subito evidente che il fronte dei contrari alla legge è forte all’interno del governo, dove parte del Pd e tutto il gruppo del Ministro Alfano lavorano per bloccare la legge. Gli alfaniani depositano 2mila emendamenti alla legge a puro scopo ostruzionistico. La proposta arriva comunque alla discussione in Parlamento il 15 luglio 2016, ma è subito rimandata indietro alle Commissioni parlamentari per “ulteriori approfondimenti”, dove si trova ancora oggi.

L’intergruppo dopo i convegni e le dichiarazioni di battaglia in grande stile dei primi mesi si è pressoché dissolto. Rimane il lavoro coraggioso di un manipolo di parlamentari (Ferraresi del Movimento 5 Stelle, Farina di Sinistra Italiana, e pochi altri) che cercano di riportare il testo fuori dal pantano delle Commissioni. Ma sarà tutto inutile, Renzi ha dimostrato che il dado è tratto e rimarrà nelle sue mani, mentre la relatrice del Pd in Commissione Affari Sociali, Anna Margherita Miotto, è passata dalle parole ai fatti proponendo per conto del partito lo scorporo della proposta di legge in due testi distinti, uno sulla cannabis ad uso ricreativo e l’altro per il solo diritto all’accesso alle cure a base di cannabinoidi per i malati, con l’evidente scopo di mandare avanti solo quest’ultimo.

Il sogno di trasformare l’Italia nel primo paese europeo a dotarsi di una legge per la legalizzazione della cannabis si ferma qui. Almeno fino alle prossime elezioni. Da semplici cronisti, anche se ovviamente “militanti”, abbiamo sottolineato praticamente dal giorno uno come non vi fosse da farsi illusioni. La banale conta aritmetica dei parlamentari pro e contro ce lo imponeva. Tuttavia si poteva e si doveva fare di più.

Molti tra i politici pro-legalizzazione hanno dimostrato di essere solo abili chiacchieroni, spinti dal desiderio di guadagnare qualche trafiletto sui giornali. Non fosse stato così, una volta riscontrato che non vi erano i numeri per la legalizzazione (e bastava poco) avrebbero dimostrato di voler fare davvero qualcosa innanzitutto per le migliaia di cittadini detenuti nelle carceri per la coltivazione di poche piante di cannabis. Il diritto all’autoproduzione per uso personale dovrebbe essere il punto base di ogni idea di legalizzazione, e per sancirlo basterebbe una modifica di legge che declassi questa condotta da quelle contenute nell’art. 73 del testo unico sugli stupefacenti, rendendola non più un reato penale punibile, come avviene oggi, con condanne al carcere fino a sei anni. Non sappiamo dire se una norma del genere avrebbe avuto maggiori probabilità di passare, ma non ci hanno neppure provato. Ricorrendo il sogno di una legalizzazione impossibile hanno lasciato i consumatori di fronte alle solite due scelte pessime che gli sono consentite: coltivare e rischiare la galera, oppure ingrassare le mafie fumando l’erba nociva prodotta dalla malavita.

A differenza di quanto accaduto per la cannabis ricreativa, il quadro della cannabis terapeutica ha vissuto alcuni cambiamenti durante la legislatura. Nonostante questo l’accesso alle cure per i malati rimane tutt’altro che agevole. Nel dicembre 2015 il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha emanato un decreto volto ad integrare la legge sull’accesso alle cure a base di cannabinoidi (approvato nel 2007) e ad avviare la prima produzione italiana di cannabis terapeutica, affidata all’Istituto farmaceutico militare di Firenze. Il decreto si è comunque dimostrato non al passo con l’attualità della ricerca scientifica: la cannabis rimane trattata alla stregua di una “medicina alternativa”, nel senso peggiorativo che la legge assegna al termine, ovvero come una terapia inaffidabile. Per questo rimane prescrivibile dal medico curante solo nel momento in cui sia riscontrata l’inefficacia di tutti gli altri farmaci in commercio, e solo per una ristrettissima lista di patologie. Ad esempio, per il trattamento del dolore cronico, la legge prevede ancora che vengano prescritti con maggiore facilità i farmaci oppioidi rispetto alla cannabis, un’assurdità.

Siamo ancora ben lontani da una normalizzazione della canapa come farmaco, e distanti anni luce dalla legalizzazione a scopi medici intrapresa da molti stati, americani e non solo, dove essa è accessibile in modo semplice e per tutti quegli scopi terapeutici sui quali la scienza ha già dimostrato la sua efficacia farmacologica. Inoltre per molti malati, anche una volta superato lo scoglio dell’ottenimento di una ricetta medica per i farmaci a base di cannabis, il diritto alla cura rimane fortemente limitato dai costi da sostenere. Sono infatti le Regioni a dover regolare l’accesso alle cure per i propri cittadini, con la conseguenza che solo poche di esse garantiscono la gratuità della cannabis terapeutica, tramite i fondi del Servizio Sanitario. La cannabis terapeutica prodotta a Firenze è ora sul mercato, ma a parte le lamentele riguardanti la sua qualità (che non sono mancate), la quantità prodotta non è ancora sufficiente per coprire l’intera domanda. E il futuro della produzione italiana appare già in dubbio, dopo l’ultima misura del ministero della Salute che ha abbassato d’ufficio il prezzo della cannabis terapeutica in farmacia a 9 euro al grammo, una misura che paradossalmente rischia di danneggiare i pazienti, visto che molte farmacie, denunciando il fatto che il nuovo prezzo le costringerebbe a vendere la cannabis in perdita, hanno annunciato che smetteranno di distribuirla. Anche per i malati la soluzione ideale sarebbe il diritto all’autoproduzione della cannabis, misura che consentirebbe di avere garantita la continuità della cura a prezzi irrisori, per poi essere seguiti da un medico nel loro percorso. Non solo non è consentita, ma è stata addirittura stralciata dalla nuova proposta di legge redatta dalla relatrice del PD Anna Margherita Miotto.

Tra tante attese rimaste deluse l’unica novità veramente rilevante nella legislazione riguardante la cannabis è rappresentata dalla nuova legge sulla canapa industriale. Approvata nel novembre dello scorso anno ha finalmente rimosso l’obbligo della richiesta di autorizzazione alla questura per la coltivazione di canapa legale certificata, ha innalzato allo 0,6% il limite di THC contenibile nelle infiorescenze delle piante ed ha stanziato un fondo da 700mila euro l’anno per incentivarne la produzione e la filiera.

Per tutto il resto, però, occorrerà ancora aspettare. E combattere!

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