Il polline maschile viene disperso in piccole quantità dal vento o dagli insetti, dal fuoco o attraverso i corsi d’acqua. È quasi invisibile, ma una volta raggiunta la parte femminile della pianta è estremamente potente ed efficiente.
Nel caso del seme di Cannabis l’uso del polline è più specifico e orientato verso ibridazioni particolari, produzione di semi femminizzati e autofiorenti, arricchimento di CBD e così via. Oggi i breeder impiegano anni per studiare certi maschi e ciò è dovuto al fatto che l’unico modo per essere certi che il maschio scelto faccia il suo lavoro è combinarlo e controllare i semi progenie che ne derivano. In tempi recenti, vista la grande richiesta di semi misti, ci si è mossi verso una maggiore produzione di alcuni ceppi, sia femminizzati che automatici, ma anche di ceppi che producono semi regolari che possono contenere entrambi i sessi. Spiegare brevemente ognuno di questi processi è essenziale per comprendere perché si creano determinati semi ed i motivi per i quali sono richiesti.

Primo procedimento: il seme regolare si ottiene dalla combinazione di singole piante, una femmina e un maschio. Di norma e in contesti naturali, i maschi liberano abbondante polline poco prima dell’apertura del fiore femmina. Ma in una situazione di impollinazione regolare, controllata e indoor, il maschio è generalmente introdotto nella stanza della fioritura dai 10 ai 14 giorni dopo rispetto alla femmina, per dare alle piante clone femmina selezionate il tempo necessario ad accrescere la dimensione delle infiorescenze prima di introdurre il polline maschile; così facendo si determinerà la differenza tra una grossa produzione di semi e un risultato negativo o una piccola produzione. Una volta che il polline penetra la parte femmina della pianta, questa cessa di aumentare di volume, visto che tutta l’energia delle piante va ora alla produzione di semi all’interno delle stesse. Da questo punto in avanti la crescita sarà limitata. Questa forma di selective breeding e sviluppo di un ceppo o specie sotto forma di seme è identica a come si comporta la Cannabis in natura. Da questo seme regolare ci si aspetta che sia maschio nel 50% dei casi e femmina nell’altro 50%. Coloro che desiderano selezionare semi di tipo F1, ibridizzare ceppi o incrociare individui selettivi per creare nuovi tratti attraverso l’unione di sottospecie diverse che in natura non hanno l’opportunità di farlo (difficoltà del polline nel coprire grosse distanze rimanendo vitale), dovranno familiarizzare con il selective breeding di semi regolari. Questa è stata la base dell’evoluzione in agricoltura dell’uomo nel corso di migliaia di anni di coltivazioni. Tutte le nostre verdure, frutti e cereali, ci sono arrivati da molti agricoltori che hanno selezionato i prodotti più appropriati per le loro colture con leggere variazioni nei sapori, nelle dimensioni e nelle forme nel corso di centinaia di anni passati a lavorare su questi elementi.

Secondo procedimento: è solo dall’inizio del XXI secolo che la Cannabis è soggetta alla possibilità di un cambio di sesso della pianta tramite induzione chimica. Il principio che sta dietro il seme femminizzato si basa su una singola pianta di cannabis che in genere è femmina. Inizialmente fu scoperto nella produzione delle angurie: la versione femmina del seme non produceva semi dentro il frutto, a differenza di ciò che avviene per le varietà di semi regolari. Quando non abbiamo una pianta maschio ma solo una pianta femmina di una data specie, saremo in grado di replicare questa genetica sotto forma di seme – e non solamente sotto forma di clone – spruzzando prodotti chimici sulla femmina in fioritura per indurre fiori maschili. Dal momento che la pianta è femmina (cromosoma XX), produce un’infiorescenza dall’aspetto maschile (anch’essa con cromosoma XX e non XY come un autentico maschio) che a sua volta produce polline e si riproduce da sola. Perciò con questo metodo di impollinazione tutti i semi progenie hanno cromosomi XX femminili visto che la parte femmina trasmette un cromosoma X, così come il maschio. Per i coltivatori commerciali che preferiscono lavorare nelle piantagioni di semi, questo procedimento ha ridotto la necessità di dover identificare e estirpare tutte le piante maschio che hanno il potenziale di creare semi, aspetto che i grower di infiorescenze non vogliono per i loro raccolti. Quindi questo vantaggio, unito alla comodità del seme femminizzato, ha creato la domanda per questo tipo di semente. C’è una necessità di discutere dei vari potenziali svantaggi che l’uso di induzione chimica di polline maschile può comportare. Se il ceppo o il clone femmina selezionato come pianta principale per irrorare e indurre il polline maschile ha la suscettibilità di diventare ermafrodito, può nella pratica, a differenza di ciò che dice la teoria, non lavorare come dovrebbe e mostrare entrambi i sessi in una singola pianta, e perciò disperdere il polline nell’aria con il risultato opposto a quello desiderato, ovvero fiori pieni di semi. In genere la quantità di polline maschile prodotta con questa tecnica è piccola, per cui il bisogno di preparare tanti cloni di questo tipo prima dell’impollinazione diventa parte essenziale di questo lavoro. Però, se alcuni strain producono maggiori quantità di polline maschile rispetto ad altri, diventa essenziale provare i semi progenie in tutto il percorso fino alla fioritura visto che alcuni ceppi si comportano molto meglio nella procedura di femminizzazione rispetto ad altri. Una maniera decisamente più sicura per eliminare ogni possibilità di debolezza genetica dell’incrocio, possibilità di ermafroditismo o semi femmina poveri e poco adatti alla produzione di infiorescenze, è usare una femmina diversa da quella che utilizzi per far crescere i semi. Quindi se hai selezionato 5 tra i migliori cloni femmina di un ceppo regolare e speri di ottenere una partita di semi femmina da queste, ti conviene scegliere una pianta A come femmina dalla quale far crescere i semi e spruzzare i chimici sulla pianta B, C etc. per invertirle con l’intento di creare linee genetiche simili e partite di semi femminizzati. Certamente è necessario controllare il seme che crei per stabilire che tutto sia andato così come volevi e se quel seme corrisponde davvero allo strain o progetto che avevi in mente al principio. Non cadere nella trappola di credere che tutti i semi femmina siano ugualmente buoni e neanche di credere ai consigli di usarli nei programmi di coltivazione.

Negli ultimi 18 anni la domanda di semi femminizzati ha superato quella dei regolari e coloro che fanno breeding, sia come hobby che con un approccio professionale, continuano a creare nuovi strain attraverso un breeding regolare per poi usare la femmina selezionata per produrre partite di semi femmina. A mio avviso il seme femminizzato non può mai essere considerato come un seme organico e la sua principale applicazione è quella di produrre infiorescenze e non sviluppare strain o seguire programmi di coltivazione.

Terzo procedimento: la tecnica per creare semi autofiorenti è molto diversa rispetto a quelle per i semi regolari e femminizzati. Considerando che per la produzione di questi ultimi due tipi si ha una room con madri e cloni con un’ampia selezione di diversi ceppi, per la selezione di semi autofiorenti si usano invece nuovi semi di generazioni specifiche per replicare lo stesso genotipo. Fino a che non si sarà riprodotto un ceppo per almeno 4 o 5 generazioni ogni produzione eserciterà un ridotto controllo sui caratteri di selezione o sul fenotipo. Ogni lotto di semi comporta espressioni diverse del ceppo e ciò è conseguenza del non avere un’identica pianta madre e cloni sui quali lavorare. A differenza di altre tecniche di selezione e produzione di semi, le piante autofiorenti non possono essere tenute in una fase di crescita costante. Il vantaggio e applicazione per questo tipo di semi è circoscritto ad aree con estati brevi e colture outdoor rapide. Penso che questa opzione serva per ottenere un qualche raccolto outdoor laddove non è normalmente possibile per la Cannabis finire la propria crescita naturalmente, ma se puoi scegliere tra le 3 diverse tecniche questa è la meno raccomandabile. Alcuni ceppi autofiorenti lavorano meglio rispetto ad altri e per identificare quali strain sono i più affidabili è bene parlarne con altri grower sui forum.

La quarta e ultima tecnica di produzione di semi che esamineremo riguarda i semi ricchi di CBD, che rappresentano la nuova domanda del mercato negli ultimi anni. Considerato che la mia società – la CBD Crew – è stata la prima ad avere un vero catalogo di semi ricchi di CBD e che arricchiamo ceppi di altre case, sarà facile spiegare questo processo. Per la ricerca di ceppi con un alto contenuto di CBD è stato usato un approccio puramente scientifico. Insieme al nostro laboratorio di riferimento abbiamo provato molte razze autoctone e ibridi, facendo oltre 400 test per stabilire delle linee chiare e veritiere sui cannabinoidi presenti nelle piante. La maniera più semplice per spiegarlo è attraverso la selezione nell’allevamento dei tratti puri. Se da una parte hai una femmina che ha valori alti solo di THC e dall’altra procedi con i test per trovare una pianta che abbia praticamente solo CBD o valori alti di esso e bassi di THC, una volta che combini queste due piante imparentate ti aspetti di ottenere una pianta con livelli moderati di CBD e THC. Nel testare unioni di questo tipo vediamo come certe piante lavorino meglio di altre nel trasmettere il chemotipo, per cui abbiamo impostato la nostra selezione su quelle piante che si combinavano meglio e presentavano uno dei principali cannabinoidi a un livello di purezza alto. Gli altri tratti desiderati diventano secondari una volta che inizi un lavoro di breeding in laboratorio. Ma per verificare che tutto proceda bene il lavoro dei numeri è altrettanto importante nel chemotipo. Per considerare una pianta come varietà medicinale la CBD Crew ha impostato un livello del 4% sia di CBD che di THC, e oggi questo sembra essere un limite accettato nelle piante che usiamo per elaborare estrazioni destinate ai prodotti per i pazienti.

Per perpetuare le possibilità di creare nuovi strain è importante fare ricerca, test di laboratorio e tenere una libreria di ceppi madre. Questo lavoro è stato fatto nel corso del tempo grazie a molti grower che usano questi ceppi per le infiorescenze, altri che li usano per diverse applicazioni e così via. È un enorme insieme di persone e piante che nel corso del tempo e degli usi ci ha portato alla pianta di Cannabis che abbiamo al giorno d’oggi. Man mano che perfezioniamo la nostra conoscenza e i nostri obbiettivi nel breeding, sviluppiamo nuovi saperi applicabili ai nostri bisogni che a loro volta ci portano a nuove varietà di piante.

Le combinazioni sono infinite e avere ben chiara la rotta consente al breeder di raggiungere un obbiettivo; creare una serie di genetiche all’interno di un ceppo che raggiungano lo scopo per il quale sono state coltivate, che sia l’infiorescenza o la fibra o la medicina.

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