Una protesta nativa contro il Columbus Day in Arizona

Dopo Seattle e Denver un’altra grande città americana abolisce ogni celebrazione per il Columbus Day, ovvero l’anniversario di quella che sui libri continua ad essere definita la “scoperta” dell’America da parte di Cristoforo Colombo, che si tiene il secondo lunedì di ottobre ininterrottamente dal 1937. Il consiglio comunale di Los Angeles ha approvato una delibera che istituisce al suo posto una giornata per commemorare il genocidio delle popolazioni indigene, aborigene e native.

Una decisione, quella di Los Angeles, che certifica come gli Usa stiano attraversando una nuova fase di riflessione sul passato della propria nazione, che covava sotto la cenere ed è esploso dopo gli scontri tra attivisti sociali e suprematisti bianchi a Charlottesville del mese scorso. Da allora i movimenti per i diritti umani e delle minoranze hanno iniziato a richiedere a gran voce la rimozione dei simboli e delle celebrazioni che ricordano i momenti più bui della storia americana, come lo schiavismo e il genocidio dei nativi americani.

Non sono mancati anche momenti di iconoclastia, come a Baltimora, in Maryland, dove una statua di Colombo eretta nel 1792 è stata distrutta a martellate e a Detroit, in Michigan, i manifestanti contro il suprematismo bianco hanno avvolto il monumento all’esploratore in un drappo nero con la scritta «Reclamiamo la nostra storia». Mentre a Houston, in Texas, una statua donata alla città dalla comunità italoamericana nel 1992, nel cinquecentenario della scoperta delle Americhe, è stata imbrattata di vernice rosso sangue e metaforicamente uccisa con un colpo di ascia in testa.

Proteste che potrebbero essere viste come inutili vandalismi contro pezzi di marmo, ma che in verità rappresentano il culmine di una lunga lotta per i diritti delle minoranze e degli sfruttati, a cominciare proprio da quei nativi americani che tra il 1492 e il 1890 sono stati sterminati a milioni (tra i 70 e i 115 milioni in tutte le Americhe). In quello che è stato di gran lunga il più lungo e sanguinoso genocidio mai commesso nel corso della storia umana e per secoli negli Usa è stato non solo sminuito, ma addirittura celebrato in pompa magna.

Di certo la rimozione di qualche statua dell’esploratore genovese non basterà a cambiare la retorica americana sull’epopea del “selvaggio west”, ma si tratta di un prezioso, anche se tardivo, momento di riflessione sul passato insanguinato del colonialismo bianco. Da celebrare, nella speranza che presto gli americani, ed anche noi europei, sapremo prendere spunto anche dai preziosi insegnamenti dei nativi americani.

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