©Studio Cirasa

“Sto a mio agio se collasso in ospedale in corridoio, muoio fatto non c’è spazio per i cani in obitorio”. Inizia così “Julian Ross” canzone contenuta nell’omonimo mixtape pubblicato nel 2015 da Izi. E se il centrocampista di Holly e Benji era elegante nel gioco quanto precario nel fisico a causa di una malattia cardiaca congenita che rischiava di strapparlo alla vita nei momenti in cui si esprimeva meglio con il pallone ai piedi, il giovane rapper nato a Cuneo e cresciuto a Cogoleto deve fare i conti con un diabete non meno pericoloso. Se Julian Ross era il “campione di vetro”, noi abbiamo un artista di cristallo, delicato, puro e trasparente che ha imparato a parare i colpi della vita per poi esorcizzarli raccontandoli in versi.
Dopo l’album Fenice nel 2016, animale il cui motto è post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi”), la vita di Izi prende una piega improvvisa grazie anche alla recitazione come protagonista nel film “Zeta”. Il passo successivo è stato fatto in questo 2017, con l’album Pizzicato che Izi sta portando in tour in lungo e in largo (prossime date il 12/08 al Touchè di Marina di Ravenna, il 23/08 a Gallipoli al parco Gondar ed il 26/08 a Cuneo al Balla coi cinghiali Festival).

Cosa significa rischiare un coma diabetico? E rischiarne 5 ed essere qui oggi a prenderti le tue rivincite come ti fa sentire?
Significa che bisogna stare molto attenti e seguire uno stile di vita equilibrato. Soprattutto per il lavoro che faccio io è difficile avere una vita regolare: sono una persona che somatizza tanto, in particolare quando sono sotto stress. Eppure è proprio grazie a questi momenti più brutti che ho trovato la forza di rialzarmi. Tutto ciò che mi succede lo guardo con attenzione, perché sono sicuro che ha un senso preciso. E il diabete ne è un esempio chiaro: non bisogna provare rancore per questa malattia, ma accettarla e farsela amica.

E’ anche per questo motivo che hai sviluppato una spiritualità particolare?
Beh, sì! Credo nella presenza di un Dio che mi ha permesso di vivere questo momento fantastico… Ma credo nella presenza di un Dio anche nei momenti più bui. Siamo protagonisti di un gioco immenso e tutto ciò che possiamo fare è avere un po’ più di fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. In questo periodo ho anche iniziato a leggere i testi sacri e, in particolar modo, la Bibbia. Avere un credo è una cosa figa… È nei preti e nella Chiesa, nelle strutture che vi sono dietro, che non ho molta fiducia.

Secondo me la nuova scena rap di cui tu sei uno dei protagonisti, se ne frega dei preconcetti ed è molto più aperta a sperimentare e tentare nuove strade… Sei d’accordo? Cos’è cambiato?
Viviamo in una società che ha fame di riscatto e di rivalsa. Bisogna rispettare chi siamo e le nostre origini. La mia idea è che se vuoi qualcosa la ottieni, basta che indirizzi tutta la tua energia verso un obiettivo e col solo fatto di volerlo ce la fai. Così ho iniziato a unirmi con Sfera, che a sua volta si è unito con Ghali e così via si è creata una scena. Al tempo stesso terrei le diversità della scuola rap italiana, perché ci sono differenze culturali e linguistiche fighe e mi dispiacerebbe che si creasse un calderone unico.

Il tuo nome è cambiato nel tempo sei partito dal nome d’arte Spiteful, poi Eazy, EazyRhymes o Izi Erre e infine Izi, che è quello attuale. Ci racconti questa evoluzione?
Ci sono stati molti cambiamenti… Il primo, era molto da “bambino” di quando iniziavo a taggare sui muri, Spiteful Tongue che voleva dire lingua velenosa, biforcuta. Poi sono passato a EazyRhymes, ovvero dalle rime facili e così è stato sempre più un progresso fino all’attuale Izi, più conciso e denso di significativo. Izi (che si pronuncia come la parola inglese “easy”, facile, ndr) è proprio uno slogan per me.

E’ ormai cosa nota la tua infanzia difficile e un po’ turbolenta, se potessi tornare indietro c’è qualcosa che cambieresti o qualche cosa che non rifaresti?
Il mio percorso non è mai stato semplice. Nessuno vorrebbe vedere i propri genitori divorziare quando si è ancora piccoli. Sentire la mancanza di un padre per cinque anni e dover scappare dalla propria casa. A soli vent’anni posso già tirare le somme di una vita assurda, ma nella sua drammaticità ho capito che alla fine di fronte ai problemi si è da soli; non puoi contare che su te stesso.

L’ultimo tuo lavoro si chiama Pizzicato… Ma intendi pizzicato dai demoni che ti tormentano? Oppure pizzicato nel senso di sussurrato, come un motivo appena accennato?
Siamo intrappolati in una società effimera e superficiale nella quale tutto ciò che conta è apparire e avere successo. Siamo disturbati, appunto “pizzicati” da tante cose e tormentati anche dalla nostra personalità e dalle nostre mille sfaccettature. Ma siamo pizzicati anche in senso positivo, ovvero afferrati e protetti da qualcosa di più grande di noi.

In “Dopo esco”, insieme a Fabri Fibra, parli del tuo approccio all’erba. Che rapporto hai con la cannabis? Fumi costantemente? Quali varietà preferisci?
Ho sempre fumato tanto in passato, infatti nella copertina del precedente album (Fenice, ndr) indossavo un paio di ali, perchè il mio era un messaggio ascensionale. Nel duetto con Fabri Fibra invito a essere più leggeri e quanto dico fammi fumare un po’ di weed non intendo quello, in realtà intendo dire: “Dio fammi assaggiare un po’ di luce, un po’ di saggezza”.

Per cosa sta il “gan gan” con cui infarcisci la tua parlata?
Il “Gan gan” con cui interfacciavo la mia parlata stava per amici, per famiglia, come lo “squad” per Sfera Ebabsta; era un po’ un motto che avevamo tutti noi. In realtà ora lo utilizzo molto meno rispetto a prima.

Per molti i rapper di oggi saranno i nuovi cantautori di domani. Se dovessi identificarti con un cantautore italiano chi sceglieresti? E perché?
Indubbiamente sceglierei Fabrizio De Andrè. Lo ascolto da quando ero bambino, molti degli artisti che ascolto ancora oggi li ho ereditati da mia madre. La canzone mia preferita di De Andrè è La ballata dell’amore cieco.

Sei un musicista che sta cambiando le regole del rap italiano e dice di ispirarsi ai cantautori, tu invece chi vorresti ispirare?
Vorrei ispirare tutti quei giovani ragazzi che, come me, scrivono nella propria camera le loro canzoni. Vorrei che anche loro trovassero rifugio nella musica e potessero buttare fuori i demoni che li pizzicano e li fanno sentire “diversi” in questa società così costruita.

Come ha cambiato la tua vita recitare come protagonista nel film
“Zeta”?
Mi ha cambiato moltissimo! Penso che tutto ciò che fai torni utile poi domani. Certo, pensavo che a livello economico potesse aiutarmi di più, ma così non è stato.

Stai portando in giro il tuo live in tutta la Penisola: cosa significa vedere migliaia di persone cantare le parole che hai scritto tu da solo nella tua stanza? E cosa significa condividere i propri demoni con migliaia di persone?
Il “Pizzicato Summer tour” sta andando molto bene e di questo sono molto felice perché la dimensione live è per me fondamentale. Vedere tantissime persone che cantano le mie parole è sì una grande soddisfazione, ma anche una grossa responsabilità. So bene che noi rapper siamo molto seguiti dai ragazzini e ho il dovere di trasmettere a loro le mie sensazioni e la mia onestà, sempre. L’intero disco vuole essere una denuncia verso un Paese, l’Italia, che troppo spesso si piange addosso. La vita non ti può passare davanti, c’è bisogno che tu la prenda in mano e sappia conquistarti i tuoi sogni.

Alla fine di ogni intervista secondo me c’è una cosa che ti è rimasta sulla punta della lingua e che avresti avuto voglia di dire… Se vuoi questa è l’occasione giusta…
Spero solo che queste mie parole arrivino davvero ai giovani. Bisogna puntare soprattutto su di loro, sul futuro… sul sistema italiano, invece, non penso si possa cambiare più di tanto.

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