Per il 2018, il calendario segna il primo di agosto. L’anno scorso, invece, era stato il 2. L’Overshoot Day, la data simbolica nell’anno in cui la domanda di risorse dell’umanità oltrepassa, in quantità, quelle che la Terra può spontaneamente rigenerare, dice che l’umanità è a debito.

L’iniziativa, lanciata nel 2006 dal Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale no-profit di ricerca ambientale, calcola il numero di giorni dell’anno in cui la biocapacità (cioè la capacità di rigenerare le risorse naturali) del Pianeta è sufficiente a sostenere la nostra impronta ecologica, ossia la domanda di quelle stesse risorse, e attraverso una media dei risultati di tutti i Paesi riporta il break even, il punto cioè, come si usa dire in economia aziendale, in cui le risorse sono in pareggio.

Quindi, se per i prossimi quattro mesi all’umanità non resta scelta se non il sovrasfruttamento, utilizzando risorse che non possediamo e che sottrarremo ai terrestri futuri, la responsabilità è di tutti, anche se non in egual maniera. In cima alla lista, Qatar e Lussemburgo che nonostante siano paesi piccoli e con poche persone consumano tutto già il 9 e 19 febbraio. Al contrario, il più virtuoso è il Vietnam, la cui data di riferimento è quella del 21 dicembre. Fossero stati tutti come l’Italia, invece, l’Overshoot Day quest’anno sarebbe caduto il 24 maggio. Non serve il pallottoliere per capire che l’impronta ecologica di un italiano medio è decisamente impattante: in meno di cinque mesi, tra deforestazione, uso del suolo, attività agricole e minerarie, estrazione di combustibili, inquinamento atmosferico e altre attività umane abbiamo esaurito le risorse che la Terra mette a budget per un anno.

Secondo i calcoli, non sono più virtuosi di noi né i tedeschi né i francesi che hanno anticipato rispettivamente al 2 e al 5 maggio; il 7 maggio è stata la volta della Svizzera, l’8 del Regno Unito e il 23 della Grecia. Solo a questo punto, per restare nel Vecchio Continente, arriviamo noi, sebbene l’impronta ecologica italiana mantenga un valore pro capite di 4,3 ettari globali, decisamente superiore alla media Mediterranea, che è di 3,2. Il valore, espresso in ettari globali, calcola la superficie di pianeta necessaria a fornire tutto ciò che una persona richiede alla natura per il cibo, le fibre e il legno consumati, le aree occupate dalle infrastrutture urbane, le piante necessarie ad assorbire la CO2 che emettiamo.

Esiste un calcolatore capace di rendere approssimativamente la nostra porzione individuale di responsabilità in tutto questo. È online al seguente indirizzo: footprintcalculator.org e l’esperienza, che richiede pochi minuti, oltreché rivelatoria è, nella sua semplicità, istruttiva e, soprattutto, costruttiva. Volendo provare potreste scoprire che le vostre abitudini di vita non sono affatto così innocenti, tutt’altro che responsabili, costringendovi a rivedere l’idea che avete di voi stessi: ad esempio, se tutti avessero lo stile di vita di chi scrive, l’umanità avrebbe bisogno di 4.5 Pianeti Terra; un’inaspettata e completa debacle che anticiperebbe l’Overshoot Day addirittura al 22 marzo, sì, prima dei tedeschi! e dopo il Quatar che ha la palma di peggiore di tutti con il bollino rosso al 9 febbraio! Per provare a spostarlo un po’ più in là, dovrei, tanto per iniziare, adottare soluzioni di vita più sostenibili riguardo al cibo, dimezzando gli sprechi e indirizzando le mie preferenze verso l’alimentazione vegetariana, per poi passare agli interventi sulla mobilità, riducendo l’utilizzo della mia IQ a vantaggio dei mezzi pubblici.

Tuttavia, è bene ricordare che l’impronta di una persona include anche fattori che riguardano il governo di una società: strade, infrastrutture, servizi pubblici e militari del Paese in cui si vive, hanno infatti un peso fortissimo. Si stima che entro il 2050 il 70-80 percento della popolazione mondiale vivrà in città, quindi fare attenzione alle strategie di pianificazione e sviluppo urbano intelligente a carico dei governi diventa un requisito essenziale per gestire le risorse. Così come mobilitarsi a sostegno delle energie rinnovabili che rappresentano un modo diretto per ridurre l’impronta ecologica oltre a non caricare ulteriormente sul cambiamento climatico spinto verso il riscaldamento con siccità, incendi e uragani che si fanno più intensi. Infine, una ovvietà: più cresce la popolazione più aumenta la richiesta di risorse, ragione per cui il controllo della crescita demografica è un punto importante che passa necessariamente attraverso una maggior emancipazione femminile.

«Oggi potrebbe non sembrare diverso da ieri perché hai ancora lo stesso cibo nel tuo frigorifero», ha affermato il CEO di Global Footprint Network Mathis Wackernagel. «Ma gli incendi stanno imperversando negli Stati Uniti occidentali. Dall’altra parte del mondo, dal 2015 i residenti di Città del Capo hanno dovuto dimezzare il consumo di acqua. Queste sono le conseguenze del saccheggio ecologico del nostro pianeta, l’unico che abbiamo a disposizione».

Una nota (relativamente) positiva: negli ultimi 5 anni il ritmo con cui l’Overshoot Day si sposta (arretra) nel calendario è rallentato a meno di un giorno all’anno di media; nei primi anni ’70, arretrava di 3 giorni l’anno.
Un risultato che si lega ai Paesi ad alto reddito dove le cose stanno (molto lentamente) iniziando a migliorare. L’impronta ecologica individuale si è attenuta in media del 12,9% dal 2000 in avanti. A trainare l’elenco dei più virtuosi sono stati Singapore (-32,1%), Bahamas (-26,2%), Danimarca (-19%); USA (-18,4%), Regno Unito (-16,6%) e Francia (-15,5%) ma come abbiamo visto molto è nelle nostre mani, dunque che aspetti?

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