La legalizzazione della cannabis nel mondo è ormai inarrestabile e tutto sta succedendo con una velocità inaspettata e travolgente. Sembra ieri quando, tra grande clamore ed infinite polemiche, il Parlamento dell’Uruguay approvò per primo la legalizzazione delle droghe leggere – rischiando una procedura di sanzioni da parte dell’Onu – mentre, quasi in contemporanea, i cittadini degli stati Usa di Colorado e Washington approvarono un referendum che garantiva il diritto alla coltivazione casalinga e l’apertura di negozi dove vendere legalmente marijuana. Sembra ieri ed in effetti sono passati solo tre anni. Ma nel frattempo il mondo della canapa ha cominciato a correre verso la libertà alle più diverse latitudini. Gli stati americani dove la cannabis è legale sono diventati otto, ed altri sei si apprestano a fare altrettanto, il Canada approverà la legalizzazione entro l’estate diventando il primo stato del G7 ad abbandonare definitivamente il proibizionismo, in Giamaica e Sud Africa coltivare cannabis a scopo personale non è un reato ed ormai non si contano più gli stati, dallo Zambia fino alla Colombia, passando per diversi paesi europei, che hanno rivisto in chiave più tollerante le proprie leggi e legalizzato l’uso terapeutico per i malati. La svolta ha contagiato anche la Conferenza sulle droghe dell’Onu, un tempo luogo dove il più bieco proibizionismo era talmente di casa che Giovanardi veniva accolto come un autorevole esperto. Quella stessa Conferenza nel vertice 2016 ha approvato un documento che garantisce agli stati «flessibilità per progettare e attuare politiche sulle droghe secondo le proprie priorità ed esigenze», una frase che nel misurato linguaggio diplomatico equivale a un “liberi tutti” dopo decenni di proibizionismo imposto.

Il problema è che, visto dall’Italia, tutto ciò sembra ancora tremendamente lontano. Dopo due anni di stucchevoli rimpalli e rinvii la proposta di legge per la legalizzazione della cannabis che avrebbe dovuto garantire il diritto all’autoproduzione, l’apertura dei Cannabis Social Club e la distribuzione al dettaglio di cannabis legale, è di fatto stata dichiarata morta dallo stesso Matteo Renzi che ha ribadito la sua contrarietà trincerandosi dietro ad un ipocrita «non ci sono i numeri per approvarla», come se questi non dipendessero dal partito del quale è segretario. La fine della legislatura si avvicina e quello che è stato celebrato come il disegno di legge firmato da un maggior numero di deputati nella storia della Repubblica (ben 231 alla Camera e 73 al Senato) si appresta a finire dentro a un cassetto in attesa di tempi migliori.

Appena meglio è andata per i pazienti che necessitano della cannabis per curarsi, il quadro legale dell’uso terapeutico ha vissuto infatti alcuni cambiamenti durante la legislatura. Nonostante questo l’accesso alle cure a base di cannabinoidi rimane tutt’altro che agevole. Nel dicembre 2015 il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha emanato un decreto volto ad integrare la legge sull’accesso alle cure a base di cannabis (approvato nel 2007) e ad avviare la prima produzione italiana a fini terapeutici, affidata all’Istituto farmaceutico militare di Firenze. Il decreto si è comunque dimostrato non al passo con l’attualità della ricerca scientifica: la cannabis rimane trattata alla stregua di una “medicina alternativa”, nel senso peggiorativo che la legge assegna al termine, ovvero come una terapia inaffidabile. Per questo rimane prescrivibile dal medico curante solo nel momento in cui sia riscontrata l’inefficacia di tutti gli altri farmaci in commercio, e solo per una ristrettissima lista di patologie. Ad esempio, per il trattamento del dolore nei pazienti oncologici, la legge prevede ancora che vengano prescritti con maggiore facilità i farmaci oppioidi rispetto alla cannabis, un’assurdità. A conti fatti, l’unico reale passo in avanti della legislatura si è registrato per quanto riguarda la coltivazione di canapa senza THC a scopi industriali, con la nuova legge approvata nel novembre dello scorso anno che ha finalmente rimosso l’obbligo della richiesta di autorizzazione alla questura per la coltivazione di varietà certificate, innalzato allo 0,6% il limite di THC contenibile nelle infiorescenze delle piante e stanziato un fondo da 700mila euro l’anno per incentivarne la produzione e la filiera.

Nonostante tutto la storia per fortuna va avanti e prima o poi anche l’Italia, ne siamo convinti, sarà investita dai suoi progressi. Perché la legalizzazione a livello mondiale appare sempre più come un processo inarrestabile, che viaggia con il vento in poppa grazie all’ormai evidente fallimento in tutto il mondo delle politiche proibizioniste, sempre più inefficaci e costose in termini economici e sociali, alle nuove evidenze della scienza che ogni giorno dimostra le infinite e indiscutibili qualità della cannabis come medicina e come materia prima essenziale per un futuro meno inquinato ed anche, inutile negarlo, ai benefici monetari che la legalizzazione sta dimostrando di portare alle economie dei paesi che hanno legalizzato. Quello del Pil è il linguaggio che meglio di tutti capiscono i governi di tutto il mondo e prima o poi tutti si rassegneranno ad autorizzare uno dei pochi settori che sta dimostrando costanti aumenti di rendimento.

Devono averlo capito anche i proibizionisti nostrani quotidianamente impegnati in battaglie sempre più disperate quanto di basso livello. Le ultime cartucce da sparare per una categoria alla frutta che sta mostrando una volta per tutte la “statura” morale dei suoi leader storici. Con Carlo Giovanardi indagato dai giudici per favoreggiamento nei confronti di imprenditori emiliani legati alla ‘ndrangheta e l’ex zar dell’antidroga italiana Giovanni Serpelloni sotto processo per aver intascato fondi illeciti e pilotato appalti. Con le residue forze, tra un guaio e l’altro, cercheranno fino all’ultimo di rilanciare le teorie più bislacche su presunti buchi nel cervello e altre amenità del genere, ma la loro è ormai una battaglia perdente condotta contro il parere unanime della scienza e sempre più lontana anche dal sentimento comune della popolazione, che nella sua larga maggioranza ha capito che quella contro la cannabis è solo una crociata ideologica.

Per quanto ci riguarda non resta che continuare a lottare, con l’informazione corretta e la sua diffusione, non solo per avere la legalizzazione, che presto o tardi arriverà, ma per avere una legalizzazione giusta. Una legge che garantisca il diritto all’autoproduzione senza troppi vincoli, tornando finalmente a trattare la cannabis come una normale pianta, donata all’umanità dalla natura. Che permetta l’apertura di “social club” senza scopo di lucro che, come avviene in Spagna, siano non solo luoghi di consumo ma di educazione all’uso responsabile ed alla sensibilizzazione sui (pochi ma reali) rischi connessi alle canne, come l’abuso o l’utilizzo in età troppo precoce. Una legge che, soprattutto, ci tenga alla larga da possibili monopoli pubblici e privati, desiderosi non di liberare la canapa ma solo di cambiarla di cella, togliendola dalle mani della criminalità organizzata per consegnarla a quelle, non molto più pulite, delle multinazionali e delle questure.

Commenti da facebook

Comments are closed.