Amo profondamente la Thailandia per tanti motivi, ma soprattutto per il suo popolo. Se negli ultimi anni questa nazione è diventata un punto di riferimento nel mio vagare per il mondo, è proprio perché mi piace avere a che fare con i thailandesi. E osservando il modo in cui stanno gestendo la situazione dei bambini e l’allenatore intrappolati nelle grotte del nord, ho capito 5 cose:

1. Se questo episodio fosse successo in Italia, l’allenatore (un ragazzo di 25 anni) sarebbe stato fatto a pezzi dai media e dalla gente prima ancora di rivedere la luce del sole. Le persone lo avrebbero giudicato colpevole senza uno straccio di prova, qualcuno avrebbe detto di lasciarlo là sotto e altri avrebbero chiesto il carcere non appena fuori. Ripeto: senza nemmeno sapere come sono andate realmente le cose. Questo in Thailandia non succede: per molti è persino un eroe perché sta insegnando ai ragazzini a meditare per mantenere la calma in quella situazione estrema. Tutte le energie dei thailandesi sono concentrate sul salvataggio, ci sarà tempo per stabilire eventuali colpe. Non hanno quell’ossessione molto italiana nel voler sempre trovare il colpevole, anche quando non c’è.

2. Bisogna accettare che a volte nella vita le cose vanno storte. I thailandesi sono maestri in questa consapevolezza, anche per questioni religiose e culturali. Mi ha colpito moltissimo una frase della moglie del sommozzatore morto durante i soccorsi: di fronte alle telecamere, con occhi lucidi ma fieri, ha detto che “non possiamo sapere quando moriremo o quando se ne andranno i nostri cari e per questo motivo dovremmo essere sempre grati di essere vivi, ogni giorno“.

3. Leggo commenti assurdi sulla pericolosità di portare ragazzini di 12 anni dentro alle grotte. Prima di tutto, erano aperte al pubblico. In secondo luogo, siamo solo noi così apprensivi verso i bambini: “non fare quello, non ti sporcare, fai attenzione, non ti allontanare…”. La vita va vissuta e i rischi vanno presi, perché i pericoli sono enormemente sopravvalutati. Fatevi un giro sul traghetto che attraversa Bangkok: vedrete donne incinte, bambini e novantenni saltare su e giù con un’agilità che io posso solo sognare. E la persona che fa i biglietti cammina sul bordo dell’imbarcazione come un gatto sul cornicione. Solo qui pensiamo che una gita in mezzo alla natura sia qualcosa di rischioso e solo qui diamo la colpa a un povero cristo di 25 anni che voleva far divertire i “suoi” ragazzi. Come detto, a volte le cose vanno storte. Chiudersi in una bolla non è vita, è sopravvivenza.

4. In questo periodo si parla tanto di nazionalismo nel nostro paese. Si urlano slogan come “l’Italia agli italiani” e “prima gli italiani”. Bene, a tanti esaltati suggerirei di guardare ai thailandesi per capire cosa significa davvero essere nazionalisti. Perché per noi il nazionalismo è soggettivo: prima di supportarti voglio sapere se sei di destra o di sinistra, se sei ricco o povero, se sei uomo o donna, quanti anni hai e perché sei in difficoltà. Ricordo bene il caso delle due ragazze rapite da estremisti islamici in Medio Oriente qualche anno fa. L’odio nei loro confronti e gli insulti pronunciati (anche da politici) mi fecero vergognare di essere italiano. In Thailandia (come in tanti altri paesi asiatici) se tu sei mio connazionale, avrai sempre il mio aiuto. Senza se e senza ma.

5. Milioni di thailandesi stanno pregando per ore ogni giorno. Puoi anche non credere in Dio, è naturale in questa società che ci spinge a razionalizzare tutto, anche l’amore. E forse la spiritualità non fa alcuna differenza nei soccorsi, ma aiuta a creare il giusto clima, a unire le persone in un momento di grande difficoltà. Trasforma il problema di pochi nel problema di tanti. Così il peso è sulle spalle di tutti, ma è più facile da sopportare.

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